venerdì 28 dicembre 2007

ESSERE "GLOBALI" E' "DA LIBERALI"?

di Federico Zuliani

A qualcuno potrebbero esser già venuti i sudori freddi, per cui liberiamo subito il campo da eventuali equivoci. Nessuna svolta "tremontiana" contro la globalizzazione economica, che è anzi un cardine del liberismo.
Ma, uscendo da un ambito meramente economico, e parlando della globalizzazione come fenomeno omnicomprensivo, ritengo non possa non saltare all'occhio una "contraddizione antropologica".
La globalizzazione socio-culturale, è innegabile, ha aumentato oltre la soglia di saturazione, il suo "fenomeno degenerativo", la massificazione.
Persone tutte uguali, vestite nello stesso modo, che mangiano le stesse cose e parlano con un linguaggio "universalizzato".
Tutto ciò cozza contro il "particolarismo umano" che, sebbene bandiera di una certa "destra global" (il cui "vate" è Marcello Veneziani), dovrebbe invece interessare in primis i liberali.
E' il particolare che differenzia un individuo da un altro, e sulla specificità di ogni persona ci differenziamo dalla visione "numerica" dello Stato-Chiesa marxisto-comunista.
Sono le differenze che fanno risaltare il merito, ad esempio. Ed il merito è uno dei cardini del pensiero liberale; non serve certo star qui a spiegare che è giusto partire "tutti uguali", ma che deve comunque vincere "il migliore", e non che "siamo e rimaniamo tutti uguali", con al massimo qualcuno "più uguale di altri"...
Basandoci su questo, credo si possa affermare che, a livello antropologico e culturale, essere "globali" sia molto distante dall'essere "Liberali".

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lunedì 17 dicembre 2007

INTERVISTA AD ADRIANO TESO

Su "Libero" di ieri è apparsa un' interessante intervista ad Adriano Teso, imprenditore e politico, noto per la sua storica militanza liberale. Nel 1994, ha fondato il Polo Liberal-Democratico, che candidò propri rappresentanti nelle liste di Forza Italia, partito nel quale successivamente il PLD confluì. A seguito della vittoria elettorale alle Politiche del '94, Teso entrò nel Primo Governo Berlusconi, come sottosegretario al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Successivamente è stato promotore dell' IBL - Istituto Bruno Leoni e del CSQ-Centro Studi Liberali Sam Quilleri.

Ecco l'intervista:


«Serve un blocco liberale che si allei con il Pdl»
di Nino Sunseri (Libero, 16/12/2007)

Un raggruppamento liberale da coalizzare con Berlusconi. E' questo il progetto cui sta lavorando Adriano Teso, industriale delle vernici e sottosegretario ai Trasporti nel'94, insieme a Daniele Capezzone e agli eredi dei partiti laici: Stefano De Luca (Pli), Francesco Nucara, Giorgio La Malfa (Pri), Benedetto Della Vedova (Riformatori Liberali). «Il liberalismo ha vinto - spiega Adriano Teso - solo in Italia non riesce ad affermarsi».
Volete fare un altro partito?
«Esattamente il contrario. Vogliamo fare una bella sfoltitura raggruppando le formazioni che si dicono liberali».
Il Polo Laico: un mito senza realtà.
«La novità nasce dal fatto che adesso il liberalismo e lo statalismo ha perso. C'è spazio per partire».
Quanto potrebbe raccogliere la nuova formazione?
«Secondo i sondaggi che abbiamo commissionato alla Makno l'area potenziale si aggira fra il 6 e il 15%».
Veramente nella Prima Repubblica Pri e Pli a stento superavano il 5%?
«Dai nostri sondaggi risulta che i1 40% dell'elettorato dice di appartenere all'area liberale».
Però poi vota da un'altra parte.
«Ecco il punto. Questi voti si disperdono. Un po' confluisce in An. La maggior parte vota Forza Italia. Una quota non trascurabile va a sinistra perché non si sente rappresentata dall`attuale centro-destra».
Veramente Berlusconi ha sempre fatto del liberalismo la sua bandiera.
«Certo. Però, come mi ha spiegato tante volte, è anche il capo di una coalizione e quindi deve tener conto anche dell'ala statalista di An, della lega dell'Udc».
Il nuovo partito liberale dove si andrebbe a collocare?
«Nell'area di centro destra con l'obiettivo di portare da questa parte i voti che per adesso vanno a sinistra».
Quindi anche voi siete per il sistema proporzionale alla tedesca?
«Sicuramente. Con l'aggiunta di un vincolo di coalizione che in Germania non esiste. Prima del voto il partito dichiara lo schieramento di appartenenza e quindi il candidato premier».
E lo sbarramento?
«Si sta lavorando su un'ipotesi di correzione per cui se un partito raggiunge il 20% in una regione può utilizzare tutti i voti su scala nazionale e avere una rappresentanza parlamentare. Va bene alla Lega ma anche a Mastella».
Scusi Teso ma non fate prima confluire nel nuovo partito di Berlusconi?
«Serve una forza autenticamente liberale che non sia annacquata con gli ex dc, gli ex socialisti e gli eredi delle altre culture politica che stanno con Silvio».

Dite la vostra!
Federico Zuliani

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giovedì 13 dicembre 2007

LA COSTITUENTE WEB

Cari amici (degli) Arancioni, a seguito dell'ottimo successo ottenuto dal "Grande Gioco del Governo Ideale", ripreso da vari blog, eccoci a proporvi un nuovo e stimolante "passatempo" targato MA.it. Si chiama "Costituente Web", e quello che dovrete fare è riscrivere la Costituzione della Repubblica Italiana, modificandone, cancellandone, o aggiungendone articoli, commi, disposizioni transitorie e quant'altro.



Si parte con i "Principi Fondamentali" (artt. 1-12): Legiferate!

Federico Zuliani

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CHE TEMPO FARA' FRA CENT'ANNI?

di Francesco Lorenzetti

Come saprete, il premio Nobel 2007 per la pace è stato assegnato all’ex vicepresidente democratico Al Gore e al Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC) per il loro impegno nello studio e nella divulgazione del tema del surriscaldamento globale. Al Gore ha anche meritato un Oscar per il suo documentario “Una scomoda verità”, con il quale ha tentato di dimostrare non solo che la scienza ha ricostruito la temperatura media del globo degli ultimi seicentomila anni (sigh!) ma che ha anche previsto con assoluta certezza come tale temperatura si accrescerà in modo terrificante nel prossimo secolo.
Nel complesso, sembra che oggi si sia ormai formato un consenso così generale e radicato, intorno alla teoria del riscaldamento globale, che chiunque la affermi è considerato un eroe e chiunque sia scettico è considerato un reprobo. Ma davvero questa teoria è supportata da prove empiriche certe e da dati ineccepibili? E davvero a tale riguardo c’è unanimità nel mondo scientifico?
Iniziamo col fare una premessa di carattere politico. Tutta la questione è nata dagli studi del citato IPCC, che esiste ormai da parecchi anni ed opera in collaborazione con l’ONU. Tale ente, però, è stato aspramente criticato dal mondo scientifico, che lo ha accusato di essere politicizzato, di non rispettare le procedure di peer-review e di assumere come preconcette delle ipotesi che invece esso dovrebbe dimostrare. Il nome stesso dell’istituto (Intergovernmental Panel on Climate Change) dimostra che ciò che andrebbe indagato (se il surriscaldamento sia o meno una realtà) è in realtà assunto come dogma iniziale. Il professor Guido Visconti, fisico dell’atmosfera, ha osservato che i modelli previsionali dell’IPCC sono in realtà “accordati” per ottenere certi risultati. Inoltre, le periodiche pubblicazioni dei risultati ottenuti omettono sistematicamente di comunicare le fonti, i dati e le procedure statistiche utilizzati, così da rendere impossibile un controllo e un feedback da parte del mondo accademico. A questo si aggiungano i casi di dimissioni di alcuni ricercatori che avevano subito forti pressioni politiche per “aggiustare” i risultati dei loro studi, come il caso di Chris Landsea nel 2005, che portò la politologa Sonja Boehmer a definire il Panel “un misto di credenti auto-selezionati e di esperti scelti ufficialmente, per la maggior parte pagati direttamente dai governi, che non danno, né in realtà sono in grado di dare, un parere onesto”.
Nella sostanza, quindi, l’IPCC va considerato più come un ente politico che come un’autorità scientifica, e questa opinione è supportata dall’evidenza delle sue relazioni con eminenti politici, giornalisti e uomini di spettacolo, tutti preoccupati di farsi belli davanti all’opinione pubblica sostenuti da ricerche pseudo-scientifiche dal sapore apocalittico. Tutti noi abbiamo visto i telegiornali trasmettere le immagini dei ghiacci polari che si sciolgono, mentre una voce fuori campo tratteggiava foschi scenari di terrore per il futuro del nostro pianeta. Ma riflettiamo su un particolare: in queste immagini c’era il sole o era buio? La domanda non è di poco conto, dato che nel periodo di luce ai poli è normale che si sciolga parte dei ghiacci, poiché nel periodo freddo essi si riformano in uguale quantità. Ma ai giornalisti questo non interessa: l’importante è terrorizzare il telespettatore perché non cambi canale.
Tutto ciò premesso, possiamo affrontare nel merito la questione del presunto riscaldamento golbale. L’IPCC ha comunicato che secondo le sue rilevazioni la temperatura media della terra è cresciuta negli ultimi 150 anni di circa 0,4°C, e addebita ciò alle accresciute emissioni di gas serra dovute allo sviluppo economico. La gran parte della comunità scientifica, però, ha smentito questi dati sostenendo invece che nell’ultimo secolo non vi siano stati aumenti. Tale discordanza ci porta a fare una riflessione sui limiti del metodo scientifico e della conoscenza umana. Franco Prodi (fratello di Romano) è un autorevole climatologo e fisico dell’atmosfera presso l’Università di Ferrara, e ha dedicato un articolo dell’ultimo numero della rivista Aspenia a questo tema. Egli afferma che già il dato della “temperatura media della terra” è molto difficile da ottenere, anche oggi che possiamo disseminare il globo di sensori collegati ad un supercomputer, figuriamoci se possiamo ricostruire – come pretende Al Gore, nel suo film – la temperatura media del globo negli ultimi seicentomila anni. Infatti, continua Prodi “...sui modelli per leggere il presente e azzardare previsioni climatiche per il futuro, un po’ di modestia non guasta [...] Al momento, la situazione è tale da non permettere una vera previsione climatica”.
La “previsione climatica” di cui parla F. Prodi si riferisce al controverso grafico “mazza da hockey” utilizzato fino a qualche anno fa dai media per terrorizzare l’opinione pubblica, e oggi occultato per una grave crisi di credibilità che esso aveva causato all’IPCC, suo fautore. Tale grafico mostrava la previsione della variazione della temperatura media del pianeta nei prossimi cento anni, che avrebbe dovuto stare fra 1,1 e 6,4°C. Alla luce di quanto detto, però, possiamo ora domandarci: ma se non siamo in grado di prevedere che tempo farà la prossima settimana, davvero pretendiamo di conoscere la temperatura media del globo fra cent’anni?
Invero, i rapporti del Panel sono sempre stati ben lungi dall’arrivare alle settarie conclusioni pubblicizzate dai media, ma i suoi dirigenti hanno avuto – come ci dice Frederick Seitz, presidente della Rockfeller University – la spiccata propensione a forzare l’aspetto allarmistico modificando le conclusioni degli studiosi al termine della procedura di peer-review. Ad esempio, la frase “Nessuno degli studi sopracitati ha mostrato con assoluta chiarezza che i cambiamenti climatici possono essere attribuiti all’aumento dell’emissione dei gas-serra” è stata sostituita, prima della pubblicazione, con la seguente: “Il numero di prove sembra suggerire un’evidente influenza umana sul clima globale”.
Concludiamo con la constatazione, amara, di Hans Labohm sulle conseguenze della follia allarmistica sfociata nel protocollo di Kyoto: “L’avvento dell’allarmismo climatico, ulteriormente alimentato da affermazioni di eminenti politici e dei media, non ha alcuna base scientifica. Sono state previste diverse conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici, come inondazioni e situazioni climatiche estreme, tutte senza supporto scientifico. In modo particolare le nazioni europee hanno optato per delle politiche climatiche totalmente irrealizzabili, il cui risultato è soltanto un enorme spreco di risorse scarse”. Cui prodest?

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martedì 11 dicembre 2007

IL DIRITTO NATURALE NELLA COSTITUZIONE: IL PARADOSSO TEDESCO

di Francesco Lorenzetti

Forse pochi sono a conoscenza del fatto che l’unica costituzione europea che faccia esplicito riferimento al diritto naturale è quella tedesca. Particolarmente provata dall’esperienza del totalitarismo nazista, la Germania tentò alla fine della guerra di darsi un assetto costituzionale che potesse dare le maggiori garanzie contro il ripetersi di quella esperienza abominevole. All’epoca, come ho avuto modo di dire più volte, molti giuristi di tutto l’occidente cominciarono a criticare la prospettiva della “dottrina pura del diritto positivo”, eppure in quel confusionario periodo che fu il dopoguerra la maggior parte (per non dire tutte) le potenze europee puntarono su regimi giuridici basati sul dogma della riduzione del diritto alla legge. Anche in Italia, dove la maggioranza dell’assemblea costituente era ostile a tale impostazione (ricordiamo la massiccia presenza di cattolici) si optò per una costituzione che tutelasse i diritti individuali elencandoli, tipizzandoli e positivizzandoli. Il motivo, a mio modesto parere, fu la mancanza – in quel dato momento storico - di una seria alternativa allo scetticismo kelseniano, giacché nessuno sembrava (al di là di pose folkloristiche) davvero disponibile a ritornare ad una prospettiva dogmatico-giusnaturalista la quale, nella sostanza, sembrava ormai condannata dalla storia. E la ragione era anche condivisibile, poiché il giusnaturalismo non risolveva alcunché: anch’esso elencava e tipizzava i diritti dell’uomo, con l’unica differenza che pretendeva di fondarli filosoficamente anziché politicamente.
Ma in Germania i costituenti anticiparono una soluzione originale e molto interessante, la quale superava il positivismo senza volerlo eliminare del tutto, continuando sulla via tradizione della “certezza del diritto” ma al contempo accettando l’idea di un diritto naturale indefinito ma pur sempre presente e vivo.
Ciò fu codificato nell’art. 20, che afferma: “...il potere esecutivo e la giurisdizione sono vincolati alla legge ed al diritto”. Quest’ultima espressione ci dice due cose: che legge e diritto non sono la stessa cosa, non risolvendosi il secondo in ciò che è stabilito dalla prima, giacché potrebbe esistere una norma di diritto non codificata nella legge e pure, al limite, una norma di legge che vada contro diritto; e poi che la giurisdizione è sottoposta non soltanto alla legge positiva, ma anche al Diritto extra-legislativo.
Questa formulazione mi pare particolarmente intelligente, poiché postula l’esistenza di un diritto assoluto pre-statuale con cui fare i conti, pur riconoscendo che tale diritto è sfuggente e difficilmente intelligibile, e che perciò è necessario anche il diritto positivo come strumento di ordine e certezza.
I risvolti pratici di questa impostazione non sono di poco conto. Se, per ipotesi, un secondo Hitler tentasse oggi di prendere il potere, la Repubblica tedesca si dimostrerebbe certamente più forte grazie agli anticorpi forniti dall’art. 20, capace di fungere da “salvagente” in casi limite di un pericoloso deragliamento delle istituzioni e del diritto positivo. Ma, più in generale, è degna di nota l’ammissione della necessaria incompletezza del diritto positivo, e della consapevolezza dei pericoli insiti nella riduzione del diritto alla legge.
Rimane, ad ogni modo, il problema di definire con una certa precisione qualcosa che molti considerano al di là degli sforzi della comprensione umana: il diritto assoluto, indisponibile, naturale. Ma, dico io, questo è in fondo un problema ontologico dell’essere umano, e a nulla vale il fare finta di crogiolarsi nella certezza: tutti noi navighiamo nel dubbio, e ogni nostra scelta è compiuta basandosi su un numero limitato di informazioni incomplete, incerte e parziali.

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sabato 8 dicembre 2007

PERCHE' NON STUDIATE?

di Utopia

Classe 2^ C di un Liceo classico. Si discute su una lezione seminariale tenuta da un docente esterno su Beccaria. Beccaria è definito un cialtrone, perché non coerente fino in fondo. Si arriva non ricordo come a questa domanda del docente: "Ma voi perché non studiate?". Si ricorda anche lo studio PISA dell'OCSE, che pone gli studenti italiani di 15 anni tra i peggiori del pianeta: 36esimo in scienze, 38esimo in matematica, 33esimi in lettura.

Le risposte dei ragazzi diventano sempre più profonde ed evidenziano che, pur non studiando, non sono stupidi. Si arriva perfino alla tesi che lo Stato vuole che le persone siano stupide, così da poter scegliere più facilmente tra gli eletti.
La domanda dell'insegnante, che non trova risposta è tuttavia questa: "Se siete consci di tutto ciò, perché non studiate? Perché non cercate di rompere tutto questo?"

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lunedì 3 dicembre 2007

SPE SALVI: IL PAPA CHE MI PIACE

di Francesco Lorenzetti

Piaccia o meno a noi liberali (il che è indifferente, dal momento che siamo noi a non piacere a lui) il Papa teologo Benedetto XVI rimane pur sempre un uomo dal grandissimo spessore culturale, capace di scuotere nel profondo le coscienze intellettuali di ogni libero pensatore.
Per onestà, dirò fin da ora che nei suoi confronti ho sempre mostrato una certa diffidenza, dovuta soprattutto alle tentazioni politiche di certa parte del suo pensiero, talvolta colpevole - secondo la mia opinione - di voler piacere "un po’ a destra e un po’ a manca". Il rigore e la coerenza dimostrati nel suo discordo teologico, infatti, non sempre sono rispettati in una serie di esternazioni “leggere” concernenti questioni di politica e di attualità nelle quali il nuovo Papa ha dato spesso la chiara impressione di voler, per così dire, “crescere nei sondaggi” lusingando soprattutto l’ala sinistra del nostro paese, quella, per intenderci, che aveva salutato la sua elezione con sonore pernacchie ed indicibili epiteti.
Ed è strano che proprio lui ripeta continuamente che "la Chiesa non è un agente politico" e che essa deve piuttosto "purificare la ragione e risvegliare le forze morali", per poi prodigarsi in vigorosi appelli contro la precarietà del lavoro (“emergenza etica e sociale”) il capitalismo cattivo ed egoista (in evidente contrasto con il suo predecessore Giovanni Paolo II) e l'evasione fiscale (sigh!).
Ma con l’ultima enciclica Spe salvi, Benedetto XVI ci piace di più, perché torna a fare il teologo e sfiora la politica soltanto per ricordarci che essa non può mai essere la via per la redenzione spirituale dell'uomo. Se da un lato, quindi, se la prende col marxismo - ideologia inumana, colpevole di promuovere una società con la presunzione di non aver bisogno di caritas - dall’altro Papa Benedetto attacca certo illuminismo da rivoluzione francese, anch’esso reo di aver sostituito la Ragione umana a Dio.
Ciò mi pare altamente coerente e (dal suo punto di vista) doveroso, poiché pone l’attenzione su un problema reale della modernità: l’oblio della riflessione sulla Verità a tutto vantaggio dell'egemonia della Certezza. Vale a dire: la rinuncia a qualsiasi riflessione sul senso Assoluto della nostra esistenza e una totale fiducia nell’illusione scientista.
Eroe dei nostri giorni è Umberto Veronesi, che dice (in una recente intervista al settimanale Oggi): “Fede? Una volta, forse, da ragazzo. Oggi ho fede solo nella scienza”. E l’illusione sta in questo, ci ricorda il Papa, nel credere che la scienza persegua la Verità, quando invece sono state le stesse riflessioni epistemologiche novecentesche ad arrivare alla conclusione che essa è soltanto in grado di costruire modelli astratti in grado di fare due cose: dominare la natura (con la tecnica) e assicurare coerenza e certezza formale al sistema teorico. Certezza: ma la Verità è un’altra cosa.
Capisco che il mondo liberale possa essere scosso da queste affermazioni, poichè la nostra dottrina è figlia della modernità e dell'illuminismo, ma è anche mia opinione che la crisi del liberalismo post-moderno (quello, per intenderci, di Bobbio, Croce e Kelsen) sia dovuta proprio all’atteggiamento di totale relativismo ontologico di matrice illuminista, che come tutte le posizioni scettiche ha ridotto il dibattito dottrinale ad un confronto senza fondamenti e senza orizzonti.
Poco tempo fa mi occupai del problema della “sospensione” del liberalismo classico fra giusnaturalismo e giuspositivismo, arrivando ad affermare implicitamente che queste due impostazioni sono soltanto apparentemente contrapposte, come soltanto apparentemente sono contrapposti lo scetticismo e il dogmatismo.
Il giusnaturalista, infatti, è un dogmatico sul modello di S. Tommaso. Egli postula che la ragione umana sia capace di indagare l’Assoluto, e costruisce un sistema in cui crede di poter porre alcuni diritti al riparo da ogni possibile confutazione. Il giuspositivista, al contrario, rifiuta questa postulazione: egli è uno scettico fautore di un "pensiero debole", e ritiene che non esista alcuna Verità. Ogni opinione, pertanto, ha pari dignità, e soltanto la diversa forza persuasiva (da un punto di vista retorico oppure, talvolta, di pura violenza) di una rispetto all’altra può portare ad una scelta e "positivizzazione" del diritto.
Ma non sono, forse, entrambe queste impostazioni pericolose ed incoerenti? Incoerenti, perché cercano di assolutizzare ciò che è relativo (la propria opinione oppure l'esito dei propri procedimenti logici) e pericolose perché, entrambe, si risolvono in una pretesa di imporre la propria verità su quella dell’altro.
E allora, tornando all’enciclica, mi pare doverosa l'esortazione di Papa Ratzinger ad abbandonare tali basi gnoseologiche per recuperare una prospettiva classica sul modello Agostiniano, nella quale c’è l’accettazione della intrinseca incertezza della vita umana a vantaggio di una più profonda riflessione sul tema della Verità.
Possiamo sintetizzare il pensiero di Agostino in questo modo: la Verità esiste. Ciò è necessario ed evidente, dato che se così non fosse mancherebbe qualsiasi base di relazione umana e si arriverebbe al paradosso che – ad esempio - liberalismo e nazismo diventerebbero due “opinioni” ugualmente valide e noi non avremmo alcun criterio di scelta per affermare che una è meglio dell'altra.
Ma la Verità noumenica è come un orizzonte così lontano che noi lo possiamo solo scorgere, possiamo tendere ad esso, ma nessun uomo può avere la presunzione di possederlo nella sua assolutezza. Ciò porta ad un tipo di relativismo che potremmo definire gnoseologico, cioè: la verità è una sola, ma ciascuno ne coglie aspetti diversi. Il che significa, in sostanza, che è con la discussione, la differenza di opinioni, la cooperazione e il confronto che possiamo arrivare più vicini alla Verità, ma rassegnamoci al fatto che ad essa possiamo solo tendere senza mai (almeno in questa vita) raggiungerla.
Credo, quindi, che Agostino abbia risolto la questione del Diritto Naturale assai meglio di Tommaso affermando implicitamente la sua esistenza ma ponendolo al contempo in una dimensione noumenica che nessun uomo può avere la presunzione di indagare con "Certezza" logico-deduttiva. Il messaggio, dunque, è questo: accettiamo il mistero. La fobia dell'incertezza è stata la causa della crisi della modernità occidentale, e su questa crisi una riflessione è doverosa. Già Tolkien, nel suo capolavoro "Il Signore degli anelli", aveva cercato di combattere il dominante (ma già in piena crisi) pensiero "determinista" per reintrodurre il concetto di mistero nelle coscienze del mondo intellettuale. Con la sensibilità propria degli artisti, egli ci ha lasciato delle tracce nel suo racconto che ci vogliono trasmettere l'incapacità dell'intelligenza umana di analizzare e determinare tutti gli esiti del Destino; come nell'episodio delle caverne dei nani, in cui Frodo vuole uccidere Gollum: sul momento, sembra a tutti che sia giusto farlo, poichè Gollum è infido e pericoloso, ma Gandalf impedisce a Frodo di compiere quest'atto che deciderebbe della vita di un essere senziente. "Chi sei tu per decidere? Neanche io conosco tutti gli esiti" afferma il saggio stregone, e in effetti sarà questa scelta di risparmiare la vita a Gollum che deciderà, sulle pendici del Monte Fato, il Destino della Terra di Mezzo.
Ma al di là di questa piccola digressione, non possiamo - noi "postmoderni" - non interrogarci sul perchè del "crollo delle ideologie" e sulla via giusta per continuare a difendere la libertà umana attraverso una prospettiva rinnovata e solida che superi l'empasse lasciataci dai classici. Il Papa ci offre una soluzione inaspettata, riflettiamoci.

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