giovedì 31 gennaio 2008

IL PARTITO D'AZIONE LIBERALSOCIALISTA

di Massimo Messina

Il Partito d'Azione Liberalsocialista mi interessa, da liberale di sinistra quale sono ed ancor di più mi interessa sapendo che ha tra i suoi fondatori principali Bruno Zevi. Ecco cosa dice il segretario nazionale di tale formazione politica, Nicola Terracciana, a proposito del liberalsocialismo e del Partito d'azione Liberalsocialista.

Il liberalsocialismo è una posizione politico-ideale feconda, nobile, modernissima della sinistra europea, che ha antecendenti nell'etá moderna, nell'Ottocento, ma si é sviluppata specialmente nel Novecento, alla luce delle esperienze tragiche totalitarie fasciste, naziste, comuniste. L'esperienza socialcomunista statalista e dittatoriale ha messo in luce piú chiaramente il tragico di una idealitá scissa dall'intimo legame con il valore della libertá. Il socialismo-comunismo nella sua derivazione dogmatica dal marxismo (anche il PSI del programma del 1892, da Turati e fino all'età di Craxi, ha mantenuto un legame col marxismo, pur con di revisioni umanistiche, tipo quelle di Rodolfo Mondolfo o di Bobbio) ha prodotto una cecitá storica, un daltonismo nei confronti della tradizione liberaldemocratica, quindi ad es. di tutto il Risorgimento (non dimentichiamo la critica corrosiva e ingiusta di Marx verso Mazzini e Garibaldi) e quindi una scissione-separazione profonda del movimento socialista dall'idealitá profonda isorgimentale, il cui sprofondamento nell'Antirisorgimento del fascismo é legato anche a quellececitá e a quei daltonismi.
Il Liberalsocialismo si ricollega nel nesso inscindibile "libertá-eguaglianza" al moto moderno dell'abbattimento delle società assolute, clericali, feudali e trova le radici nel moto di riforma religiosa, nel costituzionalismo inglese, in diversi aspetti dell'Illuminismo, nella Rivoluzione francese, nelle Repubbliche liberaldemocratiche di fine Settecento (in particolare di quella Napoletana, segnata dai Martiri indimenticabili), i primi sviluppi nel Risorgimento repubblicano liberaldemocratico di Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Pisacane, le prime teorizzazioni piú consapevoli nelle posizioni critiche socialiste di Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Merlino, in alcuni aspetti del filone del socialismo riformista, in dimensioni della Rivoluzione Liberale di Gobetti, nell'esperienza del Partito Socialista Unitario di Matteotti e Turati degli anni 1922-1926 (con presentazione del simbolo nelle ultime elezioni del 1924 con "Libertá-Socialismo"), con il movimento di Carlo Rosselli "Giustizia e Libertá" e il suo classico, fondamentale libro "Socialismo Liberale" del 1930, con il Movimento Liberalsocialista di Calogero, Capitini, Codignola del 1937, col Partito d'Azione del 1942-1947, con la Resistenza delle formazioni Gielliste, con il Governo Parri, con la battaglia per il referendum istituzionale del 1946, con il contributo alla stesura della Costituzione, con il Movimento Federalista Europeo di Rossi-Spinelli-Colorni, con i gruppi che, a vario titolo, hanno mantenuto la fedeltà; integra e non strumentale all'istanza liberalsocialista o socialista liberale in tutti questi anni fino ad oggi."
Come Diogene cerchiamo prima 'l'uomo', giacchè di persone serie, adulte, coerenti, affidabili in Italia non ve ne sono molte. Scelta chiara e collocazione, non equivoca, a 'sinistra', nel solco storico risorgimentale repubblicano mazziniano, garibaldino, cattaniano, pisacaniano, cavallottiano, e novecentesco liberalsocialista, rosselliano, salveminiano, giellista, azionista, quindi 'sinistra laica e liberalsocialista'. Quindi critica costruttiva contro tutte le sbandate sinistre dell'Ottocento e del Novecento e gli esperimenti di centro-sinistra nell'età repubblicana fino ad oggi. Quindi posizione 'libera e indipendente', con la strategia del 'bene', che va verso il radicamento negli 8101 Comuni italiani con la semplice posizione: o da soli al governo o da soli all'opposizione o in collaborazione con forze nuove liberaldemocratiche affidabili, per far vedere cosa cambia quando vanno al potere o all'opposizione i liberalsocialisti (ed io ho già dato con tempo impegnato e sacrifici inimmaginabili un esempio con un esperimento di cinque anni di opposizione 'liberalsocialista' nel Comune di Parete(Caserta) di 10.000 abitanti dal 2001 al 2006 e l'esperienza è riscontrabile sul sito.
Intento del partito è: far nascere così, con pazienza, nei doverosamente lunghi tempi, dal basso, nella trincea locale, tra la gente e i problemi della gente, una nuova classe dirigente, che pensa al bene comune e non al proprio 'particulare'. Nel frattempo guardarsi attorno e, secondo il criterio del 'male minore', non essendo teorici del 'tanto peggio tanto meglio' (che porta al fascismo o ad altri totalitarismi), sapendo che il regime repubblicano liberaldemocratico è un bene storico miracoloso da difendere, vedere, caso per caso, persona per persona, con chi fare tratti di strada insieme, a chi dare un appoggio. Sempre ripeto, per chiudere il discorso, guardando prima all'essere veramente 'uomini' 'donne' adulti e seri e non minorenni presuntuosi, trasformisti, inaffidabili.

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lunedì 28 gennaio 2008

FECONDAZIONE POCO ASSISTITA

di Stefania Torresani

Tutti abbiamo sentito parlare della Legge 40 del 2004… ma forse nemmeno sappiamo di cosa tratta, ecco appunto una breve sintesi di ciò che disciplina la Legge, cioè le legittime pratiche di procreazione assistita da affrontare in caso di sterilità di coppia in Italia:
- E’ stabilito che possono accedere alle tecniche di fecondazione assistita solo le coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, con entrambi i componenti viventi. E’ consentito il ricorso a tale pratica soltanto a persone affette da sterilità o infertilità non altrimenti rimovibile;
- E’ ammessa l'obiezione di coscienza per il personale medico;
- E’ proibita la fecondazione eterologa, cioè quella ottenuta con ovuli o seme non appartenenti alla coppia;
- E’ vietato il congelamento degli embrioni, ma non quello dei gameti (ovulo e spermatozoo), e impone che gli embrioni prodotti (fino a un massimo di 3) vengano impiantati contemporaneamente, anche se malati;
- E’ proibita la diagnosi preimpianto (possibilità di verificare la presenza di malattie genetiche negli embrioni e quindi di selezionare quelli sani) e la ricerca scientifica sugli embrioni.
Personalmente, dissento sugli ultimi tre punti.

- Per quanto riguarda la fecondazione eterologa, essa è stata vietata soprattutto perché più volte è stato paventato il rischio eugenetico di richiesta di seme e ovuli appartenuti a persone decedute da poter "riprodurre" in seguito, quando le tecnologie genetiche lo avessero consentito; tale rischio venne però sopravvalutato e palesemente strumentalizzato per poter ostacolare la ricerca. Quindi una coppia di cui un membro è sterile, invece che farsi aiutare da un donatore e far eseguire la fecondazione in provetta, sarà costretta al “più etico” tradimento consensuale (soprattutto se l’infertile è il maschio, per la femmina è più complicato...) o alla rinuncia all’avere un figlio naturale per lo meno a metà. L’unica soluzione, per quanto nobile, rimane l’adozione, anche se i dati statistici indicano la prima come scelta dai più attuata.

- Partendo dal presupposto che è provato che né il congelamento degli embrioni né l'unione in vitro di gameti in precedenza congelati aumentano il rischio di anomalie genetiche nel nascituro, si deve dire che congelare i gameti non è sicuramente una soluzione accettabile perché la tecnica di criocongelamento non garantisce attualmente la loro perfetta conservazione, mentre quella degli embrioni sì. C’è da dire che prima che il tutto fosse disciplinato dalla Legge 40, gli embrioni in surplus venivano congelati e poi, in caso di esito di impianto negativo, scongelati per impiantarli nel ciclo successivo alla stessa donna; questo per evitarle le pesanti cure ormonali prima di ogni impianto. La pratica era molto diffusa in quanto la probabilità di ottenere una gravidanza, per embrione impiantato, è intorno al 40% quindi molto spesso era necessario far più cicli… Da allora sono rimasti molti embrioni ancora congelati (tutti quelli in surplus che non sono poi stati impiantati) che hanno comunque una loro vita calcolabile in 5 anni e che quindi, non più utilizzabili, dopo tale tempo vengono soppressi. E allora se in ogni caso il loro destino è segnato da un inevitabile decadimento biologico perché non utilizzarli per scopo di ricerca? Dopo l’attuazione della Legge questo non è più stato possibile. E’da tutti condivisa l’opinione che questo divieto sia assurdo, in quanto gli embrioni vengono comunque a trovarsi in una situazione di “morte biologica” e quindi perché non “sacrificarli” allo scopo di ricerca piuttosto che gettarli via?? C’è da considerare, inoltre, che la ricerca sarebbe utile per salvare molte vite umane da inevitabili malattie, in un’infinità di campi applicabili che non è il caso di spiegare ora. Questa sarebbe l’ultima possibilità data all’Italia per avanzare nella ricerca per esempio delle cellule staminali o delle malattie genetiche perché quando tutti questi “vecchi” embrioni saranno inevitabilmente soppressi non ce ne saranno di “nuovi” (posto che dal 2004 non vengono più congelati). Da qui un’ulteriore “fuga dei cervelli” all’estero, dove queste pratiche non solo sono permesse ma anche incentivate grazie alla visione progressistica che hanno altri stati.

- Vietare la diagnosi preimpianto per molti è giustificato dal principio bioetico e morale che non è giusto selezionarsi il “figlio perfetto”, ma qui non si tratta di scegliere il colore degli occhi o dei capelli ma di garantire al futuro nascituro una buona qualità di vita, esentandolo dal dover essere portatore delle stesse malattie genetiche dei genitori, e soprattutto di non porre la coppia di fronte alla decisione di un aborto in caso si venga a scoprire che l’embrione impiantato non è sano. Che venga per lo meno garantita la diagnosi preimpianto per portare alla conoscenza i futuri genitori sul destino genetico di quel figlio; sarà poi loro libertà secondo coscienza decidere se sono in grado di garantire a un bambino che potrebbe essere affetto per esempio da talassemia o altre malattie del cromosoma X o sindrome di Down, ecc…, una vita dignitosa. Ricordiamoci che queste malattie sono gravemente invalidanti e conducono inevitabilmente a una morte precoce, senza contare che la tanto auspicata buona qualità di vita non è più garantita.

Allora è più etico:
1. Abortire dopo 3 mesi di gestazione quando si porta in grembo un feto con tutte le connotazioni di un bambino (questo in Italia è permesso)
2. Impiantare un embrione di poche migliaia di cellule sapendo che probabilmente sarà malato
3. far nascere per far morire un bambino talassemico
4. Non dare la possibilità ad un bambino sano (cui però non si può esaminare il corredo genomico) di poter vivere??? A voi la riflessione... certo è che in Italia ci sono due leggi per lo meno eticamente discordanti (quella sull’aborto e quella in questione).
A sostegno del divieto della diagnosi preimpianto sta il fatto che gli esami necessari per effettuarla comportano un aumento del rischio di mortalità per l'embrione, ma nessuno ricorda che anche l’amniocentesi (esame che rileva le stesse malattie della diagnosi preimpianto ma in epoca già di gestazione) dà un rischio di aborto spontaneo. Quindi ritornano le domande di prima: meglio rischiare di far morire delle cellule o un feto per esempio al 5°mese?

Per far fronte a questo dibattito nel 2005 si è tenuto un referendum articolato in 4 punti e proposto da Partito Radicale, Associazione Luca Coscioni, Democratici di sinistra, Socialisti democratici italiani, Rifondazione Comunista e singoli esponenti di vari partiti tra cui Gianfranco Fini, per abrogare alcuni punti della Legge 40 giudicata troppo restrittiva nelle tecniche utilizzabili. Si auspicava, tra le varie proposte, quello di ampliare la possibilità di fecondazione assistita anche alle coppie portatrici di malattie genetiche trasmissibili e di rivedere il numero massimo degli embrioni impiantabili. A sostegno della richiesta di referendum sta una vera e propria discriminazione: si permette a chi si "avvale" delle condizioni di regime detentivo 41-bis e non e' sterile, di poter accedere alla tecniche di procreazione assistita ( es: caso Cutolo) mentre lo si nega a chi non sterile si trova in stato di libertà e portatore di patologie virali o di patologie genetiche impedendo loro di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, rischiando di trasmettere il virus o la patologia genetica o al partner o al nascituro.
A causa di un enorme ostruzionismo e di distorsione della corretta informazione da parte delle forze cattoliche e della maggior parte dello schieramento di destra, l’affluenza del 25,9% non ha però permesso il raggiungimento del quorum. Ecco le motivazioni: i cattolici, e in generale coloro che sono contrari alla pratica in questione, sono motivati dal fatto che la procreazione assistita non rispetta la vita umana fin dal suo principio, e considerano perciò l'embrione come una vera e propria "vita umana" i cui diritti dovrebbero essere considerati sullo stesso piano degli individui già nati e dotati di personalità giuridica a tutti gli effetti. Essi credono infatti che l'embrione debba essere tutelato in modo più severo e per questo ritengono indispensabile che ne venga limitata la produzione a non più di tre; non tengono in considerazione però il fatto della probabilità che si verifichi una gravidanza multipla su cui bisognerà prendere delle decisioni: non è quasi mai possibile che si porti a termine un parto trigemellare senza problemi per i nascituri. Sono fermi, inoltre, nel no al criocongelamento e nel no alla ricerca, non ammettono l'inserimento di un elemento estraneo alla coppia nel caso della fecondazione eterologa e sono contrari alla fecondazione post-mortem. I laici, per contro, considerano la fecondazione assistita una libera scelta; pertanto uno stato laico non dovrebbe basarsi sulle scelte morali di una parte della popolazione per imporre il divieto su una pratica. Essi asseriscono inoltre che sia assurdo equiparare i diritti dell'embrione a quelli della persona umana, impedendo la ricerca.
Il dibattito si è ulteriormente acceso in questi ultimi tempi in quanto ci è stata resa nota l'Ordinanza con la quale il Giudice del Tribunale di Firenze (dopo quello di Cagliari) impone al centro di fecondazione assistita Demetra di intervenire a favore di una coppia milanese con una grave malattia genetica, con un' analisi dell'embrione prima del suo impianto; ciò rappresenta di fatto il superamento delle linee guida della legge 40/04. A rafforzamento di questo avvenimento, il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di un gruppo di associazioni, annullando per eccesso di potere le linee guida sulla fecondazione medicalmente assistita della legge 40. In particolare boccia il divieto di diagnosi preimpianto e la predeterminazione del numero degli embrioni da ottenere e poi da impiantare in utero, non più di tre. La legge imponeva l'obbligo di trasferire gli embrioni prodotti con norme che non lasciavano alcuno spazio d’autonomia decisionale al medico e paziente, introducendo la diagnosi osservazionale al posto di quella preimpianto che è una cosa completamente diversa. Grazie ai giudici del Tar Lazio, la Corte Costituzionale dovrà vagliare nuovamente la costituzionalità della legge 40/04, e c’è da augurarsi che imponga la revisione di una legge che provoca danni diretti alla salute delle persone in nome di pretese ideologiche e fondamentaliste. E' una nuova speranza per tutte le coppie che non dovranno rinunciare ad un figlio per paura di trasmettere una grave malattia, quelle coppie che non hanno i soldi per l'estero, quelle coppie che rinunciano dopo vari tentavi in paesi stranieri, per la diminuzione degli aborti terapeutici da parte di donne che, in assenza di analisi preimpianto, avrebbero potuto scoprire lo stato di salute del feto soltanto a gravidanza avviata. Il ministro della Salute Livia Turco, si era impegnato a presentare a breve l'aggiornamento delle linee guida, comunque previsto dalla legge ogni tre anni, ma aspettando “il miracolo”, e alla luce degli ultimi avvenimenti politici, domani chissà quale tribunale deciderà, in attesa di un Parlamento che si decida a riformare la legge 40/04.

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sabato 26 gennaio 2008

INTERVISTE IMPOSSIBILI: ALEXIS DE TOCQUEVILLE

di Francesco Lorenzetti

Inauguriamo la rubrica “interviste impossibili” con un ospite d’eccezione: A. de Tocqueville. Tocqueville è nato nel 1805 in Francia, ha studiato legge ed è divenuto Magistrato, Deputato e perfino Ministro degli esteri. Nel 1831 ha intrapreso un lungo viaggio negli Statu Uniti, nel quale ha cercato di studiare il sistema democratico liberale americano per pubblicare, nel 1840, la sua opera più importante: “La democrazia in America”. Sostenitore di idee liberali e riformiste, del decentramento amministrativo e della monarchia costituzionale, è oggi considerato uno dei fondatori del moderno conservatorismo liberale.

Signor Tocqueville, bentornato
Grazie
Lei è unanimemente considerato uno dei personaggi più influenti nella storia della cultura liberale. Cosa pensa del liberalismo oggi?
Penso che, al di là delle divisioni e delle differenze fra diversi pensatori, il liberalismo si possa ancora considerare un fenomeno unitario. Se uno è consapevole dei pericoli derivanti dall’esercizio del potere statuale, e crede nella libertà dell’individuo come condizione per raggiungere il benessere di tutti, allora è liberale. I nemici del liberalismo ci vogliono far credere che l’individuo sia inetto, incapace di capire cosa è meglio per lui, e su questa base sostengono lo statalismo, cioè la devoluzione della possibilità di scelta dei singoli ad un ente centralista e dirigista. Basta opporsi a questa impostazione per essere uniti.
A proposito di unità, sa che le è stato intitolato uno dei più importanti aggregatori internet dell’area liberal-conservatrice?
Sì, ne ero a conoscenza. Anche lassù abbiamo i feed-reader.
Davvero? E quale usa?
Non posso fare pubblicità
Ok. Ma se conosce Tocque-Ville allora avrà seguito anche la politica nel nostro paese... Se ci fossero le elezioni domani stesso, per chi voterebbe?
Non sono né per il Partito Democratico né per il Popolo della Libertà, ma tuttavia e dopotutto tengo più al secondo che al primo. Infatti dal secondo differisco nei mezzi piuttosto che nel fine, mentre dal primo differisco, insieme, nei mezzi e nel fine. La libertà è la prima delle mie passioni. Questa è la verità.
Insomma, è un Berlusconiano?
Bè... no, insomma... detta così sembra –
Vabè, abbiamo capito. Ad ogni modo è bipartitista: non ha nemmeno considerato gli altri partiti...
Certamente. Il mio modello è quello americano, con due grandi partiti “flessibili” che fungano da contenitori per idee diverse ma in qualche modo assimilabili. In fondo, un paese è come una nave che ha bisogno di un timone: le direzioni possibili sono sempre e solo due.
Sono d’accordo. Senta, ma lei non dovrebbe parlare francese?
Quando si torna dal mondo dei morti, si può comunicare in tutte le lingue conosciute.
Ma la Francia, almeno, le sarà rimasta nel cuore: cosa pensa del suo attuale Presidente, Sarkozy?
Chi?
Quello che si fa Carla Bruni
Ah. Un uomo fortunato... Quella Bruni è davvero seducente.
Ho visto di meglio. Un’ultima domanda: quali associazioni culturali liberali ritiene più interessanti per chi voglia affacciarsi al mondo della politica?
Che associazione siete, voi?
Movimento Arancione
Ah... Bè, allora direi Neolib, i Giovani Liberali, il Circolo di Dell’Utri, quello della Libertà, quello di -
Grazie, è stato un piacere.

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venerdì 25 gennaio 2008

FRANA PRODI, MA IN CAUDA VENENUM

di Ismael

La disfatta prodiana al Senato sta a significare ben di più che l’ormai improcrastinabile atto di sfiducia verso un’esperienza di governo fallimentare sotto tutti i punti di vista. Dal tracollo “parlamentarizzato” dell’Unione emerge infatti la debolezza congenita della cifra politica incarnata da Romano Prodi, e per volontà – apparentemente cocciuta e autolesionista – del suo stesso ideatore.
Dico “apparentemente” perché, dimostratesi infondate le illazioni su presunte campagne acquisti di senatori indecisi a Palazzo Madama, l’ostinato arroccamento dell’ex presidente del Consiglio segna in realtà l’avvio di una precisa strategia politico-culturale. Così gestita, questa crisi di governo ha conseguenze di medio-lungo termine dirompenti, specie se confrontata col precedente del 1998. Allora l’ulivismo – poi divenuto “unionismo”, sempre indicando il ruolo moralmente ed elettoralmente decisivo che il cattolicesimo democratico, seguace di don Giuseppe Dossetti, ha rivendicato in seno alla sinistra italiana nell’ultima quindicina d’anni – sopravvisse alla caduta del suo uomo simbolo. Oggi la situazione è profondamente diversa, in quanto l’impasse di questi giorni origina al centro e non alla sinistra dello schieramento antiberlusconiano. Enfatizzando al massimo la connotazione ideologica (moderata, garantista, neodemocristiana) del dissenso pervenutogli, Romano Prodi lo sta facendo passare agli annali come una pesantissima ipoteca sui destini del nascente Partito Democratico a guida veltroniana.
La rottura tra morotei (nella fattispecie mastellati, ma non solo) e postcomunisti mette a nudo il crescente disagio con cui la sinistra cattolica vive dentro e fuori il Pd. Che la costituente del nuovo soggetto politico avesse ottime probabilità di trasformarsi in un’opa diessina sulla Margherita e, per estensione, su tutto il centrosinistra era più di un sospetto, ma la mossa di Prodi vuole renderlo un dato di fatto negli esiti. Alimentando ed esibendo in diretta televisiva i malumori del cattoprogressismo tra minacce giudiziarie e frustrate ambizioni da mosca cocchiera di rinati compromessi storici, il boiardo felsineo ha saputo lasciare in eredità a Walter Veltroni una leadership esposta al coagularsi di una influente “cosa bianca” alla sua destra. Uno stratagemma che rischia di obbligare il sindaco di Roma a scegliere tra due mali: rinsaldare l’asse con la sinistra antagonista e fondare su di esso la sua forza contrattuale rispetto al nuovo centro (scordandosi però ogni proposito di rupture), oppure valorizzare un sostegno cattolico cospicuo ma indipendente dal suo controllo diretto (rassegnandosi allo schema consociativo Marini-D’Alema, quindi addio rupture comunque). L’indebolimento di Veltroni ne pregiudicherebbe pure il dialogo con Berlusconi in funzione maggioritaria e/o tendenzialmente bipartitica, sempre che il Cav. non punti più o meno velatamente al referendum Guzzetta. Soluzione molto meno astuta di quanto si pensi: senza adeguate modifiche ai regolamenti parlamentari, la nuova legge elettorale non scalfirebbe affatto l’esecrabile potere di ricatto dei “cespugli” (che si formerebbero dopo le elezioni anziché prima).
L’uomo che seppe fottere due volte Silvio Berlusconi egemonizzando (precariamente) il nemico comunista nelle more del maggioritario affonda impiccando l’alleato democratico al proporzionale? Chi rimarrà al timone della sinistra dovrà sudare sette camicie, per dimostrarsi all’altezza di cotanto animale politico. Onore delle armi a questo valente avversario.

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lunedì 21 gennaio 2008

IL GIORNO DELLA MEMORIA

di Massimo Messina e Maria Rosaria Acireale

Il 27 gennaio sarà il Giorno della Memoria, istituito per volontà del Presidente della Repubblica Ciampi. È stato scelto questo giorno poiché la liberazione dei deportati ad Auschwitz avvenne in tale data, nel 1945, da parte dell’esercito sovietico. I versi della poesia Shemà introducono il libro "Se questo è un uomo" di Primo Levi. In questo libro ed in altri suoi scritti, Levi esprime con forza il dovere della testimonianza che, come ex deportato ad Auschwitz, sentiva con forza, e il dovere della memoria, che adesso è anche nostro. “Shemà”, in ebraico, significa “ascolta”, ed è parafrasi della preghiera più conosciuta della fede israelita, contenuta nella Bibbia (Deuteronomio 6,4-7). “Ascolta” nel senso di “devi ascoltare!”: abbiamo il dovere di ascoltare e ricordare. Coloro che vissero la tragica esperienza dei campi di sterminio fra pochi anni, per motivi anagrafici, non saranno più tra noi. Il Giorno della Memoria diviene sempre più un’occasione per impegnarsi affinché lo sterminio pianificato di un intero popolo non debba mai più ripetersi e per battersi con energia affinché ogni genocidio sia impedito. L’unicità dello sterminio degli ebrei (in ebraico Shoà) è un fatto, ma il Giorno della Memoria deve servire anche come monito affinché noi possiamo aprire gli occhi su tutti i genocidi contemporanei, e ci alziamo in piedi per batterci contro di essi. Bisogna battersi contro ogni tipo di razzismo e mai più gli esseri umani siano distinti in razze. Come affermava Albert Einstein, “esiste soltanto una razza, la razza umana”.
Nell’estate del 1942 i tedeschi decisero la “soluzione finale”, cioè lo sterminio sistematico dell’intero popolo ebraico. Oltre agli ebrei, furono deportati e sterminati i “diversi”: malati di mente, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, criminali comuni e oppositori del regime (comunisti, so******ti, libertari e così via). Quanti si indignavano quando il vicino di casa, il collega, l’amico spariva dalla circolazione? Quando intere famiglie di ebrei erano evacuate dalle loro case, caricate su vagoni-bestiame e private di tutto ciò che possedevano? Quanti sentivano la propria coscienza ribellarsi? Forse la paura era più forte di qualsiasi altro sentimento?

Le responsabilità italiane

Non soltanto la Germania ebbe responsabilità del genocidio. L’Italia fascista fu il maggiore alleato del regime nazista ed ebbe grandi responsabilità per quanto riguarda il genocidio degli ebrei. Nel 1938 le “leggi per la difesa della razza” furono la manifestazione giuridica di una politica dichiaratamente antiebraica. In seguito a ciò gli insegnanti ebrei persero la cattedra, tutti i ragazzi giudei furono cacciati fuori dalla scuola pubblica, a molti commercianti fu bruciato il negozio. La rivista "La difesa della razza" di Interlandi e Giorgio Almirante, dal 1938, propagandò l’odio razziale e antisemita. Vi furono persone che si macchiarono della grandissima colpa di denunciare anonimamente intere famiglie di ebrei e farle deportare nei campi di sterminio. Ci chiediamo se tali responsabili hanno ripensato a tali fatti con sentimenti di ravvedimento.

I “giusti tra le nazioni”

Bisogna anche ricordare che vi furono alcune persone che aiutarono molti ebrei a salvarsi. Essi hanno ricevuto il titolo dallo Stato di Israele di “giusti tra le nazioni”. Uomini come Schindler, Palatucci e Perlasca dimostrarono al mondo che la dignità umana poteva ancora esistere, anche a
costo di pagare con la propria vita. Palatucci, infatti, morì in un campo di sterminio nazista, dopo aver salvato migliaia di ebrei da tale tragica sorte. Si dice giustamente di lui che amò il suo prossimo non come sé stesso, ma più di sé stesso. Bisogna augurarsi che mai più accada che l’uomo sia degradato e disprezzato come è accaduto con la Shoà e che la società futura porti pace e armonia fra tutti i popoli del mondo.

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domenica 20 gennaio 2008

L'ABORTO E LA SOCIETA' DEL TERZO MILLENNIO

di Federico Zuliani

Prima che la polemica sulla mancata visita del Papa alla Sapienza, il "topic" dello scontro laici - cattolici (semplicisticamente) era la "moratoria sull'aborto" lanciata da Giuliano Ferrara dalle pagine de "il Foglio". La "provocazione" dell'Elefantino, è partita dal grande risalto dato dai media alla moratoria sulla pena di morte, spacciata come un grande successo diplomatico italiano, e bandiera dei "campioni italiani della laicità", i Radicali di Pannella. Alla proposta di Ferrara non sono mancate da subito le reazioni politiche, con quelli che hanno gridato all'attacco della laicità dello Stato e i vari onorevoli missionari ad esaltarsi per aver finalmente trovato un portavoce. Ora, l'aborto è indubbiamente un argomento che "scotta", quindi bisogna approcciarvisi sempre con una certa cautela ma, soprattutto, bisogna farlo senza preconcetti o schemi ideologizzati. Ad esempio, sarebbe il caso di far sapere ai "ferraristi" che a nessuno piace l'aborto, nemmeno a quei laici che ne difendono il principio. L'aborto è dolore, sofferenza, è comunque un atto disperato. Non pensino, i vari "don" di turno, che chi sceglie di abortire lo faccia a cuor leggero, senza consapevolezza di aver spezzato una "potenziale" vita. Lor signori però non sembrano voler tener in conto di cosa potrebbe comportare un'abolizione dell'aborto come istituzione di legge. Tralasciando lo scontato ritorno alla MACELLERIA degli aborti clandestini, ci si dovrebbe chiedere cosa accadrebbe ad un figlio NON VOLUTO, ma partorito comunque per l'impossibilità di abortire. Neonati abbandonati nella spazzatura o in qualche istituto, di quelli magari retti da loschi personaggi che anni dopo si scopre come abusassero dei loro giovani ospiti. Mettete in paragone l'aborto con queste eventualità: qual è il male minore?!?
Un problema su cui, comunque, ritengo si possa discutere, è la visione che si ha oggi dell'istituto dell'aborto. E qui, si dovrebbe riaprire quel "processo al '68" che sfortunatamente in Italia non si è ancora (davvero) fatto. Non è infatti col femminista "l'utero è mio e me lo gestisco io" che si può affrontare seriamente il problema. Tuttavia, questi messaggi falso-emancipatori ci hanno "regalato" generazioni di ragazze/donne sempre più confuse e disinibite, che confondono la propria libertà con l'apparire, che han fatto del "velinismo" una religione, con una moltiplicazione delle Gregoraci di turno. Con questi modelli, con questi "non-ideali", l'aborto è in alcuni casi "parificato" ad un qualsiasi anticoncezionale, qualcosa da prendere alla leggera. Questo è il vero problema, non l'istituzione aborto in sè. Si deve riacculturare la nostra società, non riportarla al Medio Evo. Questa è la grande sfida del Terzo Millennio!

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giovedì 17 gennaio 2008

IL PAPA FRA GLI SCIENZIATI? C'ENTRA ECCOME

di Francesco Lorenzetti

Nel Principio c'è il Logos,
e il Logos è unito a Dio,
e Dio è il Logos stesso.
S. Giovanni (trad. F. Cavalla)

Sulla rinuncia del Papa a far visita all'università "La Sapienza" di Roma si è già scritto e detto moltissimo. Si sono occupati del caso un po' tutti, dai blogger di ogni schiera e colore a Bruno Vespa su Porta a Porta, ma in questo turbinoso dibattito di attualità mi sembra si sia perso di vista il nucleo centrale della questione intorno a cui ruota l'intera vicenda: la questione epistemologica. Cioè, per dirla in modo semplice, dovremmo chiederci quale possa essere il ruolo del Papa nel dibattito sulla ricerca scientifica e cognitiva, e se questo ruolo sia compatibile con la tanto sbandierata laicità del mondo accademico.
La posizione dei professori firmatari della famosa lettera inviata al Manifesto, nella quale si denunciava l'incompatibilità fra il ruolo del Pontefice e quello degli scienziati, è chiara: il Papa è una specie di stregone, che propugna superstizioni popolari a poveri stolti che se le bevono beotamente, e la scienza con questo non ha nulla a che fare. La scienza, infatti, ha come obiettivo la libera ricerca della Verità, mentre il clero impone una verità rivelata e non verificabile, astratta e dogmatica.
Eppure, una tale idea della scienza mi pare non solo antiquata, giacchè i professorini in questione sembrano essersi persi un bel pezzo delle riflessioni epistemologiche più moderne, ma anche palesemente arrogante ed ottusa. Come si può, oggi, dire che la scienza persegue la Verità, quando Godel ci ha tolto l'illusione che essa possa aspirare anche soltanto alla coerenza delle sue costruzioni? Come si può rimanere sulle posizioni di Galileo, che credeva di aver risolto il problema epistemologico guardando dentro un telescopio? Come facciamo, oggi, a credere nell'autosufficienza della scienza?
Sono domande alle quali dobbiamo dare una risposta, e la risposta data dai professorini romani mi sembra sconcertante, poichè sembra ripescata da un dibattito vecchio di quattrocento anni. La scienza non è e non sarà mai autosufficiente, e gli scienziati farebbero meglio a rendersene conto. Di essa, in epoca moderna, ci rimane una cosa soltanto: la tecnica, intesa come possibilità di manipolare la natura. La ricerca della Verità, al contrario, si conduce attraverso altre strade, che sono quelle del ragionamento filosofico in senso classico. Ragionamento che, a ben vedere, conicide con quello che il Papa cerca di proporre ai fedeli ma anche ai laici, e che poco c'entra con il dogma di fede. Esso si rifà, piuttosto, alla filosofia dialettica di Parmenide, Eraclito, Socrate, Platone, ecc. e cerca di risolvere la questione pregiudiziale fondamentale: cosa possiamo conoscere?
Ora, anche i più critici nichilisti dovranno convenire con me che tale domanda sia di fondamentale importanza per ogni scienziato che si rispetti. Porsela è indispensabile a chi, come i sedicenti scienziati contestatori, abbia la pretesa di ricercare la Verità. E quale momento migliore per confrontarsi su questo terreno se non quello dell'inaugurazione del nuovo anno accademico? Quale migliore relatore se non il Papa filosofo Benedetto XVI?
Ecco, allora, che vengo al dunque. Il Papa fra gli scienziati non è affatto un attentato alla laicità dell'università, nè tantomeno un rischio per l'autonomia della scienza, ma solo una grandiosa occasione di comunicazione ed arricchimento reciproco fra chi, seppure da prospettive diverse, ha pur sempre avuto il comune obiettivo di ricercare il bene comune, la Verità, il progresso. Con questo brutto epilogo ci hanno perso tutti, soprattutto quegli scherani della contestazione studentesca che, magari, avrebbero avuto la possibilità di allargare un pochino le loro vedute in campo gnoseologico.
Chi ha detto che questa è una vittoria della democrazia ha ragione, ma solo se per democrazia intendiamo quella dottrina, teorizzata da Rousseau, che ha fatto della prepotenza del più forte sul più debole la sua profonda ratio. Per il resto, resta la tristezza di una civiltà incapace di confrontarsi con chi ha idee diverse, e la responsabilità (almeno questa volta) non è della Chiesa.

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venerdì 11 gennaio 2008

FAMMI CAUSA

di Francesco Lorenzetti

"Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo,
o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo,
esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi,
quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello
di giudicare i delitti o le controversie dei privati"
Montesquieu, Lo spirito delle leggi

Ormai non fa più notizia che il Casarini di turno si macchi di crimini contro lo Stato e contro la proprietà e poi la faccia franca, così come è diventato normale che in ogni città vengano occupati abusivamente edifici sotto gli occhi impotenti delle forze dell'ordine o che Brigatisti e terroristi di ogni sorta si vedano condonare o sensibilmane accorciare la pena in forza di qualche oscura trama politica. Lo stato della giustizia in Italia ha raggiunto livelli da terzo mondo, e "il paese dei furbi" ormai non si indigna nemmeno più. "Fammi causa!" è diventato lo sfottò per eccellenza di una società che ha compreso di poter contare sull'impunità, e i dati statistici che ci pervengono da alcuni studiosi di problemi della giustizia confermano la vastità del problema. La Corte Europea di Strasburgo, fino al 2006, ha condannato il nostro Stato 1.012 volte al risarcimento di danni causati ai propri cittadini a seguito di episodi di malagiustizia, a fronte delle 250 condanne nei confronti della Francia, le 255 della Spagna, le 31 della Germania e le 22 del Regno Unito. Il dato è impressionante, e dipende soprattutto dalla durata biblica dei processi civili. Un giudizio di primo grado dura in Italia mediamente 887 giorni, mentre in secondo grado e cassazione si superano i 1000 giorni. Ciò significa che, volendo arrivare fino all'ultimo grado del processo, impiegheremmo circa 3.000 giorni più i tempi dei vari ricorsi (alla fine quasi dieci anni) ad ottenere la sentenza definitiva.
Ciò che dico è scontato e risaputo, ma troppo spesso assistiamo all'enunciazione di un assurdo luogo comune di matrice socialista sulla causa di tale sfascio: la mancanza di fondi. L'Italia spende invece moltissimo per la giustizia, circa 47 euro per abitante, contro i 35 della Francia e addirittura gli 8 del Regno Unito. E abbiamo anche un numero piuttosto elevato di giudici (più di 6.000) che ci accomuna a paesi con un più alto numero di abitanti come, ad esempio, la Francia.
Il vero problema è, invece, che in Italia abbiamo applicato i princìpi del socialismo alla magistratura, dimenticando la lezione di Montesquieu. I magistrati non rispondono dei loro errori, e avanzano di carriera soltanto in base all'età. Non c'è alcun meccanismo di controllo democratico che bilanci lo strapotere dei giudici e dei pubblici ministeri (come l'impeachment americano). Non c'è imparzialità del giudice nei processi penali. Non c'è il principio fondamentale dello stare decisis, che obbliga il giudice di rango inferiore a rispettare il precedente giurisprudenziale stabilito dalle corti superiori. Sono questi i veri problemi, ai quali nessun politico sembra essere intenzionato a dar risposta. Ma le conseguenze sono gravissime: come può reggersi una società in cui il sistema giudiziario è così decadente?

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mercoledì 9 gennaio 2008

LUIGI STURZO FOR DUMMIES & FRIENDS

di Ismael

Sull’identità politica e culturale di don Luigi Sturzo pesa un luogo comune duro morire, che il sacerdote di Caltagirone sia stato cioè un democristiano ante litteram. È un equivoco dovuto probabilmente alla scarsa cura con cui i libri di testo scolastici sono soliti approfondire la notevole differenza ideologica tra popolarismo e cristianesimo democratico.

I punti di distinzione tra le due dottrine sono in effetti sostanziali. Il centrismo confessionale della Dc nacque nel contesto storico del secondo dopoguerra, quando De Gasperi perseguì l’unità dei cattolici al fine di costituire un blocco politico efficacemente antagonista del Fronte Popolare pur senza allearsi con i postfascisti. Il Partito Popolare Italiano, fondato da don Sturzo nel 1918, si rivolgeva invece agli uomini “liberi e forti” e aspirava a connotarsi come soggetto politico moderno “nell’ambito di valori relativi, contingenti, che si riferiscono al governo della società e alla soluzione di problemi di carattere giuridico, economico sociale e internazionale”. Un sommario programmatico dagli accenti nettamente aconfessionali, quasi pragmatici, con tutte le carte in regola per precorrere i tempi del “fusionismo” in voga oggigiorno – ossia della tendenza a catalizzare consenso sulla base di un progetto di governo, non dell’adesione preconcetta a sigle di partito tanto identitarie nella denominazione quanto aleatorie in concreto.
La rinuncia a rivendicare un monopolio dell’identità – in questo caso anche e soprattutto religiosa – rimette la scelta di chi premiare al libero giudizio del singolo elettore, il quale provvede autonomamente a calcolare una “media pesata” delle priorità allegate alla sua scala di valori. L’effetto è quello di rendere la massa votante meno controllabile da parte di agenzie e/o istituzioni monofidelizzate: non a caso sia Gramsci che Gobetti guardarono al popolarismo come a una implicita riforma del cattolicesimo, mentre la Chiesa mal tollerò di vedere compromesso il suo margine di indirizzo politico proprio all’indomani del suffragio universale maschile.
Fu questo liberalismo applicato il tratto distintivo del pensiero sturziano. Nella riflessione affidata alla sua cospicua produzione saggistica e letteraria, il prelato calatino si soffermò di frequente sul tema della libertà individuale. Polemizzando con l’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira (correva l’anno 1954), Sturzo scrisse: “affermare che «l’economia moderna è essenzialmente di intervento statale» (La Pira) toglie allo stato moderno la caratteristica di stato di diritto e lo definisce stato totalitario. L’economia di stato se fosse perseguita sulla base di quell’essenzialmente ci porterebbe a perdere la struttura di stato di diritto ed infine le stesse libertà politiche e civili, che diverrebbero solo libertà formali ed esteriori”. E ancora, pescando dal saggio Politica di questi anni. 1950-51: “Il privato impiega il denaro assai meglio dello stato; la produttività dell'impresa privata è superiore a quella dell'impresa pubblica. Per una politica di maggior impiego di mano d'opera è obbligo dello stato non solo non ostacolare l'investimento privato, ma anche favorirlo”. Passi caratterizzati da uno schietto liberismo anti-costruttivista, che non manca di manifestarsi pure in campo extraeconomico: “Il consenso della coscienza pubblica alla formulazione della legge, tacito o espresso, preventivo per la fiducia verso l’autorità o consecutivo per l’adesione data, è necessario perché un ordine giuridico acquisti valore morale. La legge potrà averne la sua efficacia giuridica anche senza tale consenso (se le forme legali furono osservate), non mai la sua efficacia morale; questa può essere acquisita in seguito, anche se in un primo tempo la coscienza pubblica vi avesse ripugnato”. In altre parole, un centro istituzionale che pretenda di creare mentalità e costume tramite una legiferazione eticamente “educativa” indulge a un paternalismo che oblitera il nesso di causalità tra legge morale e norma positiva. Ecco perché Sturzo propendeva per uno stato minimo regionalista, contrapposto al potenziale totalitario dello stato centralista ottocentesco.
Ma il contributo di don Sturzo al pensiero liberale moderno, già ampiamente acclarato, non è il principale argomento del quale mi interessa discorrere in questa sede. L’amico Giovanni Maria Ruggiero, tempo fa, aveva richiamato la mia attenzione su uno spunto di qualche interesse circa una discontinuità di vedute tra lo Sturzo fino ai primi anni ’20 e quello del rientro dall’esilio anglo-americano, datato 1946 e durato ben ventidue anni. Occorre tener presente che l’avversione del Ppi per Mussolini, esternata proprio mentre fervevano i preparativi dell’ignobile concordato tra Chiesa e stato fascista, spinse le gerarchie ecclesiastiche a tutelare i disegni diplomatici della Santa Sede allontanando don Sturzo dalla madrepatria con il pretesto di un “viaggio-studio”. A proposito dell’evoluzione intellettuale del sacerdote di Caltagirone maturata in quel prolungato lasso di tempo, Gabriele De Rosa – curatore di un’antologia di saggi dedicata a Sturzo alla quale rimando – ebbe a scrivere: “Non è da pensare che la corrispondenza con il fratello, insieme alle altre emerse dal suo archivio, [...] ci diano uno Sturzo diverso da quello che aveva fondato il Ppi e aveva combattuto sino in fondo la sua buona battaglia contro Mussolini e per la libertà della Chiesa. Ma nemmeno è da pensare che l’altro Sturzo, quello appunto dell’esilio londinese e americano, [...] abbia vissuto questo periodo come un accidente, doloroso quanto si voglia, che non modificava la sua immagine”. Il diretto interessato negò a sua volta ogni ipotesi di cesura tra il pre- e il post-esilio.
Ma è probabile che l’interesse di Giovanni, psichiatra specializzato in teoria cognitiva, sia stato suscitato dall’emergere, nello Sturzo della maturità, di una disincantata consapevolezza dei limiti della razionalità umana. È un’interpretazione che trova riscontro sia nelle opzioni gnoseologiche sposate dalla filosofia sturziana – debitrici di un originale storicismo dialettico e anti-tomista, nel quale i dualismi non pervengono mai a sintesi definitive – sia nei risvolti prettamente mistici del pluriventennale esilio. Senza contare che il liberismo, negando alla radice la possibilità di pianificare l’economia in base a leggi storiche codificate una volta per tutte, è l’espressione economica di questo “razionalismo temperato”. Nella solitudine dello scrittore, ormai lontano dalla politica attiva, secondo Pietro Scoppola (vedi alle pagg. 35-61 della già citata raccolta, dove lo storico si avvale guardacaso dei metodi della psicologia analitica) il calatino deve aver meditato a fondo sulla virtù del silenzio come lievito oblativo dell’intreccio tra obbedienza e giudizio critico. Vale a dire dei due atteggiamenti tenuti di fronte all’ostracismo patito in seno alla sua Chiesa. Cita Scoppola: “Ci sono stati troppi contatti tra me, papi, cardinali e vescovi. Essi sapevano (e forse apprezzavano) i miei dissensi sulla politica vaticana dal 1900 a oggi; io sapevo le ragioni della loro condotta. Parlarne? Non sarei compreso, anzi sarei frainteso; non parlarne? Molto della mia storia resterebbe opaca (e non dico altro). Dovrei spiegare come è che i papi hanno permesso o tollerato quel che ho io fatto (restando sempre io dentro la disciplina) mentre ad altri non fu permesso. Dopo tutto: meglio niente. Io ho fatto a Dio l’offerta di me completa; ho lavorato (e lavoro ancora) per la sua gloria. Il mio nome scomparirà, ma certe idee resteranno come seme anonimo, che potrà fruttificare”.
Dall’epistolario di don Sturzo traspare quindi la risoluzione a tacere del non dicibile in funzione dell’intento di comunicarne con più forza il contenuto altrimenti ineffabile, nel quadro di un habitus mentale molto vicino alla metacognizione di cui ai più recenti post di Giovanni Maria Ruggiero. Mi rendo conto di avventurarmi in una chiave di lettura piuttosto azzardata degli interessi altrui (non so nemmeno a quali scritti facesse riferimento Giovanni nell’interpellarmi), ma nondimeno è una suggestione avvincente, che merita un tentativo di dibattito tra amici di penna.

Per iniziare a saperne di più:

I profili di Luigi Sturzo su Ragion Politica, da qui in avanti;
Sturzo-De Gasperi, gli amici separati;
Il grande confronto tra Giorgio La Pira e Luigi Sturzo degli anni ’50;
Universalità e cultura nel pensiero di Luigi Sturzo

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