venerdì 28 marzo 2008

CINEPOLITICS: 300, LEONIDA: AMERIKANO O CLEMENTINO?

di Federico Zuliani

Come ben sappiamo, da sempre si cerca di trovare una connotazione politica a tutto, film compresi, indipendentemente se questa connotazione esista o meno. Ciò accade specialmente quando il clima è particolarmente arroventato da quella che può essere una crisi internazionale, un attentato di vaste dimensioni, una guerra, ecc.

E infatti, da quando gli USA sono in guerra contro il Terrorismo, è un pullulare di film a sfondo politico o di film “semplici” ai quali questo “sfondo” lo si vuole affibbiare.

Nel caso di “300”, film “cartoonistico” ispirato alle strisce fumettistiche di Frank Miller, già autore di “Sin City”, il confine tra due casi è molto labile, se c’è…

Di questo epico film, che narra della stoica battaglia di Leonida ed i suoi 300 spartani che alle Termopili si battono fino a soccombere contro gli invasori persiani guidati da Serse, si sono appropriate diverse “fazioni”.

Principalmente, lo “scontro” si è posto sul terreno della guerra in Iraq.

C’è infatti chi sostiene, in puro stile “amerikano”, che Leonida e i suoi rappresentino gli Stati Uniti, ossia un popolo che combatte per il valore della Libertà, e che col suo esempio ma anche sacrificio, incoraggia anche i propri “vicini” a fare altrettanto, come riuscirono a fare gli spartani con gli ateniesi e gli altri popoli dell’Antica Grecia, in nome di una comune lotta ideale e valoriale.

Al contrario nelle estreme sia a destra che a sinistra, c’è chi tende ad identificare gli Stati Uniti coi persiani (e Bush con Serse), invasori di una terra straniera, e gli spartani come i guerriglieri iracheni o meglio, per dirla col giudice Clementina Forleo, i resistenti contro lo straniero oppressore.

Scegliete voi lettori in quale riconoscervi, se volete farlo…
Altrimenti, gustatevi quello che è innanzitutto un bel film storico. Che poi sia “amerikano” o “clementino”, cambia decisamente poco…

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martedì 25 marzo 2008

E' NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA?

di Francesco Lorenzetti

Uno dei princìpi fondanti della modernità può essere ben rappresentato con la metafora di Zenone, nella quale il discepolo di Parmenide descrisse l’essere come “identità di sé a sé”. È lo stesso concetto che, poco più avanti, sarà ripreso prima da Anassagora e poi da Democrito, e che finirà per diventare il pensiero dominante ai giorni nostri; l’idea, cioè, che l’essere sia sempre identico a sé stesso, immobile ed immutabile, e perciò costituito di una sostanza indifferenziata.

Contrariamente ad altri “classici” come Platone, Aristotele e Parmenide, i quali fecero propria la teoria del divenire e cercarono di spiegarla attraverso la riflessione sul non essere (inteso come principio delle differenze) Zenone arrivò ad affermare l’inesistenza del non essere, e così anche delle differenze e del divenire. Questo, sulla scorta dell’argomentazione che le differenze del mondo sarebbero illusorie, perché riguarderebbero solo un profilo quantitativo dell’essere, e non una sua qualità. Secondo questa teoria, io sarei diverso (poniamo l’esempio) dalla scimmia solo quantitativamente (più atomi, più geni, più intelligenza, più funzioni biologiche ecc...) mentre non esisterebbero differenze qualitative se non nell’apparenza.

Se ci pensiamo, questa mentalità è anche alla base delle scienze analitiche: infatti io posso misurare le cose, sommarle, moltiplicarle solo se penso che la sostanza che le compone sia omogenea. Zenone travisò però in questo modo l’insegnamento del suo maestro Parmenide, che non aveva assolutamente inteso negare l’esistenza delle differenze e del divenire quando scrisse “del non essere non ti concedo né di dirlo né di pensarlo”, perché il non essere a cui si riferiva era un ipotetico principio contrapposto all’essere, sicchè dal suo punto di vista era corretta la precisazione. Ma il non essere si può pensare anche come concetto relativo, non necessariamente contrapposto all’essere, cioè un “non essere qualcosa”: è questo infatti il principio delle differenze. Io sono me stesso in quanto non sono qualcos’altro, una macchina è tale in quanto non è una casa ecc...

Platone specificò meglio il concetto, e scrisse: “Si potrebbe dire che l’essere in un certo modo non è, ed il non essere in un certo modo è”. Pensate al Tao, con le sue due forze contrapposte che si compenetrano e fondano la propria esistenza l’uno sull’altro: per l’essere è la stessa cosa, una sostanza che continuamente muta e si differenzia in un gioco di luce ed ombra, caldo e freddo, moto e quiete, vita e morte.

Il problema del divenire ha però creato dei forti mal di testa ai filosofi classici: come si può descrivere qualcosa che, mentre ne parlo, muta incessantemente? Anzi, essa è il principio stesso della mutazione, del cambiamento, del tempo che scorre. E allora, come possiamo riflettere sul suo funzionamento? Ce lo dice Aristotele, attraverso l’utilizzo delle utilissime categorie filosofiche di potenza e atto, che cercherò di spiegare brevemente e che mi serviranno per analizzare il caso dell’embrione umano da una prospettiva prima ontologica e poi etica.

Sappiamo che qualcosa è “in potenza” quando ha la possibilità di trasformarsi in qualcos’altro, e l’atto è appunto questo “altro”. Ad esempio, possiamo dire che l’uovo è una gallina in potenza. Ora, dato che la potenza è sempre “potenza di qualcosa”, dobbiamo convenire che, da un punto di vista logico, l’atto venga sempre prima della potenza, in quanto la caratterizza. Volendo, in questo modo potremmo dare risposta alla vexata quaestio se sia nato prima l’uovo o la gallina: è nata prima la gallina, perché quest’ultima non ha bisogno di altro principio per determinarsi, mentre l’uovo è sempre “uovo di... qualcosa”. La gallina, almeno concettualmente, precede sempre l’uovo, il quale altrimenti rimarrebbe privo di determinazione. Sarebbe la potenza di nulla, e quindi un nulla esso stesso.

Ma il concetto di potenza è troppo vago: bisogna distinguere ciò che è in potenza passiva da ciò che è in potenza attiva. La prima può trasformarsi in atto se interviene un principio esterno (ad esempio un blocco di marmo può diventare una statua se interviene un artista) mentre la seconda è tale se contiene già in sé il principio della propria generazione. Esempi di potenzialità attiva sono il seme, l’uovo fecondato e l’embrione, che possiedono un endogeno principio di generazione della vita. Dobbiamo notare a questo punto che ciò è un vero e proprio mistero dell’universo: qualcosa che autonomamente si fa spazio nella vita, mosso da una forza che va in una precisa direzione.

Ma questa teoria è stata utilizzata, con faciloneria, da chi ha sostenuto che siccome l’embrione è un uomo in potenza, allora (per esclusione!?) non è uomo in atto. Ciò e falso, per il motivo che abbiamo spiegato prima: potenza e atto rappresentano la dinamica di una forza, non due momenti fissi separati fra loro. Infatti, non si può pensare all’uno senza l’altro. Essi esprimono il concetto sfuggente di divenire, e sarebbe un errore interpretarli in maniere fissista. L’embrione dunque non è “qualcosa che diventerà uomo”, ma un uomo che sta gradualmente sviluppando le proprie potenzialità, esattamente come tutti noi in qualsiasi momento della nostra vita.

Dunque, mi pare più aderente alla teoria Aristotelica la tesi secondo cui l’embrione rappresenterebbe un fenomeno vitale non separabile concettualmente dall’idea di “uomo”. Per questa via è chiaro che le distinzioni fra le parole embrione, feto, bambino e uomo acquistano un significato ininfluente da un punto di vista etico, perché rappresentano tutte momenti diversi di uno stesso fenomeno. Se vi facessi vedere una mia foto di quando avevo dieci anni, direste che quello non ero io? Credo di no, e quindi converrete anche che ero io quell’embrione di pochi giorni che cresceva nel grembo di mia madre ventiquattro anni fa.

L’impostazione sensista, che vorrebbe una soglia “quantitativa” oltre la quale si possa dire che un feto è meritevole di tutela (ad esempio perché capace di sensazioni, emozioni, pensieri ecc) è da rigettare in quanto noi non possiamo pensare di disporre di una vita (e notate che “vita” è un concetto che implica necessariamente un divenire) nemmeno se pensiamo che questa vita sia incapace di provare sofferenza.

Questo è un passaggio importante, perché voglio sottolineare che per me la morale non è, come pretendeva Kant, un insieme di precetti che si risolvono (banalizzando) in un “non far male a nessuno”, ma un modo di affrontare l’esistenza secondo giustizia. Può darsi infatti che una cosa non faccia male a nessuno, ma che essa sia parimenti ingiusta. Ad esempio, se io tradissi la mia ragazza e nessuno venisse mai a saperlo avrei compiuto ugualmente un’azione moralmente censurabile. Credo che per l’aborto e le altre “questioni etiche” ci sia lo stesso problema: l’imperativo categorico non ci viene in aiuto, così perdiamo ogni certezza e non sappiamo da che parte affrontare le questioni. In questi casi, io credo che la prudenza sia l’unico atteggiamento intelligente, specialmente se abbiamo a che fare con il mistero della vita.

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venerdì 21 marzo 2008

DALL'ESSERE ALL'UMANO

di Ismael

L’inacidito sfogo col quale Luca Sofri si proclama “dalla parte dei bambini” mi dà modo di soffermarmi nuovamente sulle contraffazioni retoriche tipiche della mentalità progressista, o riformista che dir si voglia, anche di quella a più marcata vocazione liberale. Sorvolando sul contorcimento argomentativo che vanifica quelle poche righe di invettiva, laddove la stessa gratuità rimproverata ai “fanatici squilibrati” convinti che il matrimonio sia “un’altra cosa” rispetto alle unioni gay rifulge inconcussa nel lapidario giudizio finale del post, vale invece la pena di notare come la forma mentis del sinistrismo si possa quasi sempre ricondurre a una concezione essenzialista del linguaggio.

Sofri, in altre parole, ritiene di disporre del criterio per stabilire cos’è un “bambino” in termini di assoluta certezza oggettiva, di fatto annoverandosi in un sottoinsieme di quelli che “l’embrione non è già persona”. Così facendo, egli parte dal presupposto di possedere il linguaggio anziché di appartenere ad esso, implicitamente affermando la piena corrispondenza tra significanti e significati. Mentre invece le parole stanno per le cose, ma non sono le cose: hanno cioè il compito di descrivere analogie, non di definire essenze. A maggior ragione se il campo di applicazione del linguaggio ha risvolti prasseologici decisivi come accade nell’attribuzione del “diritto dei diritti”, quello alla vita.

Chiamando “individuo” ogni organismo di specie umana che non può essere suddiviso senza che vada perduta l’unità spontanea e strutturata dei suoi processi vitali, di sicuro non si fornisce una definizione determinante di “uomo”, “persona” o “bambino”. Si descrive, però, un insieme di requisiti sufficiente a riconoscere il diritto alla vita di qualunque “individuo”, perlomeno in un sistema di produzione delle norme coerentemente improntato alla presunzione (categoria giuridica: si veda l’innocenza in sede penale) e non al pregiudizio (categoria metafisica).

In via presuntiva, cioè, embrioni e feti interessano come stadi di un fenomeno, non come approssimazioni progressive di un concetto che già il linguaggio, per la sua natura intimamente metaforica, non può che abbozzare. La legge positiva, del resto, assegna convenzionalmente un diritto al fine di renderne attiva ed efficace la titolarità, non certo per asserire che lo specifico codice adottato per garantire certe prerogative sia perfetto, irrevocabile o incondizionato.

Presumere significa quindi ragionare per difetto, riconoscendo con franchezza quella “lacuna ontologica” del linguaggio che costituisce l’autentica ragion d’essere del diritto (se conoscessimo “per nome” le verità ultime, non avremmo alcun bisogno di darci leggi per decidere del giusto e dello sbagliato). Pregiudicare, al contrario, vuol dire ragionare per eccesso – segnatamente un eccesso retorico, persuasivo nell’accezione che Bruno Leoni attribuiva al termine. Ossia abile nel correlare senso e parola secondo schemi autoreferenziali, all’occorrenza manipolabili per soddisfare le esigenze “etiche” del momento.

Lo scarto semantico tra “feto” e “bambino”, nella fattispecie, vuole fare la differenza sotto il profilo della qualità, oltre che della quantità. Sofri non si prende il disturbo di spiegare in base a quale criterio dovrebbe operarsi questo duplice distinguo, ma il più raffinato è senza dubbio quello che individua nella comparsa dell’attività cerebrale lo iato fondamentale tra persone e non. Ma le funzioni neurologiche fetali, viste come sedi dell’intelletto, descrivono un potenziale cognitivo che si esprime appieno solo alcuni mesi (con la completa formazione dei neuroni, per quanto riguarda il supporto organico della mente) o addirittura anni (col raggiungimento della piena identità personale, ammesso che questa locuzione possa avere un senso definitivo) dopo la nascita. Inoltre, stando a un approccio strettamente “fenomenico” alla questione, la chimica dell’organismo non guadagna maggior qualità intrinseca con l’attivazione del cervello: sempre della mera interazione tra molecole materiali si tratta. Altrimenti, volendo distinguere tra mente e cervello (come io ritengo corretto fare), ci si pone in un campo disciplinare pericolosamente controverso e nient’affatto oggettivo, nel cui ambito hanno cittadinanza teorie secondo cui il cervello sarebbe una sorta di “antenna” per captare un “segnale” che prescinde da essa. Dunque nemmeno l’insorgere delle funzioni neurologiche potrebbe essere l’ipotesi più prudente nel fissare l’ora zero dei diritti individuali.

Il punto, in definitiva, è che qualsiasi definizione di “persona” (o “uomo” o “bambino”) preliminare all’attribuzione dei diritti essenziali deriva da assunti del tutto o in parte pregiudiziali e tesi a scomporre l’unità del processo umano. Negarlo costringe a rimuovere dal proprio orizzonte ideale la natura metaforica del linguaggio e, sovente, a fare un uso spregiudicato del supplemento metaforico dato da paradossi, iperboli e casi ficti. Ma di questo si dirà in futuro.

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mercoledì 19 marzo 2008

SE IL "MUTISMO DI STATO" DA' RAGIONE A TREMONTI

di Federico Zuliani

In questi giorni, come certo ben saprete, il regime comunista cinese sta attuando una forte repressione contro la popolazione tibetana, “colpevole” di manifestare il proprio desiderio d’autonomia dopo oltre cinquant’anni di illegittima occupazione.
Ovviamente, l’astuto regime maoista fa si che vengano trasmessi principalmente i filmati dei rivoltosi che sfasciano qualche vetrina piuttosto che la violenza della milizia “popolare”, parlando di una decina di morti al posto delle reali centinaia.

E, di fronte a tutto questo, il “civilizzato” mondo occidentale che fa?! Praticamente nulla!

L’assordante silenzio del “mutismo di Stato” risuona spettrale per coloro che hanno a cuore la libertà, il principio di autodeterminazione dei popoli (sancito dalla “Carta delle Nazioni Unite”), e che da sempre guardano con ammirazione e rispetto agli Stati Uniti d’America, come esempio e difensore di Libertà.

Invece, dagli USA è arrivata soltanto la richiesta del Segretario di Stato alla Cina di «collaborare col Dalai Lama»…

Nemmeno da noi, ovviamente, le cose vanno meglio, se gli unici ad aver fatto qualcosa di concreto sono stati i Radicali (notori sostenitori della “questione tibetana”) e – udite udite – la Sinistra Arcobaleno, stranamente schierata dalla “parte sbagliata” (anche se poi, visto il proliferare di liste “falce e martello” alle Politiche, comunisti vs. comunisti non sembra poi una cosa così strana…).

PD e PdL, a parte qualche dichiarazione personale di singoli esponenti, sembrano/sono muti, proprio come gli americani, gli inglesi, i francesi, ecc.

E, che strano!, tutti questi sono abituati a fare grandi affari con gli “amici del Dragone”…

Ma allora, che abbia ragione Giulio Tremonti quando, come fa nella sua ultima fatica letteraria (“La Paura e La Speranza”, Mondatori), critica la globalizzazione per aver trasformato l’essere umano in homo economicus?

Quella che doveva essere la massima espressione della libertà economica, e da questa la Libertà in senso assoluto, cosa fa per i tibetani?

Fa che USA, Italia, ecc abbiano a cuore il non urtare i “sentimenti” cinesi per proteggere i propri interessi economico-industriali, e pazienza se i bonzi si beccano qualche manganellata…

Eh no, se deve essere globalizzazione e libertà, lo sia per tutti: per i tibetani, per i ceceni, per gli armeni, ecc.

É troppo comodo fare i forti con i deboli ed i deboli con i forti…

Provateci che ci stiamo sbagliando, provateci che ciò in cui abbiamo creduto con ardore e passione non erano solo tante belle teorie da buttare al vento di fronte al soffiare fuoco del Dragone rosso.

Provatecelo, o per i liberali sarà davvero dura nei prossimi tempi…

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lunedì 17 marzo 2008

TROVATEVI UN BUON PARTITO

di Francesco Lorenzetti

La battuta di Silvio Berlusconi alla cosiddetta precaria -che poi in realtà non lo era, ma fa lo stesso- ha monopolizzato il dibattito politico del nostro strano paese per più di una settimana, e io mi interrogo sul perché. Ci ho pensato a lungo (si fa per dire) e ho concluso che essa deve avere rappresentato una formidabile occasione per tutti i partiti di consumare un altro po’ di campagna elettorale senza dire assolutamente nulla.

In effetti, immagino quanto sia imbarazzante, per dei politici, portare avanti una campagna di quasi due mesi proponendo sempre le stesse idee che circolano da quindici anni. Poveretti, è comprensibile che colgano ogni occasione per scontrarsi su qualcosa che non li impegnerà in alcun modo dopo le elezioni e che li tolga dall’impaccio di cercare di reiterare in continuazione proposte addirittura antistoriche.

D’altra parte, queste cose sono uno spasso per tutti: per gli amanti del gossip, per i giornalisti per i programmi di approfondimento, per noi blogger ecc, e ciò accade a causa di una specie di psicosi collettiva che chiamerei “sindrome da Grande Fratello”, cioè di un fenomeno di bassa lega che crea nell’opinione pubblica una grande ed ipocrita esecrazione, ma al contempo riesce ad accentrare l’attenzione di milioni di persone, le quali non si sognerebbero nemmeno di dedicare la stessa passione a contenuti di vera qualità. Berlusconi questo lo sa, e da grande conoscitore del popolo dei telespettatori si rende conto che per avere visibilità deve abbassare il livello della comunicazione. Gli altri, naturalmente, gli vanno dietro; sono arrivati un po’ in ritardo (come sempre) ma perfino i comunisti hanno capito come funziona il giochetto. Così ci troviamo oggi ad assistere ad una campagna elettorale che assomiglia più ad un’assemblea di condominio che ad un confronto di idee.

Ho seguito, in questi giorni, i commenti della blogosfera alla campagna elettorale in corso, i quali sottolineano giustamente la pochezza dello slancio riformista dei programmi finora presentati, la banalità dei contenuti, lo scarso tasso di liberalismo di quasi ogni partito. Ma se pensiamo che i nostri politici siano degli incompetenti, o degli ignoranti, o che non abbiano voglia di fare le riforme, allora siamo degli ingenui. Chi ci governa è migliore di noi, perché conosce la gente e si comporta di conseguenza. In fondo, è la legge della domanda e dell’offerta. Credete davvero che si potrebbe non dico vincere le elezioni, ma almeno farsi ascoltare proponendo una politica economia asettica (anche se ‘scientificamente corretta’) come il capitalismo? Credete che qualcuno cambierà canale vedendo l’ennesima appassionante rissa televisiva senza contenuti per cercare di sentire un pallido liberale che lo spaventi spiegando come e perché bisognerebbe rottamare lo Stato socialista nel quale ha vissuto tutta la sua vita? Ammettiamolo, la gente non vuole il capitalismo. Il liberalismo (quello vero) spaventa i bambini ed allibisce gli adulti. Come si può chiedere all’uomo medio di immaginare, nello spazio di un’intervista televisiva, una società radicalmente diversa da quella che egli conosce? Non credo sia possibile. Certe cose o si studiano e si lasciano sedimentare nel tempo, oppure si rifiutano a priori, e il liberalismo è una di queste.

Al contrario, la politica-spettacolo funziona bene in tv, come il Grande Fratello: tutti lo insultano, si indignano e negano di vederlo, ma fa sempre 11 milioni di telespettatori i quali, con poche eccezioni, non sarebbero disponibili a cambiare canale optando per qualche bel programma di qualità.

Prendete i cosiddetti ‘contestatori della politica’, vari Grillo&Co: non sono altro che massaie inconsapevoli, perché percepiscono che qualcosa non va, si lamentano, sbraitano e lanciano anatemi ma ricadono sempre, inevitabilmente, nello stesso paradosso, e cioè quello di riproporre il socialismo come modello correttivo del malvagio capitalismo. Ma come si fa ad essere ‘antipolitici’ e al contempo ‘socialisti’? Vallo a capire. Ad esempio, Grillo cita spesso esempi di amministratori pubblici corrotti ed incompetenti, ma propone di creare una grande impresa di Stato per togliere la gestione idrica ai privati. Non capisce che il problema non è l’inefficienza di un singolo amministratore, ma un sistema che, persa la bussola del mercato, non ha nemmeno dei criteri per valutare che cosa sia l’efficienza stessa. Eppure, è questo il solo modo di ragionare che la massa comprende: quello di cercare la soluzione al problema contingente evitando di fare una riflessione critica sul sistema nel suo complesso. Il tutto, preferibilmente condito con molta polemica, parole grosse e ridicoli slanci giacobini.

Ma non è solo un problema italiano. La gente è uguale dovunque, ed è per questo che Mises scrisse “Non possiamo pensare di far vincere le idee liberali con gli stessi mezzi adottati dagli altri partiti politici”. Io la penso esattamente così, e ne vedo una conferma nell’autoritarismo (in senso lato) insito nelle due sole autentiche rivoluzioni liberali compiute nella storia: quella Thatcheriana e quella Reaganiana. Entrambe furono rivoluzioni democratiche, ma ebbero luogo contro il volere generale (chiedo scusa se uso espressioni di dubbia provenienza) intendendo col termine il ‘cartello’ a quel tempo formatosi di poteri forti, sindacati, media e larghi strati della popolazione. Inoltre, teniamo presente che esse avvennero nelle uniche due nazioni sulla faccia della terra scevre dalla fobia per la libertà.

Non nutro speranze che cose del genere possano accadere in Italia, perciò ritengo sia meglio se cominciamo ad organizzarci contando su strategie diverse da quella dell’attesa di un Messia. Io la vedo così: non dobbiamo avere fastidio per i partiti, che svolgono la loro funzione di catalizzatori di consenso. Invece, sfruttiamoli. Entriamo a farne parte portando le nostre idee senza arrivare alla rottura, consapevoli che è necessario attendere il momento giusto per alzare la voce. Ma soprattutto formiamo una lobby, una fratellanza, una consorteria (chiamatela come volete) e aiutiamoci l’un l’altro per entrare nelle istituzioni. Noi arancioni, nel nostro piccolo, lo facciamo, e devo dire che funziona; basta avere pazienza: ad augusta per angusta.

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sabato 15 marzo 2008

TEST: SARESTI UN GRANDE POLITICO?







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mercoledì 12 marzo 2008

PERCHE' MUSHARRAF NON E' DIFENDIBILE

di Gohan

In un suo post scritto dopo le elzioni che si sono tenute in Pakistan, che hanno visto l'affermazione del Pakistan People’s Party (PPP) della defunta Benazir Bhutto e la sconfitta del PML (Q) del Presidente Musharraf, l'amico Federico Zuliani (il direttore di questo sito) in sintesi sostiene che la sconfitta di quest'ultimo rappresenta un danno per l'Occidente. La tesi è che pur non essendo un democratico era dalla parte dell'Occidente nella lotta contro i fondamentalisti islamici, che l'efficacia dei nuovi governanti su questo versante è tutta da dimostrare e che una eventuale presa del potere da parte dei fondamentalisti oltre che rendere più insicuri noi, in ultima battuta, sarebbe controproducente anche per la popolazione stessa, in virtù del fatto che verosimilmente la situazione per quel che concerne i diritti e le libertà peggiorerebbe ulteriormente.
Personalmente non sono d'accordo.

Benazir Bhutto aveva ereditato la leadership del PPP dopo l'assassinio del padre Ali Bhutto (che era stato Primo Ministro), avvenuto nel 1979 per mano del generale Zia-Ul-Haq. Dopo un periodo passato in esilio nel Regno Unito nel 1988, dopo la morte di Zia-Ul-Haq, partecipò alle elezioni e le vinse, diventando Primo Ministro all'età di 35 anni, carica che ricoprì dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, quando fu destituita perchè accusata di corruzione. In conseguenza di ciò abbandonò il Paese vivendo per otto anni all'estero. Era tornata in Pakistan dopo una trattativa condotta da Condoleeza Rice perchè l'amministrazione Bush non ne poteva più dell'inefficienza e della totale mancanza di risultati da parte del corrotto governo di Musharraf proprio sul terreno del contrasto al fondamentalismo islamico, situazione che gli Stati Uniti non erano più disposti a tollerare.

E' stata l'elite militare che è al potere dal 1976 (e della quale Musharraf ha sempre fatto parte) ad "inventare" (sfruttando i finanziamenti sauditi) i Talebani, con lo scopo di destabilizzare e controllare attraverso di essi il vicino Afghanistan. Apparentemente, dopo l'attentato alle Twin Towers avvenuto l'11 settembre del 2001, Musharraf si era schierato dalla parte dell'Occidente nella lotta contro Al Qaida ed il fondamentalismo islamico, ma di fatto il famigerato sistema delle madrasse (le scuole coraniche dove i fondamentalisti formano i futuri terroristi) non è stato minimamente toccato, e si è lasciato che i fondamentalisti continuassero a controllare il Waziristan (i Territori Tribali Pakistani), rinunciando a combatterli e anzi stipulando accordi con loro. All'indomani dell'11 settembre, dopo aver ricevuto 2 miliardi di dollari da Colin Powell per combattere i terroristi (cifra che si è quasi interamente intascato), ha licenziato i generali più compromessi con Al Qaida ma li ha lasciati agire indisturbati. I servizi segreti pakistani (Isi) hanno al loro interno vasti settori che appoggiano al Qaida e i fondamentalisti, fatto confermato durante la vicenda della Moschea Rossa dello scorso anno.

Complessivamente Musharraf ha ricevuto negli ultimi sei anni dall'amministrazione Usa 10 miliardi di dollari.
Il fatto che nel 2007 il numero degli studenti delle scuole coraniche della setta Deobandi (che ha ispirato i Taleban afghani) sia raddoppiato rispetto all'anno precedente è emblematico del totale fallimento del regime di Musharraf nella lotta al terrorismo.

Come ha scritto il giornalista Carlo Panella, grande esperto di geopolitica, «Per 40 anni (il Pakistan) lo era stato (instabile) solo ed esclusivamente a livello di vertice, di gruppi di potere. Oggi è instabile a livello di massa, politico e sociale. Un record del satrapo Musharraf».

Stanchi di tutto questo gli Usa hanno fatto di tutto (come ha ammesso pubblicamente John Bolton) per far tornare in Pakistan la Bhutto e l'hanno apertamente sostenuta.

Traducendo il pensiero dell'amministrazione Bush: "Passi appoggiare un regime palesemente non democratico (in nome della realpolitik e in deroga alla dottrina neocon) se questo contrasta efficacemente il terrorismo islamico, ma foraggiare con miliardi di dollari un regime illiberale (essendo per questo oggetto di una critica feroce) che combatte i fondamentalisti solo a parole e a livello pratico non produce alcun risultato apprezzabile non ha alcun senso!".

D'altra parte la Bhutto è sempre stata feroce nei confronti dei fondamentalisti (che la odiano da sempre) e aveva promesso nei loro confronti, a differenza di quanto fatto da Musharraf, una vera lotta senza quartiere. E' praticamente certo che nel suo omicidio siano coinvolti, oltre che i fondamentalisti, anche esponenti dei servizi segreti.

Anche io come il mio amico Federico sono convinto che il contrasto al terrorismo sia un fatto importantissimo e che riguardi assai da vicino la nostra sicurezza, ma proprio per questo Musharraf risulta indifendibile, perchè al contrario di quanto ha fatto credere in modo cialtronesco e superficiale la maggioranza dei media nei fatti non si è affatto impegnato nella lotta contro il fondamentalismo che anzi, rispetto a sei anni fa, in Pakistan è oggi più forte.

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lunedì 10 marzo 2008

FINE DEL SISTEMA SOLARE

di Massimo Messina

Fra 7 miliardi di anni il Sole si spegnerà
La Terra potrebbe sopravvivere
Leggo dal sito di Repubblica un articolo di Luigi Bignami che qui sintetizzo.

Fra sei-sette miliardi di anni il Sole diventerà centinaia di volte più grande di oggi. La Terra probabilmente lascerà la sua orbita per spostarsi verso l'esterno del sistema solare. Se il nostro pianeta riuscirà ad agganciarsi alla forza di gravità di un gruppo di asteroidi, allora sopravviverà "quasi in eterno". Altrimenti il Sole la fagociterà.

Ecco come Bignami descrive ciò che sarà "la fine dei tempi", o almeno la fine del "nostro sistema solare", così "come è stata ricostruita con dettagli mai ottenuti finora dai ricercatori dell'Università del Sussex (Gran Bretagna) e pubblicata su Astrophysics". Ricostruzione realizzata "studiando nei particolari" l'evoluzione di "sei stelle a noi vicine" esrtemamente simili al Sole.

A quell'epoca "l'umanità, molto probabilmente, avrà già lasciato il nostro pianeta per raggiungere mondi più ospitali". Il Sole ha una vita di circa 13 miliardi di anni. Ne sono già trascorsi 5 dalla sua nascita e così tra 5 miliardi di anni inizierà la sua agonia. Inizierà a "morire" non essendovi più idrogeno nel suo nucleo, la cui fusione produce l'energia di cui praticamente viviamo.

Il Sole, allora, inizierà a bruciare l'idrogeno degli strati esterni. Così esso si espanderà ed avrà un "diametro 250 volte superiore a quello di oggi". La Terra dovrebbe farcela a "fuggire dal mostro in crescita". La parte più esterna, comunque, dell'atmosfera del Sole (che sarà estremamente tenue e quasi impercettibile) raggiungerà la Terra rendendo impossibile la vita. Evaporeranno i mari riempiendo l'atmosfera di vapore acqueo, che è un potente gas serra. La temperatura salirà a livelli impossibili per la vita di esseri viventi come l'essere umano.

Il Sole finirà in seguito per ridimensionarsi "finché la pressione dei gas non innescherà le reazioni nucleari che trasformeranno l'elio in carbonio e ossigeno". Anche l'elio poi terminerà e poi il Sole nuovamente si espanderà e così "potrebbe raggiungere la Terra nella sua nuova orbita e vaporizzarla". A meno che - spiega Robert Smith, che ha guidato la ricerca - la Terra non riceva "dagli asteroidi una piccola correzione della sua orbita", e potrebbe così allontanarsi dal Sole tanto da sopravvivere al suo ultimo sussulto.

Il Sole, poi, diverrà lentamente una "nana bianca", ovvero "non emetterà più energia", ed i pianeti saranno "giganteschi massi e bolle di gas del tutto inerti che forse continueranno a ruotare attorno alla loro stella ormai morta o forse si allontaneranno per sempre per perdersi nella galassia".
Se a quell'epoca ancora ci sarà l'umanità e "non avrà provveduto per tempo a lasciare il sistema solare" di essa non vi sarà più traccia. "Eventuali alieni potrebbero trovare indizi della nostra esistenza" solo intercettando le sonde lanciate "per studiare il sistema solare" da lontano.

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sabato 8 marzo 2008

8 MARZO, GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

di Sara Acireale

L'8 marzo 2008 ricorre il centenario della "giornata internazionale della donna". Anche se è ovvio e risaputo desidero ricordare che cento anni fa sono morte in una fabbrica 129 operaie per chiedere i loro diritti. E' deludente constatare che si preparano le solite manifestazioni stereotipate: conferenze, mimose, balli, cene per sole donne. Mi pare che dovrebbe essere venuto il momento di prendere con più serietà questa data. Bisogna agire e fare qualcosa di tangibile, di concreto per tutte le donne. Spero che l'8 marzo, quest'anno sia destinato a contare di più.

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Perché non si fa qualcosa contro la violenza sulle donne? Oltre che fuori dall'ambiente domestico penso che è in famiglia che si consumano le maggiori violenze. Per vergogna, per un malinteso senso del pudore ed anche perché si sentono isolate, le donne difficilmente denunciano i loro aguzzini: marito, padre, fratello.
A volte la violenza non è fisica, ma psicologica. Si tiene la donna in uno stato di soggezione, impedendole di esprimersi, di avere delle idee, tenendola isolata e non permettendole di avere relazioni. Bisogna avere il coraggio di denunciare gli abusi, ma per fare questo occorre che la donna possa usufruire di una rete di soliderietà. Occorre, altresì, che ci siano leggi adeguate per proteggere tempestivamente la donna e farle anche avere aiuti economici per ricominciare una nuova vita. Si pensa che le violenze vengano perpetrate in maggiore percentuale nelle famiglie meno abbienti e nel Sud Italia. Non sempre è così. Le violenze sulle donne si verificano anche in famiglie di professionisti con un livello economico medio-alto e che vivono al Nord Italia. Ancora oggi, dopo gli anni 60 e 80 e la rivoluzione femminista, molti uomini non hanno cambiato mentalità. Non hanno capito che la donna è cambiata e anche loro devono cambiare.

ABORTO: la nuova inquisizione

Ferrara nel suo giornale Il foglio, punta il dito sulla legge 194. Non mi sembra corretto che l'obiezione di coscienza (in questo caso l'imposizione di coscienza) si traduca nel boicottaggio strisciante di una legge. Che cosa dovrebbero fare secondo Ferrara le donne? Tenersi una gravidanza indesiderata o abortire in clandestinità, come si faceva prima del 1978? E' giusto che una donna che ha appena abortito venga tallonata e interrogata dai poliziotti come se fosse una criminale? Mi faccio questa domanda: perchè alcune persone vogliono portare le donne nel Medio Evo? Forse Ferrara e i suoi compagni sono stati pagati dal cardinale Ruini? O dal Papa B:16?
Non ci sono passi verso la conquista della libertà che non abbiano un prezzo e sorprende che molti si nascondano dietro il velo dell'ipocrisia e dell'omologazione.

LE DONNE LA CARRIERA E LA POLITICA

Le donne italiane, nonostante gli ottimi risultati scolastici (superiori a quelli dei loro colleghi maschi) hanno grandi difficoltà a raggiungere ruoli direttivi. Per quanto riguarda la politica, poche donne sono candidate e ancora meno elette. Da questo blog chiedo a tutti gli eletori di votare più donne alle prossime elezioni.
L'Italia ha urgente bisogno di valorizzare i meriti e i talenti femminili. Le discriminazioni contro l' "altra metà del cielo" penalizzano la politica e l'economia.

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giovedì 6 marzo 2008

PSICOPOLITICA

di Giovanni Maria Ruggiero

Qual è lo stato presente dei costumi degli italiani? Osservo da qualche anno una benvenuta e benedetta diminuzione della temperatura emotiva dei miei compatrioti. È possibile che la piccola guerra civile tra italiani sia finalmente pervenuta non dico a una soluzione, ma almeno a un armistizio? Per guerra civile intendo quel volgare punzecchiarsi a vicenda e l’altrettanto volgare proclamare ad alta voce le proprie convinzioni politiche nei luoghi e tempi più inopportuni che ammorbava la vita di società in Italia. Mi pare che, dall’instaurazione del secondo governo Prodi, un proficuo esaurirsi delle passioni politiche, un redditizio disincanto sia finalmente penetrato nelle nostre coscienze troppo riscaldate. I costumi si stanno forse smussando, e al tempo stesso fortificando? Speriamolo. Più mature passioni, meno impennacchiate di parole e più solidamente piantate nel cuore, forse stanno fiorendo. E, invece, forse inizia a sfiorire l’insuperabile bisogno adolescenziale di relazioni calde e di concordanze emotive che spesso si celava dietro l’onnipresenza negli uffici, nei bar e nelle piazze dei conflitti verbali sui fatti politici del giorno. La società moderna, scriveva Leopardi nel suo saggio “Sullo stato presente dei costumi degli italiani”, è fatta di relazioni al tempo stesso amichevoli e fredde. Nella società moderna ci si associa con la massima cortesia e con un calore schivo, se non scostante, per perseguire obiettivi comuni e non per fondersi in comunità identitarie. La società obbedisce alla ragione strumentale e non a obiettivi che abbiano un valore di verità naturale. Io credo che è soprattutto a sinistra si può notare questo disincanto, questo raffreddarsi delle anime.

Tutto bene, allora? Può darsi. Ma, a pensarci, questo è un ragionamento un po’ provinciale. Obbedisce al solito comandamento dell’Italia come nazione incompiuta, nazione che troverà la sua pace solo quando si sarà trasformata in un’altra Inghilterra, o in un’altra Francia, a seconda dei gusti. La verità è solo parzialmente questa. Il liberalismo italiano, per fortuna, da tempo non si limita a triturare questi concetti già macinati da altri, ma ha iniziato a riflettere e a operare una felice contaminazione con elementi conservatori. Per quanto ci possa far bene, a noi italiani, imparare a coltivare il pathos della distanza, il nostro percorso non può limitarsi a questo. Una pallida imitazione di Albione o di Marianna non è una direzione. Così come una società non può limitarsi a coltivare solo lo spirito di impresa. Deve semmai favorirlo nelle aziende al massimo grado, ma non aziendalizzarsi. Insomma, ci può essere una società di mercanti, come era la Repubblica di Venezia, ma non una società-mercante, come non fu mai la Repubblica di Venenzia. Non dobbiamo dimenticare la lezione di Burke. Accanto alla ragione strumentale e accanto alla “società stretta” di Leopardi dobbiamo trovare quella verità naturale che è propria dell’Italia, verità che spinga sangue nelle stanche arterie di questo disorientato paese.

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