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 di Ismael
“Chiunque può dare la propria definizione di libertà,
ma se vuole che sia accettata deve produrre argomenti convincenti. Tuttavia il problema non riguarda solo la definizione di libertà, bensì ogni tipo di definizione. È un merito indubbio della filosofia analitica contemporanea aver sottolineato l’importanza della questione. Quindi, per analizzare la libertà, l’impostazione filosofica deve essere combinata a quella economica, politica e giuridica”
Guardandosi con circospezione dalle sistemazioni teoriche strutturate, da circa due secoli a questa parte sospettate di generare ideologie a vario titolo interventiste, molto pensiero liberale odierno vezzeggia un castrante pregiudizio antifilosofico. La formazione specifica di numerosi “venerati maestri” del liberalismo postmoderno, nati quasi tutti economisti, non poteva che assecondare i tratti qualificanti dell’ubbia suddetta, abbracciando di fatto la tecnocrazia quale percorso speculativo obbligato di teorie politiche modellate in base a variabili di tipo esclusivamente quantitativo. Come se non bastasse, le poche eccezioni a questo stato di cose sono rappresentate da campioni dell’idealismo (Croce) e/o del giuspositivismo (Kelsen), cioè da illustri sostenitori di opzioni culturali sostanzialmente “nemiche” del liberalesimo classico. Bruno Leoni – sardo per genealogia, anconetano per nascita e torinese d’adozione – fu forse l’unico accademico liberale italiano del Novecento a coniugare una grande competenza in filosofia analitica e logica formale con il netto rifiuto di ogni prospettiva positivista in diritto. Tanto che i suoi quasi trent’anni di dimenticatoio in patria (fu solo nel 1994, infatti, che Raimondo Cubeddu tradusse Freedom and the law nella lingua di Dante) suscitano più di un cattivo pensiero. Comunque sia, in questo suo acclamato capolavoro Leoni espone con dovizia di argomenti l’intuizione giusfilosofica che l’ha reso celebre, senza dubbio classificabile come un vero e proprio “liberismo giuridico”. Nella visione leoniana, che recupera l’impostazione induttiva dei giureconsulti di Roma antica e della common law anglosassone, “il diritto è qualcosa da scoprire piuttosto che da decretare e [...] nessuno è così potente nella società da essere in posizione di identificare la sua propria volontà con la legge del paese”. Il brocardo latino dice lex scripta, lex tradita: è stato solo con l’avvento dello stato moderno e dei suoi meccanismi decisionali estensivi che le aree semantiche di parole come diritto e legislazione, così come quelle di regola e legge, hanno finito per confondersi. Sono ormai due secoli che la tradizionale gerarchia di formazione del diritto consuetudinario, individuata dal gradiente procedurale che mette in fila convenzioni private, arbitrati, corti ordinarie e corti supreme, è stata soppiantata dallo strapotere dell’inflazione legislativa, laddove in passato i testi di legge servivano solamente a compendiare i costumi giurisprudenziali maggiormente consolidati. E colpisce notare che “gli stessi economisti che sostengono attualmente il mercato libero non sembrano curarsi di considerare se un libero mercato possa veramente durare entro un ordinamento giuridico incentrato sulla legislazione”, mentre invece tra dirigismo economico e positivismo giuridico sussiste uno stretto nesso di causalità. Ma perché preferire il responso di giudici e causidici all’operato dei legislatori elettivi? Essenzialmente per tre motivi: “In primo luogo, i giudici, o gli avvocati, o altri in posizioni simili, possono intervenire solo quando ne sono richiesti dagli interessati, e la loro decisione è raggiunta e resa efficace, almeno nelle questioni civili, solo con una continua collaborazione delle parti stesse ed entro i suoi limiti. In secondo luogo, la decisione del giudice può essere efficace principalmente nei confronti delle parti in causa, solo occasionalmente per i terzi, e praticamente mai per persone che non hanno nessun rapporto con le parti interessate. In terzo luogo, tali decisioni da parte di giudici e avvocati si raggiungono molto raramente senza riferimento alle decisioni di altri giudici e avvocati in casi simili, e perciò vengono prese con la collaborazione indiretta di tutte le parti in causa, sia passate che presenti”. Evolvendo tramite la costante interazione giudiziaria di attori convenuti di propria volontà, il processo di formazione del diritto viene restituito all’ambito della comunicazione intersoggettiva, ri-assume cioè il carattere di lingua viva. Nell’analogia tra diritto libertario e linguaggio Leoni isola un formidabile spunto di riflessione: designando la “messa in opera” di una regola comportamentale risalente, la legge scritta ne diventa l’inganno metaforico, proprio come accade nella concreta disponibilità di significanti e significati, che non implica mai la piena identità dei due insiemi. Perciò codificare il diritto equivale almeno parzialmente a scrivere dal linguaggio come se non si fosse anche del linguaggio, com’è del resto nelle corde ideologiche del riformismo (anche e soprattutto di stampo liberale, purtroppo). Soffermandosi sulla differenza tra definizioni stipulative – che inquadrano il senso che l’autore della definizione stessa decide di adottare per una determinata parola – e lessicali – che si riferiscono al significato attribuitole nell’uso corrente –, l’autore realizza che è impossibile delineare i sensi figurati di concetti come “libertà” ricorrendo a una sola delle due formulazioni. Perché è possibile stipulare “che il nero sia chiamato «bianco» e il bianco «nero», ma non [lo è] fare stipulazioni sulle esperienze sensoriali effettive che comunichiamo e a cui diamo arbitrariamente il nome «bianco» o «nero». Una stipulazione è possibile e anche utile nella misura in cui c’è un fattore comune che determina la riuscita della comunicazione”. A ogni concetto di norma associato a quel “fattore comune” va dunque abbinata una legge normativa del concetto medesimo. Essa si rinviene comodamente nell’uso comune; nel particolare caso dell’idea di libertà, ciò significa distillare un significato del termine capace di mettere d’accordo il maggior numero di persone possibile. L’evidenza empirica dimostra che solo l’accezione negativa della parola in questione fa alla bisogna: detto altrimenti, “si è «liberi» se si è in grado, in qualche modo, di costringere altri ad astenersi dal costringere noi sotto qualche aspetto”. Per un diritto finalizzato alla salvaguardia della “libertà” così descritta valgono identiche considerazioni. L’ordine della legge, affinato attraverso una revisione continua, emerge quindi dalla legge dell’ordine, proprio come le parole sono in prima istanza conseguenza delle cose. In questo senso, il significato dei termini dilegua nelle stipulazioni inutilmente arbitrarie allo stesso modo in cui la certezza delle regole si parcellizza a causa dell’inflazione di leggi minuziosamente articolate. Infatti, più “intenso e accelerato è il processo di legislazione, più incerta sarà la durata nel tempo delle leggi in vigore al momento”. A questo proposito, non mi stupirebbe affatto sapere che a Leoni erano familiari gli sviluppi di logica e sistemistica più al passo con i suoi tempi. Nella critica che muove all’ipercorrettismo normativo, egli denuncia apertamente l’impossibilità del connubio tra coerenza – garantita dalla legge comune – e completezza – pietra filosofale della legislazione scritta – rispetto alle premesse assiomatiche dei sistemi politici fondati sulla libertà. Una consapevolezza che lascia trasparire più di un punto di contatto con l’indecidibilità teorizzata da Kurt Gödel. Nell’ottavo capitolo del libro, poi, la propensione per l’individualismo metodologico è giustificata con grande eleganza: “secondo le idee liberali, è necessario accettare solo pochi punti generali per fondare e sviluppare un ordinamento liberale, perché appartiene alla stessa natura di tale sistema lasciare che la gente lavori come crede meglio, purché non interferisca coll’analogo lavoro altrui”. La lucida critica al mito democratico della “rappresentanza” come motore di equità legislativa completa un quadro argomentativo arguto e solidissimo. Per paradossale che possa sembrare, è solo con il suffragio universale che le assemblee elettive hanno cessato di aver riguardo per la volontà popolare, poiché “pantografare” le esigenze di blocchi sociali tanto vasti quanto variegati è materialmente impossibile. Sulla conseguente erosione del contenuto a tutto vantaggio dei contenitori R.T. McKenzie, ripreso da Leoni, anticipò la modernità: “è realistico sostenere che l’essenza del processo democratico è la competizione libera per la leadership politica”. E ancora: “il ruolo essenziale dell’elettorato non è decidere su linee di condotta specifiche, ma decidere quale di due o più gruppi concorrenti di leader potenziali dovrà prendere le decisioni”. Riflessioni che precorrono le vuote operazioni d’immagine lanciate dai Sarkozy, dalle Royal, dai Cameron e dalle Clinton, e da tutti gli altri politici che – complici la spettacolarizzazione e la stringatezza verbale indotte dai media “visivi” – mascherano la pura e semplice corsa al potere da ecumenismo onnicomprensivo. Nel passato, invece, i rappresentanti curavano con severità gli interessi dei loro mandanti, ancorché su presupposti nominalmente elitari o aristocratici. Ma se il suffragio ristretto è divenuto antistorico, una soluzione all’impasse rappresentativa può essere la “riduzione del numero degli ambiti per i quali le persone devono essere rappresentate”, che comporta “un aumento del numero delle sfere nelle quali la gente può decidere liberamente e individualmente senza essere affatto «rappresentata»”. Il già citato ottavo capitolo, infine, contiene acutissime note sulla soggettività della “costrizione” e del “danno”. Molto contestate da Murray Rothbard (vedi link sottostante), il quale elude il problema sostituendo al concetto di “danno” quello, altrettanto vago, di “violenza”, tali considerazioni sottolineano in effetti l’incertezza dei confini che delimitano il distretto di libertà individuale abitato da ciascuno di noi. Sarebbe stato paradossale, da parte del teorico del diritto come work in progress, banalizzare l’idea di “offesa personale” come facilmente stipulabile dopo avere a lungo spiegato come ogni vertenza processuale, in realtà, si possa quasi vedere come un’indagine squisitamente grammaticale sull’applicabilità del concetto di “costrizione” alla casistica dettata dalla contingenza. Volume imprescindibile per i seguaci del liberalismo e caldamente consigliato a tutti gli altri: quarant’anni dopo la sua prematura scomparsa, a questo maestro di libertà può andare solo il mio inchino deferente.
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 di Francesco Lorenzetti La prima volta che vidi l'ultimo Star Wars (la vendetta dei Sith) non notai appieno alcune sfumature politiche che mi sono invece apparse più chiare qualche giorno fa sotto l'effetto di alcuni bicchieri di Amarone classico della Valpolicella. Prima di tutto, mi è sembrato lampante il riferimento alla filosofia gnostica, anche se George Lucas ha dichiarato di non averla mai sentita nominare. Ma cosa sono gli Jedi, in fondo, se non una setta mistica che si tramanda una dottrina nettamente dualistica? Essi sono proprio una metafora di quei pensatori che tanto hanno influenzato la modernità nel mondo occidentale, che si è sempre fondata su due concetti per l'appunto 'gnostici': la separazione netta fra Dio e il mondo, e la tecnica come strumento di dominio sulla natura. Al posto della tecnica, gli Jedi tramandano una capacità chiamata "Forza", ma il concetto è lo stesso: pur non potendo conoscere lo Spirito, che è completamente trascendente, essi possono dominare la natura con una forma superiore di conoscenza. Anche i Sith si basano sugli stessi presupposti e sono dotati della stessa Conoscenza mitica, ma essi rappresentano l'aspetto deteriore dello gnosticismo, che nella filosofia occidentale è stato perfettamente incarnato da Nietzsche: se il Principio è trascendente, allora la Giustizia esiste solo nelle coscenze degli individui. Questo porta ad un radicale relativismo che sfocia nel nichilismo: Dio è solo dentro di me, perciò io lo posso uccidere. E quando l'avrò fatto, io sarò Dio, e attraverso la mia Potenza imporrò agli altri il mio modo di essere. Il relativismo emerge, ad esempio, quando Anakin accusa gli Jedi di agire per proprio tornatonto alle sue spalle ("Dal mio punto di vista, Voi siete il male!" grida al suo maestro durante l'ultimo duello "E allora sei dannato" è la risposta). E quando lui giura fedeltà all'imperatore, già pensa al momento in cui lo sostituirà: il momento in cui lui sarà come un Dio, e avrà il potere di dominare la Vita e la Morte e di decidere cosa sia la Giustizia. Ecco, dunque, perchè ritengo che gli Jedi incarnino il lato più positivo dello gnosticismo, quello, per intenderci, che ha fatto tesoro delle influenze classiche e cristiane, mentre i Sith ne rappresentano la degenerazione totalitaria, che si basa sulla "volontà di potenza" come unica via per rapportarsi con gli altri, assolutizzando il proprio io. Ma l'aspetto più importante da notare è, a mio avviso, che totalitarismo e liberalismo (nelle loro rispettive trasfigurazioni narrative) non sono presentati come teoreticamente contrapposti in modo radicale. E Anakin ne è la prova: egli passerà, infatti, al Lato Oscuro spinto da una niciana 'volontà di potenza', con l'obiettivo di salvare la vita alla moglie. Ma sappiamo che, alla fine della saga, egli tornerà sui suoi passi con un grandioso gesto di redenzione, dopo aver compreso la fallacia della posizione 'superomistica'. Questo dimostra che il "lato oscuro" non è semplicisticamente "il male", ma piuttosto una zona in cui si finisce se ci si rifiuta di sentirsi parte di un tutto, un Principio o una Forza universale che è inevitabilmente più forte dei singoli individui. E questa Forza, o Principio, non si trova solo dentro di noi, ma ci attraversa e ci domina senza che noi ne possiamo disporre. Un richiamo alla Lex Naturalis? Chissà. Nel mondo dei dilettanti, tutto è possibile. Che la Forza sia con voi.
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 In questi giorni di polemica per il centrodestra, è chiaro che i giornali "d'area" si siano lanciati in disamine e "speciali" vari. Nel marasma di opinioni, commenti, suggestioni e ragionamenti vari, c'è stato un articolo che ha suscitato la mia attenzione più di tanti altri. Lo riporto qui integralmente, non per avviare chissà quale discussione sul ruolo di questa o quella forza politica, o per orientare partiticamente il Movimento. Bensì, perchè viene tirato in ballo un "parente stretto" del "nostro" liberalismo: il libertarismo. Non nascondo che la mia attenzione sia stata attirata dal fatto che l'autore sia Giordano Bruno Guerri, colui che fin dal primo numero de "L'Indipendente", ho adottato come una sorta di "maestro". E, all'interno del Movimento Arancione, so di non essere il solo...buona lettura!
Dove va An? Io proprio non lo so, ammesso che qualcuno lo sappia, anche al suo interno. So però dove non può andare, per non perdere ogni identità. Non può andare verso il centro degli ex Dc, dove diventerebbe una corrente - più o meno vasta - della destra democristiana. Non può rincorrere i gruppi, vecchi e nuovi, che si sono formati alla sua destra, dove si troverebbe in una impensabile posizione pre-Fiuggi. Potrebbe, certo, confluire nel Partito (o Popolo) della Libertà, ma è un’ipotesi scartata a priori dal suo gruppo dirigente o - almeno - da Gianfranco Fini. Il problema di An è dunque, prima di tutto, darsi un’identità che la distingua dal polpettone degli ex dc, dalla destra massimalista e dal nuovo partito di Silvio Berlusconi.Non condivido il pessimismo totale manifestato da Stenio Solinas su queste pagine. An ha espresso uomini che si sono dimostrati capaci di governare e di cambiare. E la fondazione Fare Futuro sembra la prova della volontà di guardare in avanti, piuttosto che indietro. Già nel luglio del 2006 Fini dette alcune indicazioni sulla svolta da dare al suo partito: il quale doveva trovare un suo punto di convergenza «tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista»; doveva essere capace di «rappresentare un’area vasta e plurale di culture e sensibilità diverse»; doveva pensare «al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore»; infatti, aggiunse, c’è nella destra «un’identità più profonda e quindi un senso etico della vita, spirituale o anche religioso». Tutte belle cose, certo, ma che non hanno avuto ancora modo di concretizzarsi, speriamo solo a causa delle contingenze politiche. E che, comunque, non identificano in modo abbastanza netto un partito che non può, pena una crisi fatale, scendere sotto la soglia del 10 per cento.Semplificando, mi sembra siano due le aree politiche e culturali ancora sgombre che An potrebbe occupare. Una è quella della destra libertaria americana, per la quale mi batto - inascoltatissimo - da anni. Se sono inascoltato un motivo c’è, e evidentemente ho torto: l’elettorato di An e la sua classe dirigente non sono né pronti né intenzionati a compiere il gran salto che li porterebbe dalla destra più antica, quella postfascista, a quella libertaria. Per la crescita di questa destra nuova bisognerà far crescere, come una pianta di serra, i Radicali Liberali di Benedetto Della Vedova, sperando che ricevano altra linfa dal ritrovato Daniele Capezzone e dai pannelliani che dovessero seguire il suo esempio. Allora rimane soltanto lo spazio per un partito modernamente conservatore. Attentissimo, cioè, a delineare i confini fra un conservatorismo aperto ai cambiamenti della società e quello perdente e dannoso di chi pensa che solo il vecchio è buono. Un sano conservatorismo sarebbe, per esempio, difendere l’identità italiana dall’omologazione europea: uno spazio di manovra ancora vergine nella nostra politica. Che la discussione si apra!
Federico Zuliani
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 di Federico Zuliani Si avvicina il momento della visita del Dalai Lama, massima autorità politico-spirituale tibetana, in Italia. Tra qualche imbarazzo, perchè indespettire la Cina fa sempre paura, ma soprattutto col grande impegno dei nostri amici Riformatori Liberali (attraverso l'Intergruppo Parlamentare per il Tibet) perchè il leader buddista possa parlare alla Camera dei Deputati. C'è chi si oppone, sostenendo che si tratti di un'ingerenza religiosa (ecco la risposta ineccepibile di Benedetto Della Vedova), ma giova ricordare che siffatto onore fu concesso nella scorsa legislatura a Papa Giovanni Paolo II. E diciamolo, senza peli sulla lingua, è sicuramente più passibile d'ingerenza, almeno in Italia, un papa, che un monaco buddista... Finalmente qualcuno ha il coraggio di prendere una presa di posizione forte in favore del Tibet, cancellato dall'occupazione militare della Cina comunista (altro che occupazione americana dell'Iraq!), e ricordato solo per qualche puntatina hollywoodiana sulle cime dell'Hymalaya. Per fortuna, pur nella loro tragedia, ci hanno pensato i monaci birmani ad attirare l'attenzione dei media sul bistrattato popolo buddista. E pure, mi si permetta, le vite tibetane valgono quanto quelle dei cristiani convertiti di Timor Est, per i quali ci son state fior di mobilitazioni vaticane, in parallelo col silenzio d'Oltretevere verso il massacro del musulmano popolo ceceno. Va di moda fare le pulci a questo o a quel politico o partito, per decifrarne il tasso di laicità, o si grida "Vaticano Talebano", ma non ci si rende conto che il problema non è il Ruini di turno che dice la sua su questo o quel tema, ma il fatto che vi siano politici e partiti che da quest'ultimo si fanno dettare la linea politica. La corsa al consenso della tonaca è un film che si ripete ad ogni elezione, nel centrodestra e nel centrosinistra. E la convinzione che questa corsa vada fatta si è rafforzata col fallimento del referendum sulla fecondazione assistita. Fallimento che, invece, non è dovuto alla campagna elettorale della CEI, bensì al fatto che l'impostazione data da chi il referendum l'ha voluto, non abbia saputo "scaldare i cuori" degli elettori. Idem quando si riuscì nell'impresa di convincere la gente a far fallire un REFERENDUM CHE DIMINUIVA IL NUMERO DEI PARLAMENTARI. Poi però si popola il "V-Day", si legge "La Casta" anche al gabinetto e si grida più forte che mai "piove, Governo ladro!". A proposito di "Casta", due considerazioni: 1) Quanti scoprono come l'acqua calda col libro di Stella, dovrebbero forse sapere che sprechi e privilegi erano stati già ampiamente denunciati dai volumi del liberale Raffaele Costa, "L'Italia degli Sprechi" e "L'Italia dei Privilegi", entrambi editi da Mondadori. 2) Stella, noto fustigatore del "malcostume italico" dalle pagine del "Corriere della Sera", fa a sua volta parte di una vera e propria "casta", quella dei giornalisti. Ma di questo e dell'inutilità di molti albi professionali, parleremo prossimamente...
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 di Ismael Per riscattare l’opera di Antonio Rosmini dalla denigratoria esegesi fattane dai gesuiti ci sono voluti appena centocinquant’anni. La beatificazione del prete-filosofo roveretano, celebrata Domenica scorsa, avvia infatti a conclusione una lunga serie di controversie nota come “questione rosminiana”. La messa all’Indice delle Cinque piaghe della santa Chiesa (1849) si risolse con la completa riabilitazione dell’autore sancita dal decreto Dimittantur (1854), ma il casuismo gesuitico colpisce anche in contumacia post mortem: con l’emanazione del Post Obitum (1888), il Sant’Uffizio si riservò un’ultima parola di condanna nei confronti del sacerdote trentino. Nello specifico, vennero messe alla berlina e sottoposte alla consueta ermeneutica tendenziosa quaranta proposizioni rosminiane, tratte in massima parte dalla Teosofia. Le accuse non mancarono certo di inventiva: quelle di panteismo e di ontologismo furono le più gettonate. Solo nel 1998, quando nella Fides et Ratio Giovanni Paolo II ha incluso Rosmini tra i “maestri del pensare cristiano”, l’odissea postuma di questo “venerabile servo di Dio” si è davvero potuta incamminare verso il recente lieto fine. Il pensiero del neobeato, in estrema e indegna sintesi, si pose in mezzeria tra l’innatismo e l’empirismo, teorizzando quale fondamento assoluto della conoscenza l’idea di essere. Fungendo da “chiodo metafisico” a cui Rosmini appese tutto il suo sistema filosofico, l’essere esistentivo delineato quale pura intuizione prestò (e presta) il fianco alle critiche mosse dai fautori delle gnoseologie idealiste – come per esempio il sensismo o il soggettivismo: che la teoria rosminiana sia cioè un tautologico castello in aria. Del resto, è noto che l’idealismo pretende di ricondurre la metafisica, l’etica e l’estetica a un “denominatore ontologico comune” (l’Io) postulando – ahilui – la subalternità del “fatto” all’atto. Donde (e soprattutto perché) quell’atto tragga i presupposti del giudizio di valore che lo sostanzia, però, rimane un mistero. Per Rosmini, invece, l’essere ideale è l’unica precondizione innata alla possibilità di accordare soggetti e predicati – cioè, in ultima istanza, alla facoltà di esprimere giudizi morali. Detto altrimenti: l’idea di essere è l’unico elemento cognitivo che non si predica di nulla ma di cui tutto si predica. Un po’ meno convincenti appaiono tuttavia le commistioni con la teologia esibite dalla filosofia rosminiana. Innanzitutto la critica all’illuminismo kantiano, con cui il roveretano intese argomentare che la ragione umana è oggettiva soprattutto in quanto emanazione divina. Dal basso del mio minimalismo, a sostegno dell’oggettività del “lume” trovo più che sufficiente la sua universalità. Di poi viene la dimostrazione dell’esistenza di Dio, vera e propria ossessione ricorrente del sapere speculativo: secondo Rosmini, poiché l’essere ideale definisce una potenzialità infinita, esiste necessariamente una sua attuazione parimenti infinita sul piano dell’essere reale. Una deduzione piuttosto ultracogitata, diciamo ridondante. Non meno perplessità destano le posizioni politiche difese dal venerabile sacerdote nelle more del suo contesto storico di appartenenza. Il programma di confederazione italiana degli stati preunitari sostenuto dal filosofo, seppure teoricamente inoppugnabile nelle premesse, manifesta pesanti pregiudiziali di fattibilità istituzionale se si considera che, al vertice dell’organismo, i neoguelfi immaginavano di far assurgere il papa-re. Con effetti presumibilmente dirompenti sulla tenuta politica del nuovo stato (si pensi solamente a quanti “conflitti di attribuzione” sarebbero sorti tra il papato e la monarchia sabauda). Dovendo proprio unificare l’Italia, l’unica soluzione realistica era rassegnarsi o all’interdizione dei cattolici dall’elettorato attivo o al modello concordatario: entrambe le alternative sono state poi percorse, coi risultati che ben conosciamo. Ma il miglior Rosmini è dato senz’altro dal giusfilosofo liberista. Avversario dell’utilitarismo e del positivismo giuridico, egli giunse con largo anticipo su Isaiah Berlin alla formulazione negativa del concetto di libertà “da” (anziché “di”). Fu precursore del principio di sussidiarietà (lo Stato “faccia solo quello che i cittadini non possono fare”), dello slogan “No taxation without representation” (concepì infatti un sistema elettorale a suffragio “pesato” per impedire a chiunque di votare su come spendere i soldi altrui) e dell’antiassistenzialismo (“la beneficenza governativa può riuscire, anziché di vantaggio, di grave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficare. Ben sovente è crudeltà anche perché dissecca le fonti della beneficenza privata”). In particolare, convinto com’era che l’essere ideale racchiuso in ciascuna individualità fosse un principio illimitato e intangibile, Rosmini assegnò alla persona la titolarità di sorgente – e non di soggetto – del diritto e alla proprietà privata il ruolo di controprova universale dell’attitudine “subcreatrice” dell’uomo. Idee che lo indussero a rifiutare nettamente ogni forma di contrattualismo, in cui prevale la concezione della proprietà come conseguenza delle leggi civili, a tutto vantaggio dell’ottica giusnaturalista secondo la quale, all’opposto, lo stato rimane legittimo fintantoché non lede il diritto alla proprietà privata. Più che dei liberisti in senso stretto, a mio avviso, il beato Antonio Rosmini diventerà il santo patrono dei realisti e degli anti-positivisti. Ossia di tutti coloro i quali, per ironia dei corsi storici nostrani, si sono guadagnati la reputazione di liberali “atipici”.
Per iniziare a saperne di più: Alberto Mingardi: A Sphere Around the Person: Antonio Rosmini on Property e Antonio Rosmini, santo patrono dei mercatisti
Rosmini.it: Cosa si intende per “questione rosminiana”Filosofico.net: Antonio Rosmini – La vita, le opere e la formazione culturale
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 Cari amici, come preannunciato sull'odierno numero di "Considerazioni di una Mente Pericolosa", parte il "Grande Gioco del Governo Ideale"! Di che si tratta? Semplice: di seguito troverete un elenco dei ministeri, ai quali dovrete abbinare le persone secondo voi più adatte per guidarli. Non ci sono vincoli di coalizione; potrete pescare dentro e fuori dai poli, tecnici, giornalisti, bloggers, ecc. Potrete anche creare altri ministeri ad hoc, se vorrete. Alla fine del gioco (la scadenza verrà comunicata più avanti), verrà "eletto" il Governo Ideale di MA.it. Che aspettate?!? Al lavoro! LISTA MINISTRI:
Presidente del Consiglio dei Ministri Ministro dell'Interno Ministro degli Affari Esteri Ministro della Difesa Ministro della Giustizia Ministro dell'Economia e Finanze Ministro delle Attività Produttive e Sviluppo Economico Ministro del Lavoro e Politiche Sociali Ministro della Sanità/Salute Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica Ministro delle Comunicazioni Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Ministo dell'Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare Ministro per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Ministro dei Beni e Attività Culturali, Turismo e Spettacolo Ministro per le Politche Comunitarie e Commercio Estero Ministro della Funzione Pubblica Ministro per le Riforme Istituzionali Ministro per le Pari Opportunità Ministro per lo Sport e le Politiche Giovanili Ministro per l'Attuazione del Programma e i Rapporti col Parlamento
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 Tra una raccolta firme milionaria, partiti vecchi e nuovi che nascono, muoiono e risorgono, tra leaders ballerini e leaders che vanno a ballerine, vorrete mica che gli Arancioni se ne stiano fermi a far niente, vero?! E infatti noi dialoghiamo, discutiamo, partecipiamo e, se del caso, c'incazziamo pure! Tra le varie iniziative orange, c'è quella del legame nato con Dec!idere.net, il network creato da Daniele Capezzone per diffondere idee e programmi liberali, come quelli dei "13 Cantieri" da lui proposti. Bene, oltre alla comunanza cromatica (visitate http://www.decidere.net/ e vedrete che l'arancione non manca...), ce n'è dunque una ideal-programmatica, come dimostra la presenza del link del Movimento nella pagina " Tutti i soggetti del network". Ora, questo tesoro di idee e programmi sembra poter trovare uno sbocco concreto; la scorsa settimana infatti, l'amico Capezzone è infatti stato ufficialmente invitato a prender parte agli incontri dell' " Officina del Programma" di Forza Italia, per discutere delle proposte di Dec!dere.net. Contemporaneamente, il noto blogger e candidato alle primarie del PD, Mario Adinolfi, scriveva sul quotidiano della Margherita, "Europa", un editoriale in cui rimproverava alla "sua" coalizione, la facilità con cui si rinunciava a Capezzone (fresco di dimissioni dal gruppo parlamentare della "Rosa nel Pugno" e dalla presidenza della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati) e alle sue proposte. Meglio tardi che mai, si suol dire...e speriamo che, forti del traino di Daniele, le idee liberali (ri)entrino davvero, e non solo nelle parole dei sed-lib (i sedicenti liberali) nell'agenda politica italiana. E che, magari, non ci si trovi un arancione (con la lettera piccola...x ora...) come Capezzone alla guida di un ministero economico (chi ha detto al posto di Tremonti?!?). A proposito: in una recente trasferta mangereccia (esatto, gli Arancioni vanno anche fuori a cena, mica stanno sempre sui libri...), chi scrive, Francesco, Gohan ed Ismael hanno iniziato il giochino del "Governo Ideale". Invitiamo tutti i visitatori a partecipare! Federico Zuliani
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 Cari amici (degli) arancioni, ben ritrovati! Mi scuso con il colpevole ritardo col quale appare on line questa settimana la rubrica, ma una motivazione c'è. Già era slittata a martedì perchè, volendo trattare il caso della "follia ultras, ecc.", desideravo avere un quadro più completo della situazione. Appurato ciò, mi sono messo alla tastiera per scrivere e, quando avevo ormai completato il pezzo, inserito il logo della rubrica, ecc., ecco che per un errore (che non sono riuscito ad appurare se umano o tecnico), si è cancellato tutto... Passate le ore successive ad imprecare, e avendo poi ieri una giornata abbastanza impegnata, eccomi disponibile soltanto oggi. Sfortuntamente, quanto scritto in quel momento di particolare ispirazione, è purtroppo perduto per sempre, per cui mi sono trovato di fronte a due opzioni: a) riscrivere l'articolo in maniera diversa, b) cambiare completamente argomento. Devo dire che un'altra cosa molto interessante di cui occuparmi l'avrei anche trovata; ma avendo scelto di parlare ogni lunedì (salvo eccezioni...) di un argomento inerente la settimana appena trascorsa, terrò in caldo l'oggetto dell'opzione "b" per il prossimo numero. Torniamo quindi alla follia di domenica, quando ancora una volta il calcio ha smesso di essere sport, ed è diventato guerriglia urbana, per non dire terrorismo. Ma non è mia intenzione fare un'analisi socio-pedagogica del "mondo ultrà", bensì concentrarmi sull'ormai stomachevole ipocrisia dei nostri media, che questa drammatica vicenda ha ulteriormente evidenziato. Qualche mese fa, il direttore di Italia Uno, decise di cancellare la programmazione dalla "sua" rete, della trasmissione di wrestling "WWE Friday Night SMACKDOWN!". La motivazione adotta per siffatta scelta, fu la sconvolgente tragedia del lottatore Chris Benoit, che sterminò la propria famiglia, prima di suicidarsi lui stesso. Il signor Tiraboschi sostenne che, con quel fatto di cronaca, realtà e finzione (che poi il wrestling finzione non è, ma non è questo il luogo per sviscerare l'argomento...) si fossero mischiate ad un livello pericoloso, ponendo di fatto l'equazione "GUARDARE IL WRESTLING = ESSERE SPINTI A STERMINARE LA PROPRIA FAMIGLIA E POI SUICIDARSI". Lo stesso direttore aveva precedentemente sorvolato sulle proteste che svariate associazioni di genitori (cui verrà dedicato quanto prima un numero di questa rubrica) avevano inoltrato, sostenendo che il wrestling generava emulazione, sventolando il pericolo di avere degli scolaretti che, invece di fare i compiti, eseguono una powerbomb sul fratellino. La differenza tra le due circostanze l'ha fatta l'Auditel: finchè il prodotto wrestling faceva grandi ascolti e la PlayPress (di cui Mediaset detiene il 50%) vendeva figurine come fossero pane, allora andava tutto bene, mentre quando la moda è passata ed il vento è girato, ecco che alla prima occasione "buona", il programma sparisce. E questa ipocrisia continua, ingigantita, se messa a confronto con il calcio: lo sport nazionale, il business per eccellenza, l'unica cosa a cui ogni maschio italiano riesce ad essere fedele veramente...quel calcio che vende, che fa ascolti, e di cui perciò possiamo tranquillamente trasmettere le immagini degli ultras che assalgono la polizia, che introducono un tombino nello stadio per poi utilizzarlo per sfasciare le barriere protettive, ecc. Questo è diritto/dovere di cronaca, qui non c'è pericolo di emulazione, sono scene che educano. Ed altrettanto educano i programmi a "meritocrazia zero" (Grande Fratello, Amici, ecc.), quelli della mercificazione di sè e del "mettinculismo" reciproco (Beautiful), quelli degli insulti e delle risse fittizie (Buona Domenica, Domenica In, ecc.). Dimmi cosa guardi/trasmetti, e ti dirò chi sei... Federico Zuliani
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 Durante il corso della mia seppur giovane vita, poche cose mi hanno segnato nel profondo come le scuole che ho frequentato. Pur non avendo imparato quasi nulla, durante i tredici lunghissimi anni che mi hanno visto impegnato a scaldare i banchi scolastici, devo ammettere che dall'osservazione di quel piccolo universo che è la scuola pubblica ho imparato alcune delle cose più importanti per la formazione della mia personalità politica. Addirittura, io credo di poter fissare con precisione il giorno di lezione in cui diventai liberale (anche se, ancora, non conoscevo il significato del termine). Fu una mattina d'inverno del 1996, anno in cui frequentavo la seconda media, durante una lezione di disegno. Il terribile professore della mia classe, che chiamerò 'S' per evitare una querela, era solito terrorizzare gli studenti nei modi più originali e fantasiosi, forte del fatto che difficilmente un bambino di 12 anni ha il coraggio di ribellarsi. Quel giorno entrò in classe trascinando per il braccio un ragazzo ritardato (che solitamente era accompagnato da un'insegnante di sostegno) del primo anno, e lo fece rimanere nell'angolo vicino alla porta mentre lui prendeva posto dietro alla cattedra. Sedendo con aria truce, ordinò alla ragazza più brava della nostra classe di portargli i disegni che aveva con sè, dopodichè li confrontò con quelli del ragazzo ritardato che teneva con disprezzo, quasi accartocciati, sottobraccio. Era, ovviamente, un confronto impari. I disegni della ragazza erano ordinati, ben colorati, armoniosi; quelli del ragazzo portavano i segni di una specie di lotta con i pennarelli, nella quale l'autore aveva palesemente perso l'orientamento nonchè il senso della rappresentazione. La scena durò alcuni minuti, durante i quali il professore si cimentò in una serie di commenti sarcastici intervallati (oggi mi pare incredibile) dal lancio per la classe dei disegni del povero ragazzo, e ricordo con vergogna che inizialmente la cosa mi sembrò addirittura divertente. Poi, però, notai la costernazione del ragazzo ritardato, che era rimasto per tutto il tempo immobile nel suo angolo tentando di trattenere le lacrime. Conscio della propria inferiorità, si trovava esposto al pubblico ludibrio a causa della crudeltà di un professore vigliacco con l'hobby della tirannide. Possibile che questo lunatico si mettesse a sfogare i propri cicli mestruali prendendosela con un ragazzo ritardato di 11 anni? Smisi allora di trovare la cosa divertente, e feci una cosa di cui, oggi, sono orgolioso. Gridai: "Basta!". Ovviamente, tutta la classe mi guardò storto, e mi pentii immediatamente della mia avventatezza. Avevo rovinato quel momento di ilarità generale, e il professore mi fissava in silenzio con un'espressione di disgusto. Avevo una paura tremenda, e non riuscii a dire altro, poichè il cuore mi batteva nel petto all'impazzata. A qual punto, S. scacciò il ragazzo senza dire nulla e riprese, come niente fosse, la lezione, anche se poi convocò mia madre per il pomeriggio stesso. Inutile dire che per il professore non ci furono mai conseguenze, e io fui preso di mira nei mesi seguenti come un reprobo e un sobillatore. Invano vari genitori si susseguirono negli anni denunciando le sue scorrettezze, poichè è più facile far volare un asino che avviare una procedura disciplinare contro un professore statale. Portando nel cuore l'episodio che vi ho raccontato, insieme a molti altri, mi sono sempre detto che, se mi fosse data la possibilità di tornare indietro, non rifarei la scuola pubblica. Parlando con vari miei amici che hanno frequentato la scuola privata, li ho sempre invidiati per la serenità con la quale hanno attraversato gli anni della loro adolescenza, poichè se è vero che anche nel privato esistono professori imbecilli è vero anche che in tale sistema i comportamenti inaccettabili hanno più possibilità di venire neutralizzati. Mi dicevo: se la mia scuola fosse stata privata, le lamentele dei genitori non sarebbero rimaste inascoltate. Più recentemente, però, ho riflettuto sul fatto che se oggi ho una particolare sensibilità nei confronti dei soprusi del potere lo devo soprattutto alla mia esperienza di sofferenza nella scuola pubblica, specialemente alle scuole medie. Se fossi vissuto, per così dire, sotto una campana di vetro, al riparo dalle ingiustizie del sistema burocratico-statuale, magari ora non mi sembrerebbe così importante occuparmi di politica. Paradossalmente, credo che abbiano contribuito più i miei peggiori professori alla mia formazione politica che L. Einaudi o L. von Mises. Ecco perchè, probabilmente, credo che iscriverò mio figlio alla scuola pubblica: per fare di lui un vero liberale. Gli dirò, come Woody Allen: "Non ascoltare quello che dicono i tuoi professori. Tu guardali e basta, guarda come sono". Francesco Lorenzetti
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 Nella sua disamina delle “ragioni di Hobbes”, a mio avviso Francesco indulge a uno scetticismo gnoseologico di stampo protestante. In passato ho già avuto modo di argomentare come la dicotomia tra liberali e libertari, cioè tra volontaristi e razionalisti, rispecchi in senso lato lo scisma politico-culturale tra luterani e cattolici. Fu del resto Murray N. Rothbard a rimproverare nientemeno che Friedrich Von Hayek per la sua incapacità di svolgere un’indagine razionale sul diritto naturale: la profonda biforcazione interna del pensiero liberale risale peraltro a molto prima dello “scisma libertario”, e precisamente alla contrapposizione tra gli archetipi rappresentati per l’appunto da Locke e da Hobbes.Sì, perché il teorico del Leviatano, malgrado la storia della filosofia in pillole lo cataloghi semplicisticamente come il fautore dell’assolutismo per antonomasia, fu in realtà il più lucido apologeta ante litteram dello stato moderno (è forse questo il punto che, nel suo intervento, Francesco coglie con maggiore chiarezza, allorché afferma di non riuscire a notare “la differenza” tra l’impianto ideologico hobbesiano e l’assetto costitutivo delle “moderne democrazie occidentali”).Prima di esaminare l’antinomia giusnaturalismo-giuspositivismo sotto il profilo delle sue ricadute storiche e politiche, però, ritengo doveroso opporre qualche modesta controdeduzione alle tesi filosofiche sostenute dall’amico Lorenzetti. La sua applicazione della legge di Hume – inerente la ridondanza del passaggio da elementi fenomenologici (l’Essere) a prescrizioni etiche (il dover essere) – al campo del diritto naturale, infatti, espande indebitamente il terreno di indagine al novero delle leggi di natura. Mentre invece non è l’Essere in quanto tale a interpellare la legge naturale, ma l’Essere in quanto moralmente rilevante, legato cioè all’esigenza umana di indirizzare l’azione secondo giustizia. Se, ad esempio, è banale non considerare affatto l’imperativo darwiniano di eliminazione dell’inetto un imperativo morale, molto meno banale è riempire tale scarto logico di contenuti asseverativi partendo da posizioni relativistiche. Dire, come fa Bobbio, che “ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata” significa implicitamente ammettere solo la sussistenza di fondamenti sufficienti, dipendenti da variabili di tipo culturale e/o contingente – e quindi oggettivamente decostruibili, in quanto “consapevoli” della propria incompletezza. [...] Continua su Ismael Blog...
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 Vi proponiamo questo simpatico test, che si attiva cliccando sull'immagine a lato, il quale dovrebbe 'misurare' la vostra affinità coi partiti italiani dopo avervi sottoposti ad una serie di 25 domande di attualità. Chi scrive dubita dell'attendibilità del responso, essendo risultato curiosamente affine a partiti che non osa qui nemmeno nominare, ma resta il divertimento di giocare a 'scoprire' le proprie idee attraverso questo passatempo goliardico. Comunicateci, poi, i risultati... siamo curiosi.
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 Nella giornata di ieri in una clinica di Milano è morto Enzo Biagi,che era ricoverato da una decina di giorni per problemi di natura polmonare e cardiaca. Il decesso è avvenuto intorno alle otto del mattino,in presenza delle sue due figlie. Era nato a Lizzano in Belvedere (Bologna) il 9 agosto del 1920. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai partigiani. Diplomato in ragioneria,titolare di ben quattro lauree honoris causa,inizia fin da giovanissimo ad occuparsi di quella che è la sua più grande passione,ovvero il giornalismo,pubblicando il suo primo articolo all’età di 17 anni. Nel corso degli anni collabora,tra gli altri,con "Il Resto del Carlino", "La Stampa" e "Il Corriere della Sera",diventando una delle firme italiane più popolari, stimate ed apprezzate. Autore di numerosi libri,oltre che per la carta stampata Biagi lavorò anche per la televisione,entrando in Rai nel lontano 1961. A Biagi,oltre che grandi qualità intellettuali,vengono quasi unanimemente attribuite anche grandi qualità umane,in particolare gli si riconoscono garbo ed educazione. Sarò sincero. A me Enzo Biagi non piaceva. E questo non è dovuto alle sue opinioni politiche (nutro grande ammirazione per giornalisti che hanno una collocazione politica diversa dalla mia e viceversa ho una pessima considerazione di giornalisti che parteggiano per l’area politica per la quale voto). Non mi piaceva il suo stile,il modo con il quale scriveva. Personalmente l’ho sempre ritenuto assai sopravvalutato. Non era graffiante,non era incisivo,non era provocatorio o dissacrante. A mio avviso diceva cose un sacco di ovvie. Per carità,molto ben confezionate,ma pur sempre scontate. Ecco,in una parola lo trovavo banale. E,soprattutto nell’ultimo periodo, ripetitivo. Assolutamente legittimo deprecare Berlusconi, ma in questi ultimi anni in Italia (e nel mondo) di cose importanti di cui parlare ne sono accadute. Questa ovviamente è una mia valutazione personale, che non è condivisa dalla stragrande maggioranza del pubblico. Nonostante quanto ho scritto ritengo però che nel 2002 fu un errore sospendere “Il fatto”,la trasmissione di approfondimento che conduceva su RaiUno. Certo,Biagi era fazioso, ma d’altra parte il 90% dei giornalisti italiani lo è. Era anche un po’ presuntuoso. Voglio dire… Spesso si afferma che il problema di questo Paese è la mancanza di ricambio generazionale. Non si capisce però perché questo ricambio venga invocato per la classe politica, per i dirigenti d’azienda ma non per chi lavora in televisione. Non si può dire che ad una persona che ha pubblicato più di ottanta libri,che ha lavorato in tv per quarant’anni e che continua a scrivere sui quotidiani sia stato impedito di esprimersi. Lui invece riteneva di avere il diritto di avere uno spazio televisivo. Con tutto il rispetto,ci sono molti giornalisti bravi, seri, preparati e capaci che aspettano da anni la loro occasione. Quando arriva se si ritiene che esistono persone inamovibili? Il modo con il quale Biagi fu allontanato dalla Rai fu però sbagliato. Non fu allontanato per fare posto a qualcuno di pari livello o più bravo,nell’ottica di un fisiologico rinnovamento e svecchiamento dei conduttori della tv pubblica. Fu oscurato. E per uno schieramento che si presentava come “liberale” fu un grande errore politico. Le critiche di Biagi nei confronti del nuovo governo erano forse aprioristiche e un tantino ingenerose? Forse. Ma un leader di grande statura non dovrebbe avere paura delle critiche (anche quando le ritiene faziose), ma rispondere nel merito. La soluzione più giusta era quella di dare spazio ad un giornalista di grande caratura di idee politiche differenti e lasciare che, sentite le due campane,il pubblico formasse la propria opinione. Quindi aggiungere una voce,non sopprimerne una. Anche perché se si elimina Biagi accusandolo di faziosità e poi si dà spazio a Socci o a Masotti non si è credibili. In sostanza… Biagi,da un punto di vista professionale,non mi piaceva. Fazioso, presuntuoso, sopravvalutato, banale, noioso. Ma da liberale non mi è piaciuto nemmeno il modo con il quale è stato chiuso il suo programma. “Non mi picciono le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle”. Lo diceva Voltaire. In molti, a destra come a sinistra (silenzio assordante da parte degli esponenti e degli intellettuali di questo versante politico nei confronti di tutti gli “epurati” non militanti) se lo dovrebbero ricordare.
Gohan
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 E' una bella cosa sentirsi giovani a qualsiasi età, probabilmente fa anche bene alla salute. Certo, forse magari, per capire ed occuparsi dei giovani "veri", è più facile che abbia "strumenti" più adatti una persona di 30 - 35 anni, piuttosto di una di 46...Perchè proprio 46, qualcuno si chiederà?Perchè questa è l'età che tra qualche settimana compirà il signor Luca Bergamo, designato dal Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili Giovanna Melandri (PD/DS), al vertice dell' Agenzia Nazionale per i Giovani. Quest'agenzia è nata con un decreto legge del 27 dicembre 2006, per volontà dello stesso Ministro Melandri stesso, in "coabitazione" col collega della Solidaretà Sociale Paolo Ferrero (PRC), per poter accedere ai fondi dell'Unione Europea per le politiche giovanili, sostituendo la preesistente "Agenzia Nazionale Italiana Gioventù", che rispondeva al Ministero del Lavoro. Tralasciando la polemica strettamente politica, sul fatto che in pratica questa nomina sia frutto di un ripescaggio per una persona vicina agli ambienti dell'Amministrazione Comunale Romana (candidato non eletto in una delle civiche veltroniane), mi pare giusto concentrarsi sulla "posizione anagrafica" del neo-direttore. Anche volendo mettere, come limite per potersi definire giovani, un'età già abbastanza avanzata come i 30 anni, significa che il signor Bergamo ha "smesso di essere giovane" 15 anni fa...ma anche volendo essere magnanimi, ed alzare a 35 anni l'età massima giovanile, il gap sarebbe comunque decennale. E visto che, ve lo posso assicurare per testimonianza diretta, oggi c'è un abisso anche solo tra ventenni e venticinquenni beh, credo che la scelta del Ministro sia stata poco oculata e decisamente fuori luogo. In sunto: la politica melandriana si è rivelata malandrina...lasciate che siano i giovani a parlare dei/ai giovani!
Federico Zuliani
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 Durante tutta la sua storia, la dottrina liberale è sempre rimasta come ‘sospesa’ fra due ricorrenti tendenze filosofiche, il giuspositivismo e il giusnaturalismo, dimostrandosi incapace di arrivare ad una sintesi efficace tra di esse. Ancora oggi, chi si professa liberale è subito chiamato a fare i conti con questa necessaria ‘scelta di campo’, dovendo immediatamente chiarire se la matrice delle sue riflessioni si richiama al diritto naturale oppure al positivismo giuridico. Personalmente, ho sempre trovato questa scelta molto difficile, dato che entrambe le impostazioni contengono degli elementi che ritengo irrinunciabili per ogni liberale che si rispetti. Il positivismo, nella sua essenza, ci ricorda la necessaria separazione fra diritto e morale, doveroso corollario della legge di Hume, che sembra difficilmente contestabile su un piano filosofico. Il fatto che sia impossibile passare da proposizioni descrittive a proposizioni prescrittive è un principio che, trasposto nel campo della politica, tende a confinare la morale all’interno delle coscienze individuali, lasciando al diritto il compito di disegnare una società ‘aperta’ nella quale c’è spazio per diverse valutazioni etiche, seppure entro regole stringenti comuni a tutti. Il giusnaturalismo, invece, assicura all’individuo una sfera intangibile di diritti pre-sociali che lo garantiscano contro l’invasività del potere, come una specie di sistema immunitario contro l‘assolutismo. Essendo i liberali molto sensibili alla difesa dei diritti individuali nei confronti del potere dello Stato, è comprensibile il successo che tale impostazione abbia, almeno da un punto di vista ‘emotivo’, riscontrato nell’ambiente. Ciò non toglie, tuttavia, che si stia parlando di una teoria piuttosto traballante da un punto di vista logico, poiché ci pare assai difficile accettarne l’assunto fondamentale, e cioè che sia possibile ricavare un diritto ‘giusto’ e ‘assoluto’ attraverso la ragione, e questo proprio a causa della ineludibile legge di Hume. Le scelte con un contenuto etico o politico sono volontaristiche nel senso protestante del termine. Cioè, di una voluntas che non è pura razionalità, ma che contiene un elemento ‘spirituale’ che è diverso per ciascuno ed è al di fuori del campo di indagine della ragione. Ad esempio, mi sapreste dire razionalmente perché preferite un vestito ad un altro? Credo di no. Ciò che ci fa scegliere si serve della razionalità, ma non si risolve in essa. La morale fa parte di questo ambito, e non è perciò oggettiva, poiché anche ammettendo che ogni essere umano sia dotato della stessa ragione calcolante, non ne troveremmo mai due dotati della stessa voluntas. Dunque, si direbbe che il giusnaturalismo di basi su una pia illusione, e cioè che si possa convenire universalmente su un ‘contenuto minimo’ di diritto naturale (e perciò assoluto e incontestabile) utilizzando la ragione, quando abbiamo già detto che questo è impossibile. D’altra parte, una teoria che pretendesse di risolvere il diritto nella voluntas del legislatore si scontrerebbe inevitabilmente con alcuni problemi (forse ancora più gravi) che toccano nel vivo la coscienza politica di ogni liberale. Ad esempio: cosa ne sarà dell’individuo, tenuto in balia di un ordinamento giuridico che definisce giusta una legge per il solo fatto che essa esiste? Quali garanzie può dare al cittadino una simile impostazione? Questa questione si è presentata con drammatica evidenza empirica durante la lunga stagione novecentesca dei totalitarismi, interrompendo una sempre più decisa marcia dei filosofi occidentali verso posizioni giuspositiviste. Sconfitte le dittature con la forza, ai giuristi dei paesi vincitori si pose immediatamente il problema di condannare in un tribunale internazionale (quello di Norimberga) le condotte abominevoli degli aguzzini di regime. Ma secondo quale diritto? Da un punto di vista positivista, essi erano intoccabili, poiché si erano comportati secondo diritto: secondo quali basi, oggi, li si condannava? Ecco allora, rispuntare il giusnaturalismo, quella vecchia cariatide medievale che affermava l’esistenza di un diritto pre-statuale, proprio di ogni uomo, inviolabile e indisponibile. Esso solo sembrava adatto a fungere da base giuridica per condannare le atrocità del nazismo. Si riaprì così una porticina alla vecchia storia dei diritti umani universali, in un ritorno al passato che, in quel momento, sembrava risolvere la questione. La prospettiva neo-giusnaturalista, ad ogni modo, non convinse tutti, per il semplice motivo che essa appariva in contrasto con la più grande conquista del mondo occidentale: la separazione fra diritto e morale. E visto che è difficile gettare dalla finestra uno dei pochissimi punti fermi di una cultura nata fra mille divisioni, ci fu chi, come Bobbio, affermò: “Questa illusione fu comune per secoli a giusnaturalisti, i quali credettero di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell’uomo. Questa illusione oggi non è più possibile; ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata. Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli. È un problema non filosofico, ma politico.” A parte l’accorata difesa del suddetto ‘punto fermo’, la resa del grande filosofo è il segno del vicolo cieco nel quale si è ficcata la filosofia del diritto nella post-modernità, incapace, come dicevamo, di fare sintesi fra la legge di Hume e la rassicurante esistenza di un diritto naturale che ci garantisca dagli abomini dell’arbitrio statuale. La vera sfida dei giorni nostri è cercare la convivenza del motivo volontaristico con quello razionale, e per fare ciò è necessario risolvere il nodo della fondazione teoretica del diritto naturale. Tradizionalmente, si attribuisce a U. Grozio il merito di aver traghettato il diritto naturale da una concezione teologica di derivazione tomistica ad una prospettiva secolarizzata basata sulla ragione umana. È sua, infatti, la famosa frase secondo cui il diritto naturale resterebbe in piedi “etiamsi daremus non esse Deum”. Per arrivare a ciò, Grozio affida alla ragione il compito di sostituire Dio come principio capace di garantire l’assolutezza di determinati valori. Sarà poi Locke, pochi anni dopo, ad elencare quali: la vita, la libertà, la proprietà. Ma già qui sorgono i primi problemi. Perché questi diritti, e non altri? Cosa ha guidato la scelta del filosofo? Con quale procedimento razionale è possibile ‘saltare’ da un piano descrittivo a quello prescrittivo? Sono, in fondo, le stesse domande che ci siamo posti sopra, riguardo alla difficoltà di trovare nella ragione un fattore di scelta unificante per tutti gli individui, sì da fondare una base valoriale ‘naturale’. Diceva infatti Muratori: “l’esperienza ci fa conoscere essere la ragione naturale un tal nome che si trae in varie maniere, e se voi dimandate a due avvocati contrari o a due giudici di contraria opinione, ognuno di essi sosterrà stare la ragione naturale dal canto suo”. Vediamo allora come Locke, considerato il fondatore del liberalismo, abbia fondato la sua intera teoria sulla base di diritti che, in tutta franchezza, non si possono giustificare razionalmente. Dopo il fallimento del filosofo inglese, da Hume in poi non ci si occupò più seriamente di diritto naturale, che venne considerato un inconcludente esercizio di metafisica. Qualcuno, ne tentativo di ‘correggere’ Locke, tentò di ridurre la portata dei diritti universali, introducendo il concetto di un ‘contenuto minimo’ di diritto naturale che dovrebbe stare alla base di ogni ordinamento. Altri tentarono elencazioni diverse, ma con gli stessi risultati negativi. È opinione di chi scrive, tuttavia, che ci sia stato un filosofo il quale, sebbene sia oggi considerato, all’opposto di Locke, il primo grande nemico delle teorie liberali, si sia occupato del problema del diritto naturale in un modo che va probabilmente rivalutato, e che forse ci offre lo spunto per quella tanto agognata sintesi di cui parlavamo sopra. Sto parlando, ovviamente, di Thomas Hobbes. Hobbes, proprio come i liberali, pone come base delle sue riflessioni l’individualismo metodologico (dal che ci sarebbe già da dubitare dei suoi riflessi socialisti) e, come se non bastasse, utilizza un concetto di libertà in senso negativo (ancora una volta, come i liberali). Partendo da questi presupposti, egli tratteggia uno stato di natura, antecedente alla nascita dello Stato civile, caratterizzato dal fatto che ogni individuo ha diritto su tutto (ius in omnia) ed è perciò in una condizione di libertà politica assoluta. In ciò sta la differenza con Locke, che riteneva di poter elencare i diritti di cui un individuo è titolare nello Stato di natura, mentre Hobbes sosteneva che, semplicemente, nello stato di natura l’uomo possiede (potenzialmente) una libertà totale. Potenzialmente, perché lo ius in omnia rischia di degenerare in una guerra di tutti contro tutti, perciò è necessaria la nascita dello Stato, il quale si assicurerà che venga mantenuto l’ordine. Questa impostazione si rivela, a parer mio, assai più solida di quella di Locke, il quale a seguito del suo celebre ‘elenco’ (vita, libertà, proprietà) si è messo nella spiacevole (e senza via d’uscita) condizione di dover spiegare, come abbiamo già detto, il perché di quella scelta. Nello stato di natura Hobbesiamo, invece, il diritto naturale non è altro che lo stato di assoluta libertà di cui gode l’individuo, incontestabile perché insito nei concetti stessi di libertà negativa e di stato di natura. Dunque, abbiamo qui il diritto naturale in una prospettiva inaspettata: mentre molti filosofi, anche posteriori, hanno cercato di restringere il novero dei diritti umani, nel tentativo di farli passare per il buco della serratura, Hobbes già prima di Locke aveva intuito che il diritto naturale è un insieme infinito ed innumerabile di libertà. Il problema, come già accennato, è che il diritto di tutti su tutto corre il rischio di sfociare nell’anarchia e nel disordine, dacché nasce la necessità dello Stato. Con la fondazione di un governo politico, i cittadini dovranno accettare di cedere una parte dei loro diritti in favore di un ordine sociale, e arriviamo così all’annoso problema: quanta parte di libertà dovranno cedere? La risposta che dà Hobbes è nota, ed è anche la causa delle critiche di assolutismo che gli vengono rivolte. Egli diceva che, nel momento sorgivo dello Stato, gli individui devono cedere tutti i loro diritti, tranne uno: quello alla vita. Il sovrano, infatti, dovrà poter disporre dei diritti dei cittadini per essere in grado di mantenere la pace. Ma non è detto che, effettivamente, ne disporrà. In questo, non riesco a notare la differenza con le moderne democrazie occidentali. Non è forse vero che lo Stato moderno ha il diritto, a certe condizioni, di disporre della libertà, o della proprietà, o addirittura della vita (cosa che Hobbes non era mai arrivato a teorizzare) dei suoi cittadini? E allora dove sta l’assolutismo di Hobbes? Semmai, in questo ‘trasferimento’ di diritti egli pecca di prudenza, poiché ricade nell’errore di Locke annoverando un diritto come inalienabile ed indisponibile: la vita. Sarebbe stato più coerente lasciare che, durante il passaggio allo stato civile, l’intera sfera dei diritti naturali passasse allo Stato per essere ‘positivizzata’, cioè razionalizzata e sancita nel nascente ordinamento giuridico statuale. Come abbiamo già detto, il trasferimento di tutti i diritti allo Stato è solo apparentemente una spoliazione della dignità dell’individuo, perché come più tardi precisò Rousseau, nello Stato civile gli individui perdono ogni diritto uti singuli per riappropriarsene uti cives. Per essere ancora più chiari, il passaggio ad un ordinamento positivo necessita della soggezione di tutti gli individui, anche se questo non significa necessariamente la sottoposizione a vessazioni da parte dello Stato. Quanto il governo dovrà essere ‘invasivo’ lo si deciderà di volta involta attraverso scelte politiche, cioè volontaristiche. Una volta creato lo Stato, infatti, la filosofia avrà esaurito gran parte del suo compito, dovendo comunque essa rimanere ‘di guardia’ accettando un ruolo di secondo piano. Ma allora, quali garanzie ci dà un diritto naturale soltanto pre-sociale che venga subito fagocitato e positivizzato dallo Stato? La risposta è che esso dovrebbe rappresentare un polo ideale a cui tendere sempre, poiché lo Stato nasce per correggerlo e non per sovvertirlo. Per usare una espressione cara ai liberali, direi che lo Stato civile, nato sulle fondamenta di quello naturale, dovrebbe essere minimo, nel senso di usare minimamente i poteri che gli sono conferiti, per intervenire soltanto laddove i meccanismi di interazione spontanea tipici dello Stato di natura dovessero fallire. Questa impostazione è l’unica coerente con lo scopo per cui è nato lo Stato, che è sussidiario rispetto alle libere interazioni umane e si dovrebbe occupare soltanto della gestione delle crisi, cioè di quei casi in cui la libertà genera gravi disordini. Ogni stato che venisse meno a questo principio, invadendo in modo ingiustificato lo spazio d’azione del singolo, compirebbe un atto illegittimo perché contrario al suo mandato iniziale. Certo, il concetto di Stato minimo è sfuggente, e spetterà alla politica definirlo. Al filosofo del diritto, ad ogni modo, dovrebbe bastare la garanzia di un diritto naturale che si trasforma, in ultima istanza, nella prescrizione di uno Stato minimo (oppure, il che è lo stesso, di uno Stato sussidiario). L’apparente paradosso di uno Stato che detiene la potenziale disponibilità di ogni diritto individuale ma è, al contempo, minimo, è forse l’unica sintesi possibile fra giusnaturalismo e giuspositivismo. Esso riuscirebbe da un lato a tutelare moralmente l’individuo da una eccessiva invasività del potere (come quella che si verificherebbe in caso di totalitarismo) e dall’altro a mantenere la doverosa separazione fra giudizi morali e diritto. Francesco Lorenzetti
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