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 Cari amici arancioni, è con grande onore e orgoglio personali, che rendo pubblica ufficialmente, la mia nomina a Direttore del sito/blog del Movimento Arancione. Per dimostrare quanto questo riconoscimento mi sia particolarmente gradito, ho deciso di rendermi subito operativo, attuando alcune innovazioni miranti la crescita di questo spazio web. Una l'avete sott'occhio, e si tratta della prima rubrica ufficiale di http://www.movimentoarancione.it/. Parafrasando il celebre film "Confessions of a Dangerous Mind", che vedeva tra gli altri George Clooney impegnato in prima linea, ho scelto la denominazione che leggete nel titolo di questo post. La "mente pericolosa", se va sans dire, è quella del sottoscritto. Ma "pericolosa" per chi? Beh, per tutti coloro che dogmaticamente cercano d'imporre le loro vetuste e reazionarie idee, propinandoci verità assolute che non hanno, nè possono avere, un fondamento a priori, legato a qual si voglia tipo morale precostituita. Liberiamo le nostre idee! Federico Zuliani
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 Ho appena visitato http://saraacireale.spazioblog.it/ e ho appena letto che ieri era "la giornata di riflessione sui temi della povertà". Tema tra quelli più importanti di certo. Tema fondamentale per chiunque vuole vivere in questo mondo interessandosi degli altri. Cosa sia la povertà è relativo. Di certo io sono tra i più poveri in Italia, da proletario quale sono. Di certo sono meno povero (sempre rimanendo nell'ambito concettuale di povertà legato alle disponibilità economiche) di chi muore letteralmente di fame e purtroppo di questo tipo di povertà nel mondo ce n'è ancora tantissima.Da socialista credo che fare politica significhi occuparsi di chi sta peggio cercando di realizzare un mondo in cui chi oggi sta peggio abbia più opportunità di quelle che ha attualmente. In quei casi le opportunità di cui sopra consistono addirittura nella possibilità di sfamare sé ed i propri congiunti. Da simpatizzante e nuovamente militante radicale ricordo le battaglie del Partito Radicale (quel partito che è stato di Domenico Modugno, Enzo Tortora, Bruno Zevi, Leonardo Sciascia e Francesco Rutelli) contro lo sterminio per fame. Che ne è oggi di quella lotta radicale? Che ne è dell'aspirazione socialista ad un mondo più giusto? Erano velleità che in quest'epoca di disillusione abbiamo respinto come irrealizzabili ed addirittura come sciocche? Che senso ha, allora, fare politica? Di certo non credo né mai ho creduto che problemi di tale portata abbiano semplici e/o rapide soluzioni. Non basta di certo la buona volontà a risolverli, ma credo che sia ovvio che se non ci si pone nuovamente e seriamente il problema dello sterminio per fame nel mondo difficilmente tale sciagura potrà finire. Essere liberista per me non significa affatto meno politica, significa proprio il contrario, più politica liberista, appunto. Una politica che sia volta ad abolire innanzi tutto tutti quei dazi e simili che impediscono alle merci ed alle persone dei paesi più poveri di arrivare nei paesi più ricchi. In questo le colpe dell'occidente sono gravissime, innanzi tutto degli Stati Uniti (lo dico da filostatunitense convinto) e dell'Unione Europea (lo dico da federalista europeo convinto). Se il liberismo e l'inevitabile globalizzazione si presentassero con questi aspetti e con quelli dell'estensione dei diritti in tutto il mondo credo che le sciocche posizioni antiliberiste dei noglobal finirebbero per essere viste per quello che realmente sono, cioè espressione di assenza di ragione di figli di papà occidentali che accettano della globalizzazione tutto ciò che loro conviene, compresa questo stupido movimento che si autodefinisce no-global, ma anche, in fondo, difesa degli interessi delle nazioni che vogliono permettersi la recessione non preoccupendosi neppure delle generazioni più giovani come è avvenuto ed avviene purtroppo nella nostra Italia. Massimo Messina
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 Prima di cedere il passo al suo successore, il numero uno dell’antidroga statunitense si vede con lui a colloquio, e gli racconta una storiella interessante: “Quando Khrushchev si ritirò, scrisse due lettere al suo successore. Gli disse di aprire la prima qualora si fosse trovato in un vicolo cieco, e la seconda se gli fosse ricapitato. Il successore lo ringraziò, ma di lì a poco si trovò in gravissime difficoltà, così aprì la prima lettera. C’era scritto: dai tutta la colpa a me. L’uomo fece così, ed uscì dai guai per qualche tempo, ma arrivò un secondo avvenimento che lo mise in ginocchio, così aprì anche la seconda lettera. Diceva: scrivi due lettere” Lo spettatore, come il personaggio del film, fatica a capire immediatamente il significato della storiella. Sarà il prosieguo della narrazione, condotta con maestria dal regista Steven Soderbergh, a chiarire il mistero, accompagnandoci con intelligenza in un inferno di criminalità, politica corrotta, drammi familiari e problemi sociali legati al traffico della droga. Il film narra in modo corale varie storie parallele che si svolgono su “piani” diversi, dal politico in colletto bianco che dichiara “guerra alla droga” mentre sua figlia si buca con gli amici, fino al fronte militare di chi “si sporca le mani” faccia a faccia con i più potenti narcotrafficanti. Questo sguardo d’insieme tenderà gradualmente a rendere partecipe lo spettatore dell’assurdità e dell’inutilità di questa guerra senza eroi, in cui il più saldo pugno di ferro potrà al massimo snidare un 30-40% dei ‘corrieri’, con l’unico esito di far aumentare ulteriormente il prezzo della merce e così, indirettamente, anche i profitti dei trafficanti. Nel frattempo, molti perderanno la vita in questa battaglia, sia fra i trafficanti che fra le forze dell’ordine, senza che si possa sperare su risultati concreti. Alla fine, il politico in colletto bianco partito con le migliori intenzioni si trova in un vicolo cieco, schiacciato fra la tossicodipendenza della figlia e la sensazione che la sua politica antidroga assomigli sempre più ad un tentativo di svuotare un fiume con un secchio, e gli viene in mente la storiella di Khrushchev: ora ne capisce il senso. Un film antiproibizionista, dunque, ma con intelligenza. Senza dimenticare di mostrare i devastanti effetti della droga, infatti, la storia ha il gran pregio di farci riflettere sugli aspetti della lotta alla droga che solitamente non vengono presi in considerazione dall’opinione pubblica. Ma se si vuol prendere una posizione politica realista, occorre mettere sul piatto della bilancia del proibizionismo anche i suoi caduti, l’immenso potere economico consegnato ai trafficanti (così grande, dice l’FBI, da superare di gran lunga le risorse finanziarie di un paese come gli USA) e l’oggettiva incapacità di ottenere risultati sensibili. Chi scrive non ha ancora una posizione chiara in merito alla liberalizzazione della droga, poiché la questione è estremamente vasta e delicata, ma un appello mi sento di farlo: affrontiamo la questione nella sua complessità, senza che diventi l’ennesima occasione per far demagogia, abbattendo il tabù. Da essa dipendono indirettamente anche questioni di sicurezza, terrorismo, diritti umani e molto altro. Siamo sicuri che il proibizionismo sia la strada giusta? Il dibattito è aperto. Francesco Lorenzetti
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 Una delle cose che maggiormente mi infastidisce all'interno del dibattito politico è la strumentalizzazione che una larga parte della sinistra ha fatto nei confronti della cosiddetta questione omossesuale, cercando di propagandare l'idea che una persona omosessuale non può che votare a favore di quel versante politico. Dal momento che la sfera all'interno della quale i governi possono intervenire è enorme (in quanto liberale aggiungerei un bel "purtroppo") affermare che un gruppo di persone numericamente consistente dovrebbe votare in massa per una determinata coalizione solo ed esclusivamente sulla base del proprio orientamento sessuale tralasciando tutto il resto mi sembra francamente fuori luogo; ad esempio, come è naturale che sia, ci saranno omosessuali imprenditori o liberi professionisti che in tema di economia sono più vicini alle idee del centrodestra, così come ci saranno omosessuali che non hanno nulla contro la realizzazione della Tav piuttosto che sul raddoppio della base Usa di Vicenza, o che anzichè essere filo-cubani o filo-palestinesi simpatizzano per le ragioni di Israele... Immagino che qualuno potrebbe muovere alla mia analisi delle obiezioni... 1a obiezione: presumibilmente mi verrà risposto che per un omosessuale la questione dell'allargamento dei diritti è prioritaria su tutto il resto... Andiamo allora ad analizzare quali sono stati i provvedimenti concretamente adottati in favore delle coppie omosessuali da governi di centrodestra... Forse non tutti sanno che il primo Stato in assoluto a varare una legge in materia è stata la Danimarca nel 1989 (ben 10 anni prima della Francia) su inziativa di un governo di centrodestra, per la precisione del partito conservatore popolare; il terzo ed il quarto Paese a legiferare in tal senso sono stati la Svezia (1994) e l'Islanda (1995), entrambi governati dai conservatori; il quinto Paese è stato l'Olanda (1998) con il premier laburista Wim Kok, che però era alla guida di una coalizione eterogenea ampiamente trasversale, con liberali di destra e di sinistra; nel 1997 Rudolph Giuliani (attualmente in corsa per la nomination a candidato per le prossime presidenziali americane per conto del Partito Repubblicano) in qualità di sindaco di New York varò una legge che prevedeva una serie di benefici alle coppie dello stesso sesso che si fossero unite civilmente; in Spagna con una legge del 6 aprile del 2001 il Parlamento autonomo della regione di Valencia, governata dai Popolari di Aznar, ha riconosciuto i diritti delle coppie di fatto (sia eterosessuali che omosessuali). Parlando del caso francese è vero che i Pacs sono stati approvati nel 1999 da un governo di sinistra e che Sarkozy all'epoca era contrario, ma bisogna dire che nel tempo ha cambiato la propria opinione tanto che, come ho ricordato nel mio post che parlava della sua vittoria alle recenti elezioni presidenziali francesi, durante la campagna elettorale ha affermato: «Non nego la realtà e la legittimità dell’amore omosessuale. Non ha minore dignità dell’amore eterosessuale. Per le coppie omosessuali in Francia abbiamo i Pacs. Propongo di andare ancora più in là e creare un contratto di unione civile che garantisca la perfetta uguaglianza con le coppie sposate, per quanto concerne i diritti alla successione, fiscali e sociali». E comunque in quell'occasione esponenti del Rpr (ora Ump) votarono a favore dei Pacs, come ad esempio Roselyne Bachelot (ministro dell'ecologia dal 2002 al 2004, dal 2004 eurodeputata e dal 16 gennaio 2006 segretario generale aggiunto dell'Ump) o Jean-Jacque Aillagon (ministro della cultura dal 2002 al 2004 e dal 2004 consigliere regionale della Lorena), che tra l'altro si è distinto per la sua pubblica presa di posizione contro le persecuzioni che gli omosessuali subiscono in Egitto... Ecco ora invece una breve lista di politici di destra dichiaratamente omosessuali: Jean-Luc Romero (Ump), consigliere regionale dell'Ile de France (1998-2004 riconfermato nel 2004), favorevole ai pacs,impegnato in battaglie contro l'Aids e primo politico al mondo a dichiarare la propria sieropositività; Per-Kristian Foss, ministro norvegese delle finanze dal 2001 al 2005, uno tra i maggiori esponenti del partito cristiano-democratico; Guido Wersewelle, leader del Fdp, il partito liberale tedesco, che oggi in Germania fa opposizione "da destra" alla Grande Coalizione; Pim Fortuyn (1948-2002), politico olandese leader di un movimento di estrema destra (LPF) tragicamente assassinato. 2a obiezione: in Italia all'interno del centrosinistra le persone contrarie all'allargamento dei diritti sono numericamente assai inferiori rispetto a quanto avviene all'interno del centrodestra... Vero, comunque è un dato di fatto che i voti dei soli laici di centrosinistra non sono sufficienti, e personalmente non vedo nulla di male ad un accordo tra laici di centrodestra e laici di centrosinstra... Io sono un liberale che vota per il centrodestra, e ad esempio non vedo nulla di male nel governare con i conservatori sulla base della condivisione di idee simili in politica economica ed in politica estera e poi votare assieme alla sinistra su certe questioni eticamente sensibili (libertà di ricerca,eutanasia o pacs); l'importante è che i diritti vengano estesi al di là di chi li vota, giusto? Il centrodestra italiano è come quelli che ho descritto? Certamente no... Un centrodestra diverso è dunque impossibile? Un recente sondaggio dice che il 45% degli elettori di centrodestra è favorevole ai pacs... Questo dimostra che esiste uno "scollamento" tra elettori e leader partitici, che politici intelligenti ed accorti potrebbero cavalcare, e poi bisogna sottolineare che molti giovani che votano per il centrodestra hanno una mentalità aperta, per cui appena avverrà un minimo di ricambio generazionale molte posizioni inizieranno a cambiare... In considerazione di ciò... Un altro centrodestra è possibile? Sì, non è utopia, e ci sono molti Paesi dai quali possiamo prendere esempio.. In conclusione: la questione dei diritti non è nè di destra nè di sinistra, ma di tutti, e quindi trasversale! Gohan
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 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. Ma talmente cruciale da essere stato perseguito sin qui con uno sprezzo del voltafaccia da sfiorare la spregiudicatezza tattica propriamente detta. Prima sembrava che i fassiniani, tramite Giuliano Amato, volessero dialogare con Forza Italia e Alleanza Nazionale in vista di una convenzione bicamerale per la discussione di un sistema elettorale condiviso. Poi, allorché la prognosi infausta del Prodi-bis e il profilarsi del referendum ‘Guzzetta’ all’orizzonte hanno reso materialmente impraticabile quell’ipotesi, al Botteghino si sono ravveduti e hanno sposato il sistema proporzionale alla tedesca, l’unico in grado di contare sul sostegno della vastissima lobby trasversale dei nostalgici della Prima Repubblica. Una soluzione in grado di favorire l’avvento di alleanze “di nuovo conio” tra i democratici e l’Udc casiniana, tra l’altro. Solo che contro questo secondo disegno si è mosso con inaspettato machiavellismo Walter Veltroni in persona, prendendo pubblicamente posizione a sfavore di qualsiasi progetto neoproporzionalista. Per cui, calendario alla mano, il sindaco di Roma punta dritto verso il referendum bipartitico, ben sapendo che nella maggioranza tale prospettiva innescherebbe un cupio dissolvi capace (forse) di assestare il colpo di grazia all’esecutivo. E Prodi, con gli uomini del suo pretoriano – Arturo Parisi in testa – stretti a coorte sul fronte filoreferendario, non può certo schierarsi a favore dell’unica ipotesi che allungherebbe la sua vita di uomo politico: così facendo, il presidente del Consiglio perderebbe infatti l’appoggio dei suoi collaboratori più fidati. In un solo colpo da maestro, il futuro segretario del Pd riesce ad accelerare l’eutanasia di un governo la cui crescente impopolarità rischia di compromettere le magnifiche sorti della “nuova stagione” veltroniana e a garantire il predominio diessino sul nuovo soggetto politico. Con un Prodi ferito a morte, nemmeno la costituente più democristiana di questo mondo sarebbe in grado di respingere l’opa postcomunista sul nascituro contenitore democrat. Eppure anche in questo caso la scaltrezza del tattico dà l’impressione di occultare la pochezza dello stratega. Gli agiografi e i topi di biblioteca si sdilinquiscono per le effimere astuzie dei Rommel, ma le guerre si vincono con la solidità dei Montgomery. Se Veltroni gioca la carta delle convergenze parallele con la ex sinistra Dc, non fa che riprodurre lo schema consociativo responsabile della semaforica immobilità prodiana. I morotei da sempre triangolano con la sinistra antagonista, mentre i dorotei fanno da sponda alla sinistra riformista. Parliamo di un’evidenza storica che ha precisi riflessi sul piano della cultura politica: legandosi al cattolicesimo sociale di Parisi, per “W” sfuma la possibilità di arrangiare l’identità democratica in chiave liberalcentrista aprendo a Casini. Premesse non proprio incoraggianti, per una leadership che i trombettieri di regime dipingono da mane a sera come “rivoluzionaria” e “liberista” laddove a Veltroni, oltre al viatico di una vera battaglia di idee per l’investitura a segretario, mancano perfino i compagni di rupture. Ismael
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 Qualche giorno fa, mentre pranzavo alla mensa universitaria di Trento, ho affrontato una discussione molto accesa con i miei amici riguardo alla questione delle cosiddette "fonti energetiche rinnovabili". Dico "molto accesa" per usare un'espressione delicata, ma serebbe più corretto dire che mi sono incazzato mortalmente a causa delle opinioni di miei interlocutori. Tutto è partito da una discussione riguardante un fantomatico "motore ad aria", costruito da un inventore svizzero, il quale sarebbe stato immediatamente occultato dalle Sette Sorelle del petrolio attraverso un complotto internazionale. Questa cosa, lo ammetto, l'avevo già sentita altre volte con poche varianti. L'inventore era talvolta svizzero e tal'altra americano, così come qualcuno era arrivato ad ipotizzare che nel complotto fosse rimaso ucciso, ma il succo del racconto rimaneva lo stesso: esisteva una tecnologia, completamente ecologica ed economica, che avrebbe potuto liberare il mondo civilizzato dalla schiavitù del petrolio, ma i potenti cercavano di occultarla. Riporto questo racconto perchè lo considero paradigmatico di una certa mentalità provinciale che si sta consolidando intorno ai temi dell'ecologia, del surriscaldamento globale e dell'energia, ed essendo io particolarmente sensibile a tutte queste questioni, vi dirò che mi rattrista molto constatare la superficialità con la quale vengono affrontate. Pensate che circa la metà dei nostri concittadini crede fermamente nell'esistenza di un motore che si alimenta con sola acqua. Perfino Dario Fo, idolo degli ambientalisti chic, se ne va in trasmissione a Ballarò affermando che il motore a Idrogeno e quello "ad acqua" sono la stessa cosa, perchè l'Idrogeno sta nell'acqua (argomentazione demenziale almeno quanto il suo premio Nobel). Altri parlano di fotovoltaico, di eolico, di biocarburanti senza avere la minima cognizione scientifica ed economica per capire che non solo tali metodi sono già antieconomici, ma lo diverrebbero ancora di più se usati su grande scala. E per "antieconomici" intendo che, se dovessimo basare la nostra civiltà solo su di essi, la crisi del '29 ci apparirebbe, al confronto, un'età dell'oro. Credo che sia arrivato il momento di dire basta e di fare chiarezza, perchè è proprio questo genere di posizioni superficiali che danneggiano una seria politica dell'energia che tenga conto delle esigenze del progresso e dell'ambiente. Parlare di fotovoltaico, di eolico, di motori ad acqua o ad aria è fuorviante, e danneggia il nostro pianeta perchè rimanda di decenni un ripensamento pragmatico sul nostro sistema di aprovvigionamento energetico. Ciò che dobbiamo fare concretamente è ricominciare a parlare di nucleare. Non possiamo permettere che le paure irrazionali delle casalinghe in fatto di radioattività legittimino la prosecuzione di un sistema di produzione dell'energia che sta provocando danni irreparabili all'atmosfera. Ricordiamoci che le scorie nucleari si possono stoccare e isolare, mentre i gas nocivi prodotti dalla combustione del petrolio no. In attesa di una nuova era dell'umanità, nella quale sarà possibile contare sulla fusione, accontentiamoci della fissione, magari perfezionandola per limitare al minimo la produzione di scorie: è questa l'unica strada di affrancamento dalle Sette Sorelle, dall'inquinamento atmosferico e dall'altissimo costo di produzione dell'energia che grava oggi sul nostro sistema produttivo. Se il Movimento Arancione serve a qualcosa, io credo che dovremmo scendere in campo per combattere questa battaglia, contrastando la superficialità imperante anche a costo di diventare impopolari. Francesco Lorenzetti
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“Se il liberalismo difende la proprietà privata,non lo fa nell’interesse dei proprietari.Esso non vuole conservare la proprietà privataper il motivo che non potrebbe abolirlasenza ledere i diritti dei proprietari.Se esso ritenesse che l’abolizione della proprietà privataè utile nell’interesse della collettività, si batterebbeper la sua abolizione senza alcun riguardoper l’eventuale danno che ne deriverebbe ai proprietari” “Ai pochi che giudicano l’azione alla luce di norme superiori,e che esigono che anche nell’agire politicosi obbedisca all’imperativo categorico(«Agisci in modo che la massima della tua volontàpossa valere come principio di una legislazione universale, ovverosia che dal tentativo di pensare la tua azionecome legge osservata da tuttinon emerga alcuna contraddizione»), l’ideologia dei partiti di interessi non ha nulla da offrire” La sovrapposizione dei due virgolettati con cui apro queste brevi note lascia trasparire, in tutta la sua maestosità aporistica, l’involontario paralogismo che attraversa a capitoli alterni l’opera che il grande Von Mises dedicò all’idea politica liberale.Scritto nel 1927 – ossia durante il crepuscolo dell’umanità libera: la notte sarebbe calata di lì a poco –, Liberalismo nacque anche con l’intento di sfidare i trionfanti totalitarismi dell’epoca sul terreno della socialità. Altrimenti non si spiegherebbe il ripetuto richiamo dell’autore allo scivoloso concetto di “interesse collettivo” quale punto d’approdo del liberalismo applicato. Proprio da un contesto storico avido di ideologie competitive sotto il profilo del bene comune origina l’impasse teorica che emerge confrontando il lato “pubblicistico” del libro in esame con i suoi risvolti più strettamente analitici.Dopo un rapido inquadramento introduttivo, il saggio prende in considerazione i fondamenti della politica liberale. Essi, secondo l’asserto di Mises, consisterebbero nelle basi filosofiche gettate dai “padri nobili” dell’utilitarismo britannico, vale a dire David Hume, Jeremy Bentham e John Stuart Mill. Stando ai criteri illustrati nel primo capitolo, il liberalismo sarebbe dunque giusto perché “funziona”: oltre che nella prima delle due citazioni di cui sopra, questa tesi trova conferma nel passo in cui l’autore sostiene che, per dimostrare l’irrazionalità della schiavitù, esiste un solo argomento valido, “e cioè che il lavoro libero è incomparabilmente più produttivo del lavoro effettuato da chi non è libero”. Eppure l’inservibilità metodologica delle postulazioni utilitaristiche, improntate all’empirismo più radicale, si esplica nell’impossibilità di misurare concretamente il benessere individuale e di aggregare tale grandezza mediante sommatoria. La felicità, detto altrimenti, non è una funzione matematica. Senza contare che un’interpretazione rigorosamente soggettiva del principio utilitario – essendo il tornaconto sia la ratio del rispetto di una norma che la ratio della sua violazione – conduce all’anomia, mentre una sua declinazione oggettiva – puntando a massimizzare la somma delle singole utilità – porta al socialismo, ovvero ad anteporre il beneficio delle moltitudini alla felicità dei singoli. In appendice, non a caso Mises chiosa il pensiero di Stuart Mill definendolo “responsabile della disinvolta mescolanza di idee liberali e socialiste che ha portato alla decadenza del liberalismo inglese” e il suo artefice come il “più grande avvocato del socialismo”, al cui cospetto tutti gli altri autori socialisti “quasi scompaiono”. Possibile però che al capostipite della Scuola Austriaca sfuggisse l’influenza esercitata da Bentham su Mill e, precedentemente, da Hume su Bentham? Possibile, poi, che egli ignorasse l’alternativa etico-gnoseologica all’utilitarismo rappresentata dalla tardoscolastica di Salamanca o, per rimanere in più ravvicinato ambito britannico, dal giusnaturalismo lockiano?Nel secondo capitolo, dedicato alla politica economica liberale, Von Mises coglie il punto da un’angolazione diversa ma convergente. Analizzando i caratteri costitutivi dei diversi sistemi economici, l’autore osserva che “in un sistema economico integralmente socialista, [...] non potendo esserci proprietà privata dei mezzi di produzione, non c’è neanche un loro scambio sul mercato, e di conseguenza non possono esserci né prezzi monetari né calcolo monetario”. Un teorema di validità effettiva direttamente proporzionale alla durata dell’intervallo di tempo considerato: in una prospettiva utilitaristica, coerentemente vincolata alle scarse profondità cronologiche delle “preferenze immediate”, diventa addirittura impossibile effettuare un’analisi dinamica delle interazioni economiche. Ed è appunto nel breve termine che l’interventismo produce i suoi illusori risultati. Ecco allora che diventa necessario conferire solidi contenuti morali al concetto di felicità, specificando – come fa Mises stesso – che il liberalismo predica di sacrificarsi per tenere in piedi la società “ora” in vista di guadagni maggiori e permanenti “dopo”. Il comportamento razionale degli individui, in altre parole, si può presupporre solo dopo aver ipotizzato l’universale rispetto di capisaldi etici autoevidenti – perché necessari al funzionamento del sistema che sottendono: l’esigenza di un sistema di assiomi a priori nega quindi le premesse totalmente a posteriori dell’utilitarismo.Il terzo capitolo del libro verte sulla politica estera liberale. Debitore di una concezione “romantica” dei rapporti umani, secondo la quale gli uomini sarebbero naturalmente predisposti alla pacifica cooperazione, Von Mises afferma che non esiste “un’antitesi insuperabile tra gli interessi della nazione e quelli dell’umanità”. Poi, en passant, incappa nell’ennesima negazione implicita dell’utilitarismo ove sostiene che “si può parlare di vera autodeterminazione [nazionale, NdIs] solo se la decisione di ciascuno deriva dalla sua libera volontà e non dalla paura di rimetterci o dalla speranza di guadagnarci”. Infine fa professione di costruttivismo: “Il liberale [...] chiede che l’organizzazione statale trovi la sua prosecuzione e la sua conclusione in una unione politica paritetica di tutti gli Stati in uno Stato mondiale. [...] è per questo che chiede l’istituzione di tribunali e autorità al di sopra degli Stati che assicurino la pace internazionale”. Scadere nell’idealismo tecnocratico, per il quale le istituzioni storico-culturali si possono ricondurre a un piano predeterminato e “verticistico”, è a mio avviso un infortunio teorico madornale, da parte dell’autore comunemente ritenuto il portabandiera del pensiero razionale ma non razionalista. Davvero penosa e inacidita, poi, l’invettiva contro le presunte tare morali del popolo russo lanciata nell’ultimo paragrafo della sezione esteri, nel quale Mises arriva addirittura a sputacchiare su Dostoevskij e Tolstoj, apostrofando per giunta come “nevrastenici” i lettori dei due grandi romanzieri.Nel quarto capitolo, l’ultimo tra quelli “maggiori”, ad ogni modo la trattazione misesiana ha un colpo d’ala che, da solo, vale l’acquisto del saggio. Occupandosi del rapporto tra il liberalismo e i partiti politici, Mises, sebbene indulgendo nuovamente al candido ottimismo in base al quale un sistema “liberalizzato” darebbe luogo a un consesso di buoni samaritani privi di interessi corporativi, contesta alla radice il proposito dell’unità liberale. Liberale – cioè laico – dev’essere semmai il metodo che informa il sistema democratico, al fine di scongiurare la proliferazione di interessi particolari che contraddistingue la politica dei partiti mono-fidelizzati. Il liberalismo negherebbe se stesso, se si riunisse a sua volta in un partito d’interessi. Ecco perché, nei sistemi liberaldemocratici presi a campione dall’autore, “esistono [...] in fondo soltanto due partiti, quello che governa, e quello che vuole governare”. Parole tombali nei confronti di qualsiasi languore proporzionalista.Di un libro che, in fin dei conti, riepiloga il classico programma politico liberale – forse sorvolando un po’ troppo disinvoltamente sulla questione fiscale, a dire il vero – io trattengo la parte che fa capo al secondo dei due virgolettati d’apertura, quella che sposa un liberalesimo che funziona perché è giusto, non viceversa. L’altra, quella utilitarista, dopo essersi resa responsabile del tracollo novecentesco del liberalismo, mi appare logora e datata. Ismael
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