mercoledì 30 aprile 2008

LO SPIRITO COMPETITIVO CONTRO I FENOMENI DEPRESSIVI DELLA SOCIETA'

di Lafinestrazzurra

La depressione, definita malattia del secolo, viene ascritta solo in minima parte a predisposizioni personali o condizionamenti esistenziali. Analisti come Parenti e Pagani sono fautori, non certo da soli, di una impostazione ambientalistica come causa scatenante della perdita di fiducia in stessi (e dunque il sorgere della malattia interiore). Analizziamo ora la storia culturale del fenomeno, in particolare di due civiltà dell’antico Oriente (Egitto ed India), nella convinzione che esse siano state in parte matrice del divenire dell’Occidente.

La società faraonica fu impostata sul tema preminente del culto dei morti, eppure, in apparente contrasto, la vita e la società erano in vitale fermento. L’arte, la cultura e la stessa medicina, enfatizzavano lo spirito pragmatico, preoccupate non tanto di teorizzare la vita, quanto di porre rimedio concretamente ai mali dell’uomo, frenando la sua corruzione fisica ed esaltando la sua efficienza.

Da osservare invece in termini negativi, un’altra grande civiltà sempre orientale, quella indiana: non a caso fu matrice di un pensiero filosofico assai evoluto, ma piuttosto preso verso la liberazione dello spirito dalle catene del corpo.
Ciò implica una svalutazione rassegnata della felicità sensoriale contingente, uno scettico abbandono delle gratificazioni legate alla realtà, un rifugio nell’ascesi; astensionista sul piano dell’azione e quindi con implicazioni depressive.
La scarsa confidenza con le potenzialità corporee fece strada alle ricerche di droghe come sostegno, con proprietà inebrianti (nel grigiore della vita quotidiana).

Di altro verso invece la splendida cultura ellenista, legata alla sensorialità dell’uomo comune, largamente basata sulla comunicazione (retorica), negatrice per assunto della depressione. Altrettanto poco depressiva fu la civiltà romana che sviluppò un'arte alla guerra, certo immorale, ma tutta protesa verso il piacere del dominio e il suo esercizio esibizionista anche dell’esteriorità, finendo per contaminarsi con l’eredità greca, ma acquistando in evoluzione.

Il cristianesimo originario, precedente alle invasioni barbariche, non ebbe alcun tono depressivo; fu polemico con l’edonismo ma capace di sostituirlo con la fratellanza e l’amore. Il passaggio a toni più ombrosi invece fu condizionato nel Medioevo (nel primo medioevo) da influenze esterne di popolazioni barbare di tradizione Celtica (caratterizzate dal grigiore di luoghi e dal dominio della casta sacerdotale druidica).

La stessa influenza pervase anche gli ambienti cristiani, la stessa concezione di punizione legata alla religiosità, l’isolamento della vita monastica, il divampare segreto della caccia alle streghe, il senso auto-protetto delle micro-comunità feudali fu sentore del cambiamento del costume (grigiore, cupezza, oscurità: cioè depressione).

Infine il mondo moderno, pone l’individuo in una società particolarmente invasa di insicurezza, abulia, indolenza, verso una progettualità positiva del futuro; pervasa da un comune sentire negativo, una maturata esigenza di assistenzialismo e una politica ormai bigotta, poco incline all’osservazione dei fenomeni reali, attaccata al palazzo e al potere. Non è un caso che le società del Nord Europa (fra cui la Danimarca) dove la politica ormai da anni si è radicata su un sistema nel suo insieme ispirato all’egalitarismo, alla solidarietà e al buonismo; la diffidenza verso la vita e il futuro siano tra i più alti, ne è la riprova l’alto tasso di suicidi. Il Welfare State ha pervaso la società, ha imposto i suoi ritmi, lasciando poco spazio alle libertà e ai sogni individuali.

Esiste allora una cultura anti-depressiva? Alla domanda gli autori in questione parlano di primato della comunicazione fra persona e persona (dialettica), prediligere la curiosità e lo spirito di scoperta (riformismo), ed infine da sottolineare una cultura dedita alla mobilità fisica e psichica e perciò duttilità di azione e di pensiero e dall’anti-automatismo (globalizzazione e competitività).
Competitività intesa dunque nella voglia di creare, di smarcarsi dalla staticità quotidiana, concependo la vita come un cammino verso nuovi e sempre più grandi traguardi.

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lunedì 28 aprile 2008

SULLA GARANZIA EUROPEA

di Francesco Lorenzetti

Dall’entrata in vigore della nuova normativa sulla garanzia europea, sono sempre più frequenti i venditori che tentano di eludere la legge a tutela del consumatore contando sulla scarsa informazione della maggior parte delle persone che si trovano coinvolte in casi di vizi del prodotto acquistato. Per evitare ciò, e dare ai nostri lettori la possibilità di essere più consapevoli dei propri diritti, cercherò di spiegare brevemente quali essi siano, smascherando alcune delle più ricorrenti “trappole” utilizzate da venditori disonesti per truffare i clienti nel momento in cui questi richiedono la garanzia. Concluderò però con un breve commento di carattere politico criticando la normativa in vigore e cercando di spiegare perché a mio parere essa sia, involontariamente, la causa di una così diffusa conflittualità fra venditori e consumatori.

Per cominciare, la garanzia europea copre QUALSIASI bene di consumo per un periodo di due anni dall’acquisto. Ogni pattuizione in senso peggiorativo per il consumatore è nulla (per esempio se il venditore dichiarasse di non garantire il prodotto o di garantirlo per un tempo minore). Come prova della data di acquisto è necessario lo scontrino fiscale o una sua fotocopia (fare una fotocopia è in ogni caso raccomandabile, perché l’inchiostro degli scontrini “svanisce” dopo qualche tempo e diventa illeggibile). Ogni altro adempimento richiesto dal venditore (invio di lettere o cartoline, presentazione di altri documenti o della scatola originale ecc.) è puramente ostruzionistico ed illegittimo, e non trova riscontro nel Codice del consumatore.

Il difetto di conformità va segnalato AL VENDITORE entro due mesi dal momento in cui è riscontrato. È il venditore che deve prestare la garanzia, perciò se vi dice di rivolgervi direttamente al produttore o a qualche altro centro assistenza sappiate che sta mancando ad un obbligo di legge.

Il venditore è tenuto, IN TEMPI RAGIONEVOLI, a riparare o sostituire l’oggetto. Ove questa operazione non sia possibile o non riesca nell’intento (per esempio perché due o più volte l’oggetto riparato ripresenti lo stesso vizio dopo poco tempo) il compratore ha diritto a chiedere, a sua scelta, di riavere indietro i soldi restituendo il bene (risoluzione del contratto) oppure di pattuire una congrua riduzione del prezzo in ragione del minor valore dell’oggetto difettoso.

È importante sapere che a seguito di una riparazione o sostituzione la garanzia RIPARTE per due anni riguardo al pezzo sostituito o riparato. Se è sostituito l’oggetto in toto, esso si considera come appena acquistato ai fini della garanzia.

Infine, tenete presente che uno stratagemma frequente che usano i venditori per negare la garanzia è affermare che un determinato difetto è stato causato dal compratore successivamente all’acquisto. Ad esempio, mi è capitato di subire questo “tentativo” qualche tempo fa a seguito di un difetto riscontrato ai cristalli liquidi dello schermo del mio cellulare. Il venditore mi disse che probabilmente l’avevo schiacciato in tasca, e dunque la riparazione non sarebbe stata coperta da garanzia. Ebbene, fate attenzione, la legge al riguardo è chiara: “Salvo prova contraria, SI PRESUME che i difetti di conformità che si manifestano NEI PRIMI SEI MESI della consegna del bene esistessero già a tale data”, con la conseguenza che, a meno che il venditore non abbia un filmato probatorio del fatto che avete causato voi il danno, la garanzia è dovuta in ogni caso, e non valgono le supposizioni del venditore sulla vostra “colpevolezza”.

Detto questo, e fatta chiarezza sul fatto che non mi piace in nessun caso chi fa il furbo a spese del proprio cliente, devo però evidenziare che, come ho già anticipato, è la normativa stessa a creare i problemi di conflittualità che quotidianamente rileviamo. E il motivo è che essa è scritta in modo ideologico, con una mentalità quasi sindacalista, irrigidita su una posizione di demagogica “protezione” di una parte del mercato a danno di un’altra.

Alla base di questa impostazione sta (al contrario di quanto si dice anche nei manuali di diritto, che definiscono questa legge “liberale”) una malcelata diffidenza nei confronti della libertà di mercato. Infatti, per giustificarla bisognerebbe negare ciò che ci insegnano gli economisti, e cioè che la domanda e l’offerta sono in grado di incontrarsi al tempo stesso in modo libero e soddisfacente per entrambe le parti. Il sindacalismo si basa su questa negazione, perché ha del mercato un’idea conflittuale, e propone dei modelli legislativi che tutelino una “classe” (residuo dell’ideologia marxista) anziché la libertà contrattuale dei singoli. Come se la “classe” fosse un gruppo omogeneo di persone che hanno gli stessi interessi! Cosa significa “consumatori”? Nulla: ciascun compratore è diverso. C’è chi vuol spendere poco e chi si può permettere maggiori larghezze, chi vuole la comodità e chi è disposto a cercare in più negozi, chi vuole il vestito rosso e chi quello azzurro, chi vuole la garanzia anche pagando di più e chi invece preferirebbe semplicemente un prezzo più basso.

E questo è il punto: il sistema migliore (perché meno conflittuale) sarebbe, ancora una volta, la libertà contrattuale. I venditori dovrebbero essere lasciati liberi di proporre la garanzia che preferiscono secondo le loro strategie aziendali. Quelli di loro che vorranno proporre merci di qualità più scarsa potranno diminuire il periodo della garanzia, ma dovranno fare attenzione perché la garanzia è, per il compratore che deve decidere, un indice di quanto l’azienda si fidi dei suoi stessi prodotti. Un’azienda che dà pochissima garanzia trasmetterà l’impressione di vendere prodotti destinati a durare poco, venendo punita dal mercato.

L’equilibrio giusto fra prezzo, qualità e garanzia non può che essere stabilito dalla libera interazione delle forze di mercato, capaci di maggiore elasticità e prontezza rispetto alla legge nel rispondere ai variegati bisogni della collettività. L’attuale normativa, omologando legislativamente i regolamenti di garanzia, toglie di fatto ai consumatori un segnale importante per valutare la serietà del produttore, alza forzosamenti i prezzi, va contro alla libertà d’impresa e alimenta una miriade di malintesi fra venditori e compratori, entrambi disorientati da una scelta contrattuale che loro non hanno esercitato ma che regola ipso iure ed inderogabilmente i loro rapporti.

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giovedì 24 aprile 2008

C'ERA UNA VOLTA... BANDIERA ROSSA

di Sara Acireale

Con le elezioni del 13 e 14 aprile 2008 la Sinistra Arcobaleno ha subito uno shock tremendo e non fa più parte del Parlamento italiano. Non avrei mai creduto che la Snistra Arcobaleno scendesse sotto la soglia del 4%. Il risultato delle elezioni 2008 è stato disastroso per Bertinotti e compagni, al di sotto di ogni aspettativa. Quali sono i motivi che hanno causato questa sconfitta? Penso che la colpa non sia di “Veltroni” e dell’appello al voto “utile” dei due maggiori contendenti. La sinistra radicale non è stata più capace di scendere in piazza e interagire con la gente del popolo. Bertinotti non viene più visto nell’immaginario collettivo come una persona capace di stare in mezzo al popolo, capire i bisogni degli operai, dei disoccupati, delle casalinghe. Assomiglia sempre di più a un gentleman pieno di contraddizioni e il popolo non si sente più rappresentato da lui. Quello che doveva fare la sinistra l’ha fatto Grillo.
E’ paradossale, ma il posto della sinistra nel cuore della gente è stato preso da un comico. Pare che anche la giornata del 25 aprile quest’anno sarà gestita da Beppe Grillo.

LA CADUTA DEL MURO E LA FINE DEL COMUNISMO

In Europa il sogno del comunismo è finito insieme al crollo del Muro di Berlino. Considerando cosa ha rappresentato in Russia, in Cina e negli altri paesi dove è stato applicato il comunismo, non possiamo provare una grande nostalgia. Un grave errore del marxismo è stato dovuto al fatto di utilizzare una grande “energia” verso l’appiattimento e il conformismo delle masse. La dittatura del proletariato sulla borghesia è stata una “follia”. Tutta la massa proletaria non poteva governare, quindi veniva rappresentata dal Partito che gestiva la dittatura per conto del popolo. In que stomodo finiva la dittatura del PROLETARIATO e rimaneva la dittatura del PARTITO. Cosa è realmente successo dopo il crollo del MURO?

TRASFORMISMO DEL P.C.I

I partiti comunisti europei hanno pensato di gettare via l’acqua sporca con tutta la biancheria dentro. Anziché riscrivere nuove pagine della storia con valori di libertà, di pace e di uguaglianza, si sono adeguati al modello imperialista vincente. Si è verificata la trasformazione del P.C.I in P.D.S e successivamente in D.S. Quando Moro e Berlinguer volevano porre le basi per il Compromesso Storico, la base comunista e democristiana ha manifestato un feroce malcontento. Oggi gli eredi di questi partiti hanno fatto molto di più, si sono fusi in un unico partito e cosi è nato il P.D. Oggi sia le forze politiche che gli elettori hanno smarrito valori e ideali. Forse è per questo motivo che raddoppiano i voti della Lega e l' Italia dei Valori di Di Pietro. Oggi i partiti non hanno più una base politicizzata. Da una parte ci sono i "poveri diavoli" che sperano in un posto di lavoro (per chi ce l' ha di mantenerlo) e dall'altra parte "avvoltoi" che desiderano fare carriera.

I partiti sono diventati strutture di potere utili soltanto ai propri candidati... In particolar modo oggi bisogna pensare all'alternativa, riprendere in mano i valori di uguaglianza (non omologazione), libertà e pace e riproporli come le basi di un nuovo mondo. Occorre un movimento di gente che non sia "asservita" al potente di turno. Un movimento senza servi ne padroni per realizzare una società futura più libera e giusta.

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lunedì 21 aprile 2008

PSICOPOLITICA: PENSIERI SULLA SUPERIORITA' MORALE DELLA SINISTRA

di Giovanni Maria Ruggiero

“Perché un po’ ci si vergogna di essere di destra?” mi chiede la mia amica e collega, non a caso veneta, con cui sono a pranzo nel calmo martedì del dopo-elezioni, illuminato da un sole freddoloso. “E dove sono tutti quelli che hanno votato Lega Nord?” La spiegazione è nel sentimento di superiorità morale generato dal semplice appartenere alla sinistra, sentimento che si impone da sè, senza colpo ferire nella conversazione quotidiana. Cosicché anche individui di forte personalità sono sempre guardinghi quando si tratta di incrociare le lame con qualcuno di sinistra.

Ricordo che pochi anni fa questa domanda se la posero anche i giornalisti del Foglio. Confusi, la passarono a un paio di psicoanalisti infelicemente scelti nell’ambiente radical-chic romano e/o milanese. Non cavarono un ragno dal buco. Come chiedere al lupo se sarebbe disposto a rinunciare alla carne d’agnello. Nessuno rispose in maniera soddisfacente alla domanda dei giornalisti foglianti.

In psicologia e in sociologia, la condanna dell’uomo di destra e della mentalità conservatrice pretende perfino di essere scientifica. Un esempio è la pubblicazione del The Authoritarian Personality di Adorno, Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford (1950). Quel testo aggrediva la mala pianta dell’autoritarismo. Ma in questo autoritarismo si comprendeva nello stesso anatema anche il conservatorismo e tutto il generico essere di destra. La personalità conservatrice veniva così ridotta a una macchietta, un ometto reazionario prepotente, impaurito da ogni novità e incapace di fronteggiare l’imprevisto. Gli autori proposero anche un orribile questionario, la F-scale , una vera e propria scala di misurazione del conservatorismo bigotto, che ognuno avrebbe dovuto compilare al fine di liberarsi di queste sgradevoli scorie passatiste e diventare un bravo progressista.

Secondo il sociologo John Levi Martin (2001) quel lavoro, che pur aveva dei punti di interesse (si trattava comunque di un’opera di Adorno), era però non solo metodologicamente molto debole, ma recava anche un grave errore di contenuto teorico. Il questionario non era neutrale come dovrebbe essere ogni buon questionario psicometrico, ma era fortemente orientato a trovare un tipo di personalità da bollare e condannare, piuttosto che da osservare e studiare. Ora, è vero che spesso l’oggettività scientifica è un mito; ma è altrettanto vero che nel caso della F-scale il pregiudizio negativo era troppo evidente e nulla facevano gli autori per nasconderlo. E questo finiva per inquinare il risultato della ricerca psicologica e della riflessione teorica. Sfido anche il peggior reazionario a compilare la F-scale senza provare un sentimento di vergogna e di inadeguatezza. Senza infastidirsi di se stesso mentre piazza le x alle varie domande. Chiunque, rispondendo a quella scala, dopo un paio di domande tenderà a nascondere i propri pensieri di destra e a mostrare il lato più progressista. Insomma, lo strumento falsa le reazioni spontanee e e tende a generare risposte insincere (Martin, 2001). Che l’errore non sia solo di metodo è dimostrato dall’aggiornamento effettuato da Robert Altemeyer nel 1981. Altemeyer evita le ingenuità di Adorno e ripulisce il questionario, proponendo una nuova versione, denominata la Right-wing Authoritarianism Scale (scala dell'autoritarismo di destra, e già il nome dice dove si vuole andare a parare), psicometricamente più rigorosa della F-scale. Ma in fondo altrettanto inaffidabile, dice Martin. Il problema rimane, la nuova scala di Altemeyer non è neutra, ma tende a bollare negativamente le eventuali risposte di destra, e indurre il compilatore del questionario a nascondere i propri pensieri conservatori.

Così, nel 1950, grazie ad Adorno, nasceva il pregiudizio della superiorità morale della sinistra. Quel testo di Adorno e il famigerato questionario che lo accompagnava furono pubblicato durante anni apparentemente calmi, gli anni cinquanta, ma in cui già si incubava l’esplosione libertaria del decennio seguente. Si preparava la grande mutazione della sinistra, quella che portò dagli operai ai figli dei fiori, ma anche ai Reagan Democrats, gli elettori democratici che passarono al Partito Repubblicano, insomma alla destra, disgustati dalla deriva anti-autoritaria del Partito Democratico. E il fenomeno ora fa capolino anche in Italia, dove:alle elezioni abbiamo assistito alla migrazione della classe operaia verso la Lega Nord. Per ora fermiamoci qui. Il discorso sulla psicologia di destra e di sinistra però non finisce qui, e proseguirà.

Adorno, T., Frenkel-Brunswik, E., Levinson, D. e Sanford, N. (1950). The Authoritarian Personality, Studies in Prejudice Series, Volume 1. New York: Harper & Row.

Altemeyer, Bob (1981). Right-Wing Authoritarianism. University of Manitoba Press.

Martin, J. L. (2001). The Authoritarian Personality, 50 Years Later: What Questions Are There for Political Psychology? Political Psychology, 22, 1–26

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mercoledì 16 aprile 2008

VINCITORI E VINTI

di Federico Zuliani

Le Elezioni Politiche, ormai lo sanno anche i sassi, le ha vinte Berlusconi, con il forte contributo della Lega Nord e l’importante appoggio del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo.
Ma, a livello “personale”, ci sono diversi vincitori e vinti, da una parte e dall’altra, e pure chi ha “pareggiato”; facciamo una panoramica…

VINCITORI:

Silvio Berlusconi: Ancora una volta è lui ad avere i sondaggi buoni, è ancora lui a ridare speranza agli italiani, che lo votano in massa. Risultato? Vittoria e maggioranza sicura anche al Senato, nonostante il Porcellum. In 5 elezioni, il Cavaliere ha vinto 3 volte, e le altre due ha perso pur prendendo più voti dell’avversario. C’è da aggiungere qualcosa?!?

Umberto Bossi: Lega Nord ai massimi storici nel Terzo Millennio, era dai ruggenti Anni Novanta che non c’era un successo del genere. Con l’aggiunta dello sfondamento nelle regioni “rosse” e nell’Italia Centrale. Che chiedere di più?!

Antonio Di Pietro: La “sua” coalizione ha perso le elezioni, ma l’Italia dei Valori ha raggiunto un successo importante, superando il 4% e guadagnando una buona truppa parlamentare. Tonino cavalca giustizialismo ed anti-politica, e tra grilli parlanti e sparlanti, i “v-dayisti” li catalizza lui.

VINTI:

Fausto Bertinotti: La Sinistra – sinistra scompare dal Parlamento, perdendo i ¾ dei voti “sulla carta” da cui partiva. Era previsto un fisiologico calo, tutti comunque li vedevano almeno al “fatidico” 8%, al loro interno si sarebbero accontentati del 6%. Si ritrovano con 3%, e Fausto paga in primis, ma con lui cadono Alfonso Pecoraro Scanio, Franco Giordano, Fabio Mussi e Cesare Salvi.

Enrico Boselli: Nonostante Gesù dalla propria parte, i campioni del laicismo sapevano bene che difficilmente avrebbero centrato il quorum. Il problema è che non hanno centrato nemmeno il salvifico u1%, che garantisce i rimborsi elettorali. E intanto, i loro “compagni” all’ombra del Cavaliere, guideranno il Paese…

Daniela Santanchè: La “Destra – Billionaire” rimane al palo, e con lei la propria paladina, la miliardaria nì-global che forse al Cavaliere avrebbe fatto bene a darla…ammesso che Silvio il Giovane l’avesse mai veramente voluta…E con lei tracolla pure Storace, che se gli va bene può fare l’assessore al Comune di Roma. Un bel passo avanti per un ex onorevole, ex Ministro, ex Presidente di Regione…

“PAREGGISTI”:

Pier Ferdinando Casini: Voleva fare l’ago della bilancia al Senato, ma coi sui miseri tre senatori (di cui uno è Cuffaro…) dovrebbe allearsi alla tanto vituperata Lega e al PD per potersi finalmente sbarazzarsi di Berlusconi (alla faccia della gratitudine…). Bisogna anche dire, però, che non è comunque stato spazzato via come Bertinotti e compagni, e la sopravvivenza è già qualcosa, di questi tempi…

Gianfranco Fini: Il Partito della Libertà prende più voti della somma da cui partivano FI e AN, la coalizione vince e lui sarà quasi sicuramente il nuovo Presidente della Camera dei Deputati. Però, dopo la vittoria, non se l’è filato nessuno, e se il risultato del PdL è un po’ inferiore alle attesa, mentre la Lega è andata alla grande, è perché una buona parte dei “suoi” elettori non ha digerito la “fusione” ed ha incanalato la protesta verso il partito di Bossi. Rimandato a quando il PdL sarà in tutto e per tutto un partito, strutturato e digerito dal popolo della destra.

Marco Ferrando e Flavia D’Angeli: I loro rispettivi partiti, combinati insieme, avrebbe superato l’1%, garantendogli il rimborso elettorale. Il risultato è comunque importante, è costato l’esclusione anche dalla Camera de la Sinistra, l’Arcobaleno e fatto ripensare chi ha archiviato in fretta e furia “falce e martello”.

Oliviero Diliberto: A proposito di “falce e martello”, tra gli arcobalenisti era quello più restio a mandarli in soffitta e ciò, unito al fatto di non essersi candidato, fa sia che tra i leader della fu “Sinistra di Governo”, sia l’unico a poter mantenere la guida del proprio partito. Se non fosse per la disfatta elettorale, sarebbe quasi un vincitore…

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venerdì 11 aprile 2008

IL SISTEMA PERVERSO DEI FINANZIAMENTI AI COMUNI

di Francesco Lorenzetti

Operando come Consigliere Comunale nella mia città, mi sono reso conto di un problema di finanza pubblica poco conosciuto ma di grande rilevanza pratica che mi piacerebbe discutere con voi. La questione riguarda i contributi regionali all'edilizia comunale, e per quelli di voi che sono poco pratici di queste cose la riassumerò nel modo seguente.

Quando una nuova opera pubblica di una certa rilevanza economica viene inserita nel Piano Triennale delle Opere (un documento di programmazione obbligatorio per ogni amministrazione) c'è naturalmente l'obbligo per il Comune di iscrivere a bilancio il relativo onere di spesa e di segnalare in che modo esso intende coprire il finanziamento. Dunque, apparentemente l'intera spesa sembrerebbe a carico del Comune, ma in realtà così non è, perchè dalla Regione sono spesso attesi dei contributi per ciascuna opera, ai quali si accede attraverso dei bandi, che vanno ad alleggerire la spesa a carico del Comune.

Ora, se ci pensiamo bene, questo è un meccanismo perverso, perchè premia i Comuni che aumentano la spesa; infatti a loro arriveranno più soldi sottoforma di contributi, soldi che non arriverebbero senza la presentazione delle nuove opere. Ciò incentiva le amministrazioni a spendere moltissimo in edilizia, perchè questa è una strategia politica vincente: crea l'immagine di una Giunta operosa che costruisce opere importanti, e al tempo stesso il Comune dovrà soltanto contribuire alla spesa, non sostenerla interamente.

Al contrario, se i politici locali scegliessero, in un'ottica liberale, la strada della riduzione delle imposte, essi si troverebbero a dover far fronte da soli alle minori entrate, senza nessun aiuto proveniente dalle altre pubbliche amministrazioni. Insomma, con questo sistema è molto più facile fare bella figura davanti agli elettori aumentando la spesa coi contributi regionali che puntare su un abbassamento, in solitaria, delle imposte.

Vi faccio un esempio. Nel mio Comune l'ICI sulla prima casa rende circa mezzo milione di euro l'anno. Io, che sono liberale, vorrei eliminare questa entrata e mi dico: come è possibile che non riusciamo a togliere l'ICI, quando spendiamo cifre molto maggiori per opere pubbliche di importanza secondaria? Il fatto è, però, che come ho spiegato il Comune mette solo una piccola parte di quelle somme, mentre il resto è coperto con contributi regionali. Così, a ben vedere, ad un amministratore conviene aumentare la spesa in edilizia anzichè tagliarla, perchè se la aumenta lo aiuta la Regione, se la abbassa invece si deve arrangiare a fare a pugni con i revisori del bilancio.

Io credo che questo sia un problema da affrontare, ma non ho sentito nessuno parlarne in campagna elettorale. Credo sia per il fatto che il problema è poco conosciuto e non viene sollevato nemmeno dai quotidiani specializzati in materie economiche, perciò mi piacerebbe che sul punto si aprisse una discussione. Anche in questo caso, auspico che in futuro ci sia meno spazio per l'arbitrio dei politici e più meritocrazia nell'azione degli amminisratori, nel senso di premiare chi sa spendere meno e spendere meglio, restituendo ai cittadini quelle somme in eccesso che, come si sente spesso dire, fanno della nostra classe politica una casta intoccabile.

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mercoledì 9 aprile 2008

PROGETTO CULTURA SENZA 'K'

di Lo Schiavo di Tocqueville

Pochi giorni fa si è svolto un convegno dal titolo "PdL 2.0 politica e web a confronto per sviluppare la democrazia" dal quale si sono instaurate delle basi per un rapporto diverso fra i blogger e la politica. Ci sarà più ascolto da parte della nuova classe dirigente del Popolo della Libertà nei confronti di chi su internet fa politica e cultura, alla portata di tutti. Infatti la rivoluzione mediatica del blog è appunto questa. Ogni singolo individuo ha la possibilità di esprimersi liberamente e può collaborare per costruire qualcosa di importante. Tramite Tocqueville si è costruito il primo "listone unico di pensiero" del centro-destra. Un modo nuovo di aggregarsi, realizzare progetti e creare discussioni. Da qui si può iniziare anche a dialogare per creare una nuova cultura di destra, più moderna, attuale e attenta alle mutazioni della società contemporanea. Il gap è indiscutibilmente enorme fra la cultura di Sinistra egemonica e ben strutturata e la cultura di destra "dispersa" e troppe volte legata ai "fasti" del passato. Ci si troverà dinnanzi a delle ovvie difficoltà: l'ostracismo dell'intellighenzia nostrana e la volontà di emarginare e delegittimare tutto ciò che di buono si può costruire. Però si dovrebbe evitare uno scontro immediato e diretto perché suicida. Cambiando la storia della nostra società si compiono delle rivolte. La nostra dovrà essere un mutamento degli equilibri culturali e un avanzamento di valori di una nuova e giovane destra. Troppe volte costretti a piegare la testa davanti alla volontà del più forte e potente sapere dogmatico. Troppe volte non rispettati nel nostro essere di destra, sia a scuola, che all'Università e addirittura anche sul proprio posto di lavoro.

E' ora di fare qualcosa di significativo per pianificare un risveglio intellettuale utile a noi, ma soprattutto alle prossime generazioni. Una missione a tutto campo per portare obiettività democrazia e garantire sempre la libertà di espressione. Con Tocqueville in tre anni si sono raggiunti grandi obiettivi tra i quali il poter finalmente pubblicizzare il proprio pensiero e/o unire studenti, professori, operai ed imprenditori nella stessa forza propulsiva. Non a caso quindi il blog può essere un mezzo importante per raggiungere gli obiettivi preposti. Alcuni effetti si sono già riscontrati anche nell'ambiente dei blogger. Infatti Mario Adinolfi, blogger e giornalista, che ha anche sfidato nelle primarie del Partito Democratico la leadership di Veltroni, ha dichiarato solo una settimana fa: "...Mi impressiona il fatto che dalle parti di Tocqueville, cioè nel luogo dove i blogger di destra si sono organizzati non senza un qualche acume (anche se da queste parti abbiamo sempre spiegato che per loro in rete non c'è futuro, il berlusconismo è l'esatto opposto della forza del web, la rete è democratica o bloggare è di sinistra, se preferite), non s'è alzato un fiato. Anzi, nella home page di Tocqueville, della sempre più bombardata e sedicente Città dei Liberi, compare il solito banner propagandistico per, udite udite, una bella "Pdl 2.0", iniziativa nientepopodimenoche con Deborah Bergamini e Giorgia Meloni.

Ora, io voglio dire, se fai una bella mobilitazione per candidare un blogger alla Camera e ti sbattono la porta in faccia; se il sincero Paolo Bonaiuti ammette che "il centrodestra è assente dalla rete" dimostrando che la tua esistenza è sostanzialmente irrilevante; se poi arriva pure il Grande Capo a dire che di internet non ne capisce una mazza e se la ride e manco gliene frega niente; se, insomma, ti dicono dalla mattina alla sera in piena campagna elettorale che non sanno che farsene del tuo pestare l'acqua nel mortaio, è possibile che non alzi neppure un ditino per prendere la parola e provare a difenderti? ...Cari abitanti della Città dei Liberi, ora è il momento di raddrizzare la schiena, cari blogger di destra ora provate a far vedere che ha un senso per voi esistere in questi territori di idee e di bit. In fondo, aspettiamo un vostro ruggito da anni e ci farebbe piacere scoprirvi coraggiosi."

Questa affermazione fa capire quanto il popolo delle libertà (inteso come singoli individui e non come lista elettorale) ha iniziato la scalata verso la cima della montagna chiamata Cultura, senza k.

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venerdì 4 aprile 2008

CATTOLICESIMO, PROTESTANTESIMO E CAPITALISMO di Paolo Zanotto

di Ismael

“Ogni muta attività può ricoprire
l’intuizione dell’essere”
Elémire Zolla

Tempo fa scrivevo che le “divergenze parallele” tra liberali e libertari sono il riflesso della spaccatura gnoseologica tra protestantesimo e cattolicesimo nel ristretto ambito della dottrina individualista. Il senese Paolo Zanotto, esperto di pensiero libertario statunitense ed europeo, proprio al tema delle ripercussioni socio-economiche delle differenti sensibilità teologiche tra cristiani riformati e non dedica il presente saggio.

Per dare la scalata a cotanta materia di trattazione, l’autore chiama in causa due referenti intellettuali che lo accompagnano dalla prima all’ultima pagina del libro: uno è Max Weber, il sociologo tedesco che per primo mise etica protestante e moderno spirito del capitalismo in rapporto di causa/effetto, e l’altro è Josemarìa Escrivà de Balaguer, il santo spagnolo e fondatore dell’Opus Dei che, più di ogni altro prelato cattolico, nelle sue riflessioni pose l’accento sull’importanza dell’attività lavorativa come “banco di prova” della santità quotidiana.

Il paradigma storiografico a cui rinvia la scelta di questi nomi, come l’autore ha modo di sottolineare in fase introduttiva, implica il collocarsi su un vertice d’osservazione nettamente anti-strutturalista. Sia Weber che Escrivà, infatti, avrebbero sottoscritto l’asserto di Lord Acton secondo cui la religione sarebbe “la chiave della Storia”: le strutture sociali come conseguenza delle diverse visioni escatologiche del mondo, dunque, non viceversa. O, meglio, la Storia quantomeno come prodotto dell’interazione biunivoca e non lineare tra spirito umano e istituzioni materiali.

Ne viene un’indagine sulla genesi dell’economia di mercato condotta attraverso il raffronto di due tesi in evidente disaccordo, ma nondimeno accomunate da una matrice culturale coerentemente avversa al materialismo dialettico. Non che Zanotto cerchi di occultare le sue personali convinzioni in merito alla primogenitura del liberismo: dopo aver riepilogato i risultati degli studi storici più apertamente critici nei confronti della lezione weberiana (da Marjorie Grice-Hutchinson, che per prima riscoprì la tardoscolastica di Salamanca come generatore dei presupposti teorici su cui si sarebbe fondata l’economia di libero mercato, a Joseph Alois Schumpeter, che argomentò “con sufficiente nitidezza come la vulgata di una «scienza economica» esclusivamente moderna – sviluppata quasi ex novo, nel corso del XVIII secolo, da David Hume e Adam Smith sull’impalcatura fornita dalla filosofia liberale – fosse un commune verbum tanto diffuso quanto infondato”), il fellow della Fondazione De Ponti passa ad analizzare le vedute di Escrivà in merito all’etica del lavoro. E vi trova una teoria della spiritualità laicale in linea di discendenza diretta dalla vita activa civilis di san Bernardino. L’ascetica predicata dal santo di Barbastro attinge ai tratti distintivi di una visione antropologica ascrivibile sì a un sottoinsieme della tradizione cattolica, ma senz’altro lontanissima sia dal pauperismo che – a maggior ragione – dal mercatismo.

La radicalizzazione “poverista” deriva da un’erronea lettura del Vangelo, specialmente dove narra del giovane ricco (il quale si sente dire che, se vuole essere perfetto, deve vendere tutto quello che ha e darlo ai poveri: l’imponenza dell’anelito rende però evidente che trattasi di consiglio, non di precetto) e dell’amara riflessione con cui Gesù stesso commenta il diniego del ragazzo (“in verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”, corsivo aggiunto). In realtà, quel passo ammonisce della fallacia insita nel ritenersi “giusti” solo perché benestanti, come se le fortune intramondane rappresentassero di per sé la prova provata della grazia divina (un errore di prospettiva soteriologica in pieno accordo con l’ottica farisaica e, non a caso, calvinista): basterebbe d’altro canto soffermarsi sulla ricchezza di Matteo prima di divenire apostolo, sull’apprezzata prodigalità della sorella di Lazzaro, sulla parabola dei talenti e sull’incondizionata amicizia del Messia verso due “magnati” come Zaccheo e Giuseppe d’Arimatea per sfatare il mito di Cristo “primo socialista della Storia”.

Il secondo eccesso, invece, esprime “l'applicazione al mercato di una legge di sviluppo lineare, una sorta di riedizione dello scientismo positivista illuministico-socialista seguace delle presunte leggi della storia invece che della prasseologia individualista cara alla nostra prediletta scuola austriaca” (Oscar Giannino). Non va dimenticato che la scuola austriaca mette al centro della sua ricerca scientifica e filosofica non già l’homo oeconomicus, dominato dall’angoscioso imperativo di aumentare il proprio capitale per carpire al Fato la prova della sua predestinazione alla salvezza, bensì l’homo agens nell’interezza e globalità della sua natura di “animale morale”. In una singolare coincidenza d’intenti con l’anti-determinismo del pensiero pre-razionalista, socratico e cusaniano, finalizzato più alla realistica comprensione dei limiti strutturali della ragione umana che non alla divinizzazione della conoscenza.

L’introduzione di irriducibili antinomie politico-ideologiche può in effetti considerarsi il portato storico del protestantesimo. La Riforma – che Bertrand Russell ebbe a definire “la ribellione delle nazioni meno civilizzate contro il dominio intellettuale dell’Italia” – produsse un corpus teologico segnato dal volontarismo divino, per il quale Dio assegna fede e successo già alla nascita e totalmente a prescindere dalle opere. Quindi riconsegnò l’elaborazione etica a una dimensione immanente, svincolata dalla tensione alla trascendenza, nel cui orizzonte la peculiare appartenenza di ognuno deve risultare “vincente” e denunciare il segno tangibile della Grazia. Soggettivismo contro collettivismo, assolutismo contro anarchia, moralismo contro nichilismo. Ma anche una scienza economica e sociale divisa tra il modello razionalista, fondato sull’utilità come rappresentazione numerica della felicità, e quello “avalutativo”, opposto e complementare, dal quale la felicità viene semplicemente estromessa del tutto. Entrambi tesi a fare la differenza unicamente sotto il profilo della quantità, vale a dire dell’immanenza, come se lo studio e il governo dell’azione umana potessero ridursi allo svolgimento di un algoritmo di massimizzazione.

Prima di prendere congedo dal lettore, Zanotto fa bene a specificare come la sua chiave di lettura corra il rischio di manierare eccessivamente l’illustrazione della dialettica tra le confessioni cristiane. Non tanto perché la tesi di fondo sia da rigettare, tutt’altro, quanto piuttosto per la semplicistica formazione di convincimenti che può provocare senza le dovute avvertenze. Protestantesimo e Illuminismo sono di sicuro all’origine di molte delle derive che hanno funestato la modernità; tuttavia non si possono disconoscere i loro molti buoni frutti: la diffusione della scienza e dell’industria su larga scala, l’affermarsi di una mentalità più propensa a “dare a Cesare” ciò che a ben vedere gli spetta, il definitivo approdo a società davvero aperte – e l’elenco potrebbe proseguire a lungo, secondo gli orientamenti e le preferenze culturali di ciascuno.

Un testo serio, documentato e scritto da uno specialista vero, per concludere, ottimo in particolar modo come vera e propria miniera di suggerimenti bibliografici per iniziare ad avventurarsi in uno sterminato ambito di ricerca.

Sullo stesso libro e sulle stesse tematiche: Carlo Lottieri

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mercoledì 2 aprile 2008

PANNELLA, IL PD ED IL MALE MINORE

di Massimo Messina

Il 21 marzo scorso vengo a sapere da un'e-mail radicale che su Europa (quotidiano organo ufficiale della Margherita, partito ora nel PD) di quel giorno è pubblicato un articolo di Pannella e, quindi, da simpatizzante e militante radicale (anche se attualmente membro del Nuovo Partito d'Azione) vado in edicola e leggo immediatamente l'articolo del compagno (ancora tale lo considero, da liberalsocialista radicale neoazionista) Marco a titolo “Voterò per il male minore”. Dal titolo si capisce subito che di dichiarazione di voto si tratta ed il leader carismatico di Radicali Italiani (“non dei radicali italiani”, come anche lui stesso più volte ha sottolineato evidenziando il dato di realtà che non tutti i radicali sono confluiti nel partito denominato Radicali Italiani) nell'articolo dichiara che voterà per il meno peggio, ovvero per il PD. La sua dichiarazione di voto sembra sia scontata dato l'accordo tra Radicali Italiani e PD, ma nulla è da dare per scontato quanto c'è di mezzo Pannella, tranne la sua onestà, la sua intelligenza e la sua passione, a mio modesto parere. Mi aspettavo, quindi, un articolo non scontato e di certo tale è stato, ma non mi aspettavo un'analisi così lucidamente allarmata della situazione politica attuale.

Marco Pannella inizia l'articolo affrontando il tema del voto utile, ricordandoci che il voto è sempre utile, a volte è pure utilissimo, cioè nelle “oligarchie autoritarie”, utilissimo “ai regimi oppressori e non ai loro oppressi”. Dopo la dichiarazione di voto per il “male minore”, Pannella chiede (retoricamente?) se l'attuale legge elettorale sia meno democratica della “«legge fascista» del 1924. Se pone tali interrogativi perché lui e tutti i compagni della sua forza politica, all'indomani della crisi di governo, dichiaravano pubblicamente che la riforma della legge elettorale non era tema prioritario?

Come è solito fare (e quasi mai a torto) Pannella, nell'articolo in questione, usa toni forti mettendo in evidenza uno degli aspetti più negativi dell'attuale legge, ovvero che il prossimo sarà “un parlamento non di eletti, ma di soli nominati”...”da qualche oligarca con i loro associati in un regime” che potrebbe divenire “nuova incarnazione dell'antidemocrazia, dell'antilibertà, della controriforma”. Il buon Marco Pannella arriva ad affermare (giustamente) che in “Italia, secondo standard dell'Ocse, non vi sarebbe più, ormai, regime democratico, democrazia e stato di diritto”. Pone, quindi, un'altra domanda retorica: “Da quarant'anni non s'afferma, infatti, sempre più un regime di partitocrazia corrotta e corruttrice, oligarchica ed in costante pratica di illegalità costituzionale e democratica?”. E poi aggiunge: “È forse eccessivo dire che ha funzionato in Italia non di rado una sorta di gran consiglio dei partiti dell'unità nazionale e che ora rischiamo di realizzare, perfezionare per molti, troppi versi, un monopartitismo di fatto, secondo uno schema per il quale si nominano deputati e senatori, consiglieri regionali, provinciali, comunali e governatori, presidenti, sindaci e consiglieri di amministrazione di decine si migliaia di enti e società parastatali parapubblici, privatizzati?”. Ciò che poi pone Pannella è la questione del rapporto tra mezzi e fini. Egli ci mette in guardia dai possibili effetti degli strumenti che si stanno adoperando oggi per realizzare il “nuovo”. Il rischio che Pannella paventa è il seguente “se l'assetto di potere e la nuova Costituzione materiale dovessero affrontare difficoltà gravi, diverrebbe forse naturale, obbligato usarli anche formalmente, istituzionalmente per difenderli e eliminare così i pericoli, i nemici, i cattivi?”. Abbiamo qui quindi due Pannella: quello democratico vero e radicale che punta il dito contro gli attuali oligarchi e quello che partecipa alla deriva oligarchica attraverso l'accordo del suo partito con quello cosiddetto Democratico, ma tutt'altro che tale, in base alla giusta analisi pannelliana dell'esistente.

Sappiamo tutti che Pannella può essere schizofrenico ma di certo non è uomo soltanto di parole, ma anche di fatti e se, sempre nell'articolo in questione, usa slogan del tipo “È ora di Resistenza, di Resistenza, di Resistenza” di certo non si limita a puntare il dito. Ma qual è l'azione che il compagno partigiano Pannella intraprende contro la deriva oligarchica ormai egemone non solo nel centrodestra, ma ancor di più adesso nel PD grazie all'accelerazione autoritaria di Veltroni rappresentata dalla scelta di “andare da soli”? Il compagno radicale Pannella ci ricorda che “Secondo dottrina liberale e democratica, dinanzi alle «elezioni» come queste e a questo «voto utile» dovremmo andare ad organizzare, ben oltre le «mere» astensioni, un vero e proprio boicottaggio elettorale politico, nonviolento, attivo, collettivo, pubblico, con l'obiettivo di sanarle più che di invalidarle, sia politicamente che moralmente, assieme al regime sempre più illegale che contengono in loro stesse e del quale sono manifestazione e prodotto”. Arriva a sostenere, infine, che “occorrerebbe mobilitarsi” per una proposta istituzionale che è tra i principali intenti di noi neoazionisti (ma questo Pannella non lo dice e forse neppure lo sa), ovvero che, per continuare ad usare le stesse parole di Pannella, si vincoli “per ogni organismo elettivo il suo numero di componenti, il suo plenum al numero dei votanti”. Finisce l'articolo, però, spiegandoci (in maniera un po' criptica per chi non comprende la lingua pannelliana), che però l'azione dei Radicali Italiani non è nel segno del boicottaggio elettorale, bensì proprio dell'accordo con il PD, usando la metafora del cancro curato tramite trapianto di embrioni tratti dalla “galassia laica, religiosa, nonviolenta, federalista, socialista, liberale”. Da neoazionista convinto che l'analisi del compagno e segretario nazionale del mio partito professor Pino A.Quartana sia quella che meglio rappresenta la situazione politico-sociale attuale, rimango allibito di fronte alla scelta pannelliana. L'analisi del compagno Pannella, così spietatamente realistica, non giustifica affatto il suo giungere ad affermare che in questo cancro bisogna ficcarcisi dentro per rimoralizzare e ridemocratizzare la politica nazionale facendo di sé cellule staminali embrionali. Candidarsi nel PD (che ha distrutto la sua stessa coalizione e sta consegnando il paese a Berlusconi arrogandosi unilateralmente addirittura la prerogativa di scegliere chi e come deve entrare nel parlamento della prossima legislatura) significa di fatto avallare la deriva oligarchica e rafforzarla. Il PD non rappresenta il “male minore”. Forse rappresenta il male maggiore.

Non prendendo in considerazione il boicottaggio elettorale (poiché non avrebbe senso a meno di un'azione organizzata e riconosciuta pubblicamente), escludendo la Sinistra l'Arcobaleno (a causa delle sue risposte politiche profondamente marcate da un'ideologia ignara ancora dei valori della libertà individuale anche economica e del merito essendo così distante anni luce dalla radicalità neoazionista), non potendo votare per la lista dei Democratici di Sinistra (poiché non è stato loro permesso di essere presenti su tutto il territorio nazionale e così nel mio collegio elettorale), finisco per scegliere quello che io considero il “male minore”, ovvero il Partito Socialista di Boselli, anche perché corriamo il rischio (per me da scongiurare) di un parlamento che (per la prima volta nella storia italiana) non abbia rappresentanti del partito del socialismo democratico.

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