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 Indignazione, ecco cosa provo: la gogna mediatica ha fatto un'altra “vittima”. Sto parlando dell’omicidio di Garlasco. Questa volta il protagonista in negativo è Alberto Stasi. In maniera innocente mi domando: perché i giornalisti (ALCUNI, ma per quanto mi riguarda TROPPI) cercano di imporre le loro opinioni, le loro congetture, scegliendo di volta in volta la persona predestinata? Per inciso, il codice dei giornalisti lo vieterebbe (“il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo”). Nel caso di Garlasco subito i sospetti dell’omicidio si sono concentrati sul fidanzato della ragazza, e i giornalisti hanno iniziato un attacco frontale contro di lui. Ma proviamo a ragionare. Se il codice fosse stato rispettato, il giornalista avrebbe dovuto presentarci la notizia del fatto avvenuto il giorno stesso, per poi riprendere la notizia più avanti, anche a distanza di anni, riportandoci l’esito finale del processo. Ma secondo voi possono i nostri giornalisti (alcuni, sia chiaro) lasciarsi scappare l’occasione di far diventare una notizia, anche macabra, in una fiction, un telefilm, inducendo nel telespettatore la curiosità di vedere come andrà a finire? (e conoscendo le nostre lungaggini sia nelle indagini che nei processi è una notizia assicurata giornalmente per mesi). Ma i più attenti si rendono ben presto conto che notizie di questo tipo, dopo qualche giorno, prendono il sentore di forzature. L’oggetto delle informazioni diventa di volta in volta un particolare più insignificante, e ciò agisce psicologicamente sulla nostra testa che individua il colpevole in colui che loro hanno predeterminato. Ma perché lo fanno?! Non siamo in una dittatura totalitaria! Nel caso particolare di Garlasco, i giornalisti qualche giorno fa (trionfanti perché il loro lavoro di attacco sistematico ad Alberto aveva funzionato) hanno presentato come notizia sensazionale l’arresto di Alberto (in custodia cautelare, o perché giudicato ancora pericoloso o perché potrebbe avere la concreta possibilità di inquinare le prove (sì, dopo un mese!) perché la prova schiacciante era stata trovata. Voi direte: sarà stata trovata l’arma del delitto, impronte digitali o cose simili. Ma no, niente di tutto questo, bensì soltanto tracce di dna (non datate) sulla sua bici! Ma ci rendiamo conto? Non è ovvio che se uno va in bici può perdere delle gocce di sudore oppure può incidentalmente ferirsi lievemente con la catena, e perdere in conseguenza di tutto ciò piccole gocce di sangue (nel sangue e nel sudore c’è il dna)? Forse no… perché il giorno dopo il signor Stasi viene scarcerato, con le giustificazioni che ho appena fornito, e i giornalisti riportano la motivazione come una conclusione inaspettata! Roba da matti. Ma in che Paese viviamo? Me lo domando ogni giorno, nella speranza che qualcosa cambi, ma il Belpaese mi stupisce sempre più. Dov’è finito il loro codice deontologico che gli dovrebbe imporre di muoversi con cautela e di domandarsi “e se poi non è stato lui/lei?”. Non mi aspetto che conoscano il loro codice ma che almeno conoscano la nostra costituzione (Art. 27, comma 2 “L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”). Questa, cari signori, non è propriamente LIBERTA’... Y. F.
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 Pochi giorni dopo la presentazione del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ennesima pagliacciata mediatica per risollevarsi nei sondaggi, Giuliano Amato se ne esce oggi con una nuova proposta choc riguardante la spinosa questione della prostituzio ne. In sostanza, il ministro prodiano vorrebbe colpire i “frequentatori” con una multa recapitata a casa, nell’intento delatorio di sfasciare la famiglia del reprobo puttaniere. Ora, non c’è ombra di dubbio che tali metodi sarebbero di sicura efficacia deterrente nel caso in questione, poiché la maggior parte delle persone che frequentano le prostitute sono, secondo le statistiche, individui sposati e con figli. Ci sorge però un primo dubbio sul fatto che uno Stato di Diritto possa utilizzate tali metodi, i quali, sebbene siano stati immensamente utili ai più feroci regimi totalitari novecenteschi, appaiono oggi un po’ fuori moda, non fosse altro che per il fatto che le costituzioni occidentali non prevedono la possibilità di utilizzare le ritorsioni familiari come sanzione penale. Inoltre, c’è da considerare il fatto che un tale castigo violerebbe palesemente il principio di uguaglianza, dato che funzionerebbe soltanto per gli individui sposati o fidanzati. Un single, infatti, non avrebbe niente da temere dalla delazione dello Stato, a meno che nel disegno di legge non venga prevista una comunicazione aggiuntiva, “per conoscenza”, alla mamma o alla sorella dello scostumato. In tal caso allora sì, anche il single cercherebbe di evitare la multa, per non scendere nella stima della mamma o della sorella, figure notoriamente sensibili a notizie di tale specie. Ma il ragionamento sta diventando grottesco, perciò andiamo avanti. Cosa sia passato per la testa di Amato quando ha formulato questa proposta a noi non è dato sapere, ma possiamo azzardare l’ipotesi che tali cretinerie populiste siano, come accennato, il disperato tentativo di riacciuffare una quota importante di elettorato moderato sensibile ai temi della sicurezza. Credo che tali propositi, squisitamente tattico-politici, non siano da discutere su questo blog, ma possiamo cogliere l’occasione per lanciare un appello affinché l’argomento “prostituzione” venga urgentemente affrontato alla radice, poiché è bene ricordare che in questo caso la panacea esiste, e guarda caso è l’esatto opposto della repressione proposta dal Ministro: la liberalizzazione. Se ci pensiamo, la prostituzione non è una questione di sicurezza in senso stretto, o meglio non lo sarebbe se fosse permessa e regolamentata dallo Stato. Tutti i problemi che essa oggi si porta dietro (diffusione di patologie gravi, schiavitù, finanziamento della criminalità organizzata, evasione fiscale ecc.) sono generati proprio dall’ipocrisia del legislatore che ha confinato tale fattispecie in un limbo fra illiceità e tolleranza, per accontentare una parte (minoritaria) del paese che considera la legge un mezzo per affermare valori morali. Intendiamoci, anche chi scrive considera immorale la vendita del sesso, ma sarebbe un errore credere che possa esistere una soluzione legislativa consistente nel rendere difficile la vita agli operatori di quel “mercato”. Il mercato ci sarà sempre, perché sempre ci sarà un uomo che ha bisogno di pagare per avere una donna e una donna che se la sente di addivenire a questo scambio. Lo Stato non può estirparlo così come non può estirpare il desiderio sessuale degli individui, l’unica cosa che può fare è decidere se regolamentarlo o se lasciarlo nelle mani sporche di pochi gaglioffi. Facciamo, per una volta, una scelta liberale: chi non concepisce la prostituzione abbia il diritto di evitare quel mondo; chi ha voglia di fare quel mestiere liberamente lo faccia pagando le tasse e sottoponendosi a controlli medici; chi ha bisogno di pagare una donna abbia la possibilità di farlo senza sopportare il rischio di una roulette russa che si chiama HIV, il pubblico ludibrio e una multa per immoralità. A chi giova la situazione attuale? Se ci fosse un referendum, i primi a votare per mantenere le cose come stanno sarebbero i protettori, gli schiavisti e i malavitosi ad essi collegati. Riflettiamo su questo. Francesco Lorenzetti
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 Prima dell’esplosione della “Grillo-mania”, che ha inondato tg, giornali, blogs, ecc., si era sviluppato un interessante dibattito sulla collocazione “geografica” del liberismo. A “scatenare” questa discussione, è stata la pubblicazione del pamphlet “Il Liberismo è di Sinistra”, scritto dai professori Alesina e Giavazzi, già autori di “Goodbye, Europa”. Francesco Giavazzi, editorialista del “Corriere della Sera”, è da qualche tempo divenuto un “mètre a pensaire” di quella sinistra che vuole qualificarsi come liberale/liberista. Hanno cominciato i Radicali (che liberali e liberisti lo sono davvero, e infatti – come direbbe il Ministro Di Pietro – che c’azzeccano loro con la “Triade” Giordano-Pecoraro Scanio-Diliberto?!?), che nella campagna elettorale delle Politiche 2006 hanno lanciato come loro programma economico l’ “Agenda Giavazzi”, e a loro si sono accodati vari personaggi de “L’Unione”, che cercano disperatamente di “crearsi una verginità” liberale/liberista, sia per conquistare quella fetta “ondeggiante” di elettorato moderato, sia per non spaventare quella grande borghesia economica, che ha dato il suo importante “endorsement” alla compagine prodiana prima del voto. Ma, tralasciando questi “intrecci” (su cui magari torneremo più avanti), cosa si può rispondere a Giavazzi e Alesina? Beh, innanzitutto gioverebbe ricordare che il liberismo, senza scomodare Croce ed Einaudi, è intrinsecamente legato al liberalismo, ed entrambi traggono origine da quella che dovrebbe essere la stella polare di ogni uomo: la Libertà. Ora, penso appaia chiaro a tutti come, oggi più che mai, la Libertà e la Sinistra italiana siano in completa antitesi. Sul piano economico (cui applichiamo la “lente” del liberismo), questa Sinistra continua a inserire balzelli e nuove imposte, “strozzando” lo sviluppo del Paese. In ambito socio-politico (cui applichiamo invece la “lente” del liberalismo), l’occupazione “militaresca” della RAI, e lo spasmodico attaccamento al potere, sanno certo più di centralismo “democratico” di stampo stalinian-togliattiano, che di Libertà. E concludiamo con due casi in cui l’aspetto economico e quello socio-politico s’intrecciano in un “crossover comunista” che di liberale e liberista non ha proprio nulla. Il primo è la normativa introdotta dall’attuale Governo, per il pressoché totale controllo delle operazione bancarie dei cittadini. Una violazione delle libertà personali (ambito socio-politico), in quanto “i miei soldi li spendo come e quando voglio”, riferito alla sfera economica (i soldi, appunto). L’altro è il “caso-Speciale”, dove per difendere gli “oscuri” interessi di bottega (o meglio, del Bottegone…), si è interferito sulla carriera (vita) di un ufficiale della Guardia di Finanza (Speciale), con l’aggiunta dell’impunità garantita dalla magistratura compiacente… Ora, non so se Giavazzi abbia voluto, col suo pamphlet, ingraziarsi la “svolta liberale” (???) del nascente Partito Democratico, o giustificare la sua collocazione in quell’area; sta di fatto che, almeno questa volta, Giavazzi è andato contromano… Federico Zuliani
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 Il clamore suscitato dall’adunata piazzaiola convocata dal comico/tribuno Beppe Grillo restituisce al dibattito di massa il tema dell’etica politica. Altrimenti conosciuto come "questione morale", il malcostume sibaritico dei titolari di cariche elettive rappresenta un intrinseco problema dei sistemi democratici, notoriamente retti da temporanee "dittature della maggioranza". Per guadagnarsi il consenso necessario alla propria elezione, gli uomini politici hanno bisogno di ingenti risorse economiche. Come prevenire, allora, l’eventualità che la classe dirigente nel suo insieme sfrutti la leva legislativa per procacciarsi ingiustificati privilegi pecuniari? E dove collocare l’insofferenza – meglio nota come antipolitica – espressa dalla gente comune qualora una simile condotta diventi pratica corrente? A qualche giorno di distanza dal dibattito sul posizionamento cardinale del liberismo, sorge nuovamente il dilemma di ripartire ideologicamente una problematica apparentemente "neutra". Detto altrimenti: la moralità delle figure pubbliche è di destra o di sinistra? Mentre però la politica economica liberale instilla il dubbio poiché, sebbene adottata dai due schieramenti in virtù di motivazioni opposte (in estrema sintesi, per la sinistra è giusta in quanto funziona laddove secondo la destra funziona perché è giusta), essa ha ricadute pratiche tendenzialmente invarianti, nel caso dell’etica politica si assiste a una marcata distinzione binaria anche in concreto. Per una destra coerentemente libera(ta) da scorie socialiste, infatti, è "giusto" rimettere il giudizio sulla moralità dei candidati alla coscienza dei singoli elettori senza clausole restrittive (ovvero espropriative) di sorta. A una sinistra inevitabilmente debitrice dell’assunto utilitarista per cui il beneficio dei "molti" val bene il costo dei "pochi", invece, non può andare bene l’impostazione liberoscambista di cui sopra, che ha spesso dimostrato di "funzionare" ben poco in relazione al fine di purificare l’esercizio della rappresentanza. Di qui l’inveterato uso di subordinare la sostanza morale dei problemi alla forma legale della loro soluzione: se la tal pratica è permessa dalla legge, allora è giusta; se è vietata, diventa automaticamente sbagliata. Da bravo ripetitore di esprit jacobin, Grillo ritiene abbastanza esplicitamente che sia la legge a dover creare moralità e costume: come al solito, è un’inversione di cause ed effetti a dislocare l’appartenenza ideologica di un proposito politico. Comunque sia, anche il ducetto ligure dovrà avvolgere la sua retorica in un involucro di divieti. Quali? Uno è quello di presentarsi alle elezioni politiche per i condannati in primo grado: una mostruosità tale da conferire alla corporazione italiana dei magistrati il potere di "confermazione passiva" del suffragio popolare. Credo che dire "incostituzionale" sarebbe ancora poco. Un altro prevede di porre un limite massimo di due mandati ai parlamentari: il risultato sarebbe solamente una paurosa accentuazione dello scarso orizzonte temporale che contraddistingue l’azione di soggetti interessati principalmente a essere rieletti ogni quattro-cinque anni. Il terzo e ultimo consiste nella reintroduzione della preferenza ai candidati, con relativo ripristino del mercato bovino da parte dei "padroni dei voti" di democristiana memoria. A poco o nulla vale peraltro opporre – quale esempio di ferrea intransigenza etica di marca tutta liberale – il contesto americano, nel quale è l’elettorato a respingere spontaneamente le personalità dal discutibile quadro biografico. Eppure, a lato della sbornia giustizialista denominata "grillismo", vanno fatte anche considerazioni di natura storica e comparativa. Partiamo dalle seconde: ogniqualvolta si riscontri l’irresistibile ascesa di personaggi capaci di cavalcare mediaticamente il malcontento popolare verso la "casta" politica, scatta il riflesso condizionato del paragone con Silvio Berlusconi e il movimento d’opinione da lui fondato nel ‘94. Tale raffronto sconta la grave superficialità insita nell’attribuire le alterne fortune di Forza Italia esclusivamente alle doti di "grande comunicatore" del Cavaliere, con il risultato di vedere nell’informatica di massa un mezzo per dare simili opportunità di proselitismo a qualunque valido promotore di sé – sia esso un Adinolfi, un Capezzone o, per l’appunto, un Grillo. Si tratta più o meno dello stesso infantile materialismo secondo il quale, grazie ai sofisticati rilievi effettuati dalla moderna polizia scientifica, non dovrebbero più esserci "delitti irrisolti". Invece in politica – come in ogni altro ambito dell’agire umano – talenti come il carisma personale, la capacità critica, la persuasività e la credibilità fanno ancora la differenza. Internet rende "solo" possibile trasmetterli più rapidamente che con il megafono, ma non li infonde a chi non li possiede e/o non li sa sviluppare. Pare inoltre che il Beppe nazionale intenda apporre il suo "bollino di garanzia" a tutti coloro i quali domanderanno di candidarsi nelle sue liste civiche. I miei migliori auguri: non appena Berlusconi ebbe compreso quale enorme volume di denaro e grado di ramificazione territoriale richiedesse un simile livello di "capillarità", optò per un agile (ed economico) partito-fisarmonica all’americana. Della serie: alle politiche votate per me "in persona", alle amministrative vi arrangiate e capitalizzate il marchio di fabbrica come vi pare. Non meno interesse desta poi l’evidente similitudine tra grillismo e fascismo. La portata dei due fenomeni resta sideralmente lontana, beninteso, ma nello stesso senso in cui differiscono il metano e il benzene: composti di diversa pericolosità ottenuti dai medesimi costituenti elementari. Ossia la discesa in piazza del disagio popolare, le risposte sbrigative e restrittive al problema della cagionevole "salute politica" di una nazione, la delega di cospicui poteri decisionali ad autorità di tipo corporativo. Proprio dal ventennio mussoliniano prende origine il basso profilo (morale, intellettuale, progettuale) della classe dirigente italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Ultimo tentativo – autoritario – di mettere l’ottimità borghese ai posti di comando, il suo epilogo nel sangue dissuase definitivamente il ceto professionale e imprenditoriale dall’assumersi responsabilità politiche dirette. Regalando all’Italia la coazione a ripetere lo stanco rituale di adorazione del Salvatore di turno, abile a millantarsi facilmente in grado di formare e proporre team di "ottimati" con un colpo di bacchetta magica. La malattia infantile della nostra vita politica è tutta qui: demandare integralmente la moralità di una scelta alla Legge o alla Provvidenza, anziché all’incontro tra noi stessi e le leggi o le provvidenze che ci circondano. Ismael
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 di Francesco Lorenzetti Qualche giorno fa, ho avuto un bellissimo incontro con dei ragazzi molto giovani che sono venuti a presentarsi per fare politica. La cosa mi ha fatto molto piacere, ma mi ha anche stupito perché è raro che ci si interessi di politica alla loro età, così ho domandato loro cosa li avesse spinti a venire da me. La risposta, curiosamente, è stata molto semplice e diretta. Mi hanno raccontato il caso dei loro fratelli più grandi, che dopo essere stati rifiutati presso le facoltà universitarie che avevano scelto, per colpa di un esame di ammissione molto selettivo, erano stati costretti, obtorto collo, ad optare per una università differente. Avrebbero voluto diventare medici, odontoiatri, architetti... e invece uno stupido test a crocette, simile a quelli che solitamente si trovano sulla “Settimana Enigmistica”, aveva deciso che questo non sarebbe mai accaduto. Su questo fatto i ragazzi che ho conosciuto avevano un’opinione molto precisa: non era giusto, e visto che solo la politica era responsabile di questa grande ingiustizia, avrebbero cercato di fare il possibile in quel campo per cambiare le cose.
Ho ammirato molto la loro determinazione, che mi ha dato anche lo spunto per scrivere queste poche righe affrontando il problema della restrizione della concorrenza attraverso la limitazione degli accessi universitari. Tale meccanismo è, secondo la mia opinione, un crimine terribile ai danni dei giovani, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, nonché un esempio paradigmatico della mentalità burocratica, corporativa ed antimercatista della società italiana. Il fatto che un burocrate e la sua penna rossa abbiano un potere di veto sulle nostre personali scelte di vita è una vergogna senza giustificazioni.
I sostenitori di tale sistema affermano che una selezione (la chiamano così per evocare una parvenza di meritocrazia, anche se con questa non ha nulla a che vedere) sarebbe necessaria per evitare che il mercato venga “saturato” da una moltitudine di nuovi professionisti che, di conseguenza, non troverebbero lavoro. Ma chi afferma ciò o è in mala fede o (ab sit iniuria verbo) è un ignorante, giacché basterebbe aver presente uno schemino striminzito sulle curve di domanda e offerta per capire che non esiste possibilità concreta che una professione “si saturi” o che troppi laureati creino automaticamente disoccupazione. In un mercato libero, ciascuno deve avere la possibilità di accedere alla professione, e dato che gli individui sono mediamente capaci di attuare il calcolo economico, saranno loro a decidere se fare ciò sia conveniente o meno, a seconda del margine di profitto che la professione offre, del numero di concorrenti, della gravosità dell’impegno lavorativo, ecc. Inoltre, anche se un laureato (poniamo l’esempio) in odontoiatria dovesse accorgersi, dopo l’università, che in quel momento non è conveniente per lui aprire uno studio, egli potrebbe sempre trovare un altro modo per far fruttare la sua laurea, ad esempio diventando imprenditore e costruendo strumenti da dentista, oppure dedicandosi all’odontotecnica ecc. (il che, me lo si consenta, è sempre meglio che costringerlo a lavorare in un campo completamente avulso dai suoi interessi). Le possibilità di lavoro in un mercato libero sono infinite, e dipendono unicamente dal talento e dalla buona volontà dei suoi operatori. Non è vero che occorra “regolare” il numero di laureati in base ad una supposta domanda delle loro prestazioni lavorative, perché il calcolo di tale domanda è impossibile, e chi si vuole dedicare alla sua quantificazione non può che pervenire ad un risultato distorto e fazioso.
Mi dispiace ricordarlo, ma l’attuale sistema evoca alla mente gli esperimenti di programmazione economica portati avanti nei paesi comunisti alcuni decenni fa, i quali diedero in termini di benessere ed efficienza i peggiori risultati economici della storia dell’uomo moderno. Perciò non vengano, i capetti delle corporazioni, a raccontarci la favoletta che i test di ammissione hanno una funzione d’interesse pubblico, perché causa patrocinio non bona, peior erit.
Uno Stato in cui un giovane non è libero di scegliersi un mestiere, e che non permette ad uno studente volenteroso di curare la sua formazione in base alle sue attitudini, è uno Stato decadente, oligarchico, oppressivo. Ma se non facciamo come quei ragazzi di cui parlavo prima, e se non cominciamo ad indignarci, rifiutando che ci vengano messi i piedi in faccia, allora ci meritiamo di essere trattati così, perché non possiamo pensare che qualcuno tenga alla nostra libertà più di noi stessi, e che si muova per difenderla mentre noi rimaniamo inerti e rassegnati.
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