sabato 31 maggio 2008

TEST: QUAL E' LA TUA VISIONE ETICA?

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giovedì 29 maggio 2008

IL VOTO ALLE DONNE: UN LUNGO CAMMINO DI CIVILTA'

di Sara Acireale

Bisogna riconoscere che la battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donne, dall'800 al 1946 è tutta in salita. La questione non trova molti consensi nel mondo politico ai primi del 900. Il debutto del voto femminile avvenne nelle elezioni per la ricostutuzione delle amministrative democratiche che si svolsero dal 10 marzo al 7 aprile 1946 in 5.772 comuni. Le donne parteciparono a questo diritto civile in modo molto massiccio, contribuendo a eleggere le prime consigliere comunali. Ma la vera "prima volta" delle elettrici italiane si ebbe con il voto del 2 giugno per il referendum istituzionale e l'Assemblea costituente.

Circa il 90 per cento delle elettrici si recò alle urne. Tra le prime parlamentari italiane che si batterono affinché la Costituzione sancisse l'uguaglianza giuridica fra i sessi ricordiamo le comuniste Teresa Mattei, Teresa Noce, Nilde Jotti e la socialista Lina Merlin.

Nel 1864 Anna Maria Mozzoni nell'opuscolo LA DONNA E I SUOI RAPPORTI SOCIALI denunciava quanto segue: "La donna ha sempre subito la legge, senza concorrere a farla". In quell'epoca al movimento socialista stava più a cuore la legislazione sociale che non il voto alle donne, considerato un obiettivo borghese.

Nel 1910 la questione del voto alle donne fu al centro di un acceso contrasto fra Filippo Turati e la sua compagna Anna Kuliscioff ; Turati era contrario e Anna Kuliscioff favorevole a impegnare il partito socialista in questa battaglia. Tuttavia nel 1912 alcuni deputati socialisti (tra cui lo stesso Turati) proposero un emendamento per estendere il diritto di voto alle donne. Giolitti considerava il voto alle donne "un salto nel buio" e l'emendamento fu respinto con 209 voti contrari, 48 a favore e 6 astenuti.

La questione tornò di attualità dopo la prima guerra mondiale. Anche il papa Benedetto XV si pronunciò a favore del voto alle donne.
Il 6 settembre 1919 la Camera approvò con174 voti favorevoli e 55 contrari la legge che concedeva il voto alle donne. Prima che il provvedimento fosse approvato dal Senato, si verificò lo scioglimento delle camere. Nella nuova legislatura stesso iter: legge approvata dalla Camera dei deputati, ma il Senato non fece in tempo ad approvare la legge.

La marcia su Roma di Mussolini fece saltare tutto. La primavera del 1946 era ancora molto lontana.

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mercoledì 21 maggio 2008

MULTICULTURALISMO O RAZZISMO?

di Ismael

Le recenti polemiche antirazziste di alcuni esponenti del governo spagnolo contro il neoeletto esecutivo italiano, presto rimbalzate nell’aula europarlamentare di Strasburgo grazie alla scarsa simpatia epidermica delle sinistre assise colà (comunisti vari ed eventuali, Pse, Verdi, Liberaldemocratici) per il Cav, con ogni probabilità fa parte di una strategia del discredito mediale orchestrata da una koiné progressista in vistoso affanno su quasi tutte le piazze continentali.

Fatta la tara alla strumentalità di questo ennesimo atto del teatrino politico globale, però, torna a imporsi un’attenta riflessione sul tema dell’immigrazione e, quindi, del rapporto tra libera circolazione e identità.

A tal proposito, sul piano strettamente politico, mi trovo abbastanza in disaccordo con la linea espressa dalla nuova maggioranza di governo. Malgrado la Destra persista nell’individuare la fonte di tutte le nequizie migratorie sul lato della domanda, lavorando per iscrivere la clandestinità alle fattispecie di reato, continuo a ritenere più urgente colpire il rigoglioso lato dell’offerta.

Certo, la coalizione Pdl-Lega fa di necessità virtù quando stabilisce che, per entrare legalmente in Italia, occorre presentare i requisiti materiali a un’integrazione decorosa (lavoro, alloggio), l’assenza dei quali – combinata all’alienazione da sradicamento - ha gioco facile a incentivare il rifugio nella malavita. E la faccia dell’ex ministro Ferrero acquista tinte bronzee quando, durante l’ormai rituale comparsata televisiva in fregio al “diritto di tribuna” per trombati rossi, pronuncia accigliate condanne contro la regolazione paracensuaria dei flussi giacché quest’ultima “alimenterebbe il mercato delle sponsorizzazioni sommerse”. A parte il fatto che la congruità delle fonti di guadagno può essere debitamente sottoposta a controlli incrociati (Visco docet), quella di Ferrero sembrerebbe la solita giaculatoria comunarda contro i divieti in sé: se lo scopo di sanzionare gli illeciti fosse davvero quello di “prosciugare l’illegalità”, avremmo da tempo depenalizzato il furto d’auto.

Sinistrate a parte, rimane il fatto che istituire il reato d’immigrazione clandestina caricherebbe la magistratura di notevoli aggravi economico-gestionali, per non parlare dei nefasti effetti di una simile misura sul già critico livello di congestione delle carceri. L’unica valida alternativa che rimane in campo, piaccia o meno, è quella di stroncare il favoreggiamento. Ossia di perseguire, a titolo d’esempio, pratiche come il caporalato e il subaffitto multiplo: si tratterebbe di lanciare massi nella piccionaia di malaffari tutti italiani, con quanto ne conseguirebbe sotto il profilo del consenso politico (minore) e della monitorabilità dei fenomeni correlati (maggiore). Cambiare direzione nel senso di una maggiore severità con gli italiani che approfittano illegalmente di manodopera a basso costo e di locazioni ad alto rendimento, dopotutto, sarebbe la prova tangibile della capacità di sfidare davvero l’impopolarità pur di assumere le iniziative giuste – quella che dovrebbe essere l’autentica cifra politica del nuovo governo.

Ponendomi invece sul piano “dottrinale”, le giuste premesse teoriche a provvedimenti come quelli appena indicati non possono non guardare con preoccupazione sia al razzismo che al multiculturalismo. In un’epoca devastata dall’antinomianesimo, siamo nuovamente di fronte a un tipico esempio di opposti simpatetici: i due “partiti” ideologici si contrappongono quanto a gusti, ma condividono la stessa visione olista (tesa cioè a esaltare il tutto rispetto alle sue parti) dell’antropologia politica. Sia che ci si riferisca al concetto di razza sia che ci si rifaccia a quello, più ampio e ambiguo, di etnia, il peccato originale di questi modi di pensare sta nel legare l’identità culturale alla variabile “purezza”. Per lo xenofobo come per il politicamente corretto esistono etnoculture immobili, fossilizzate, da mantenere sottovuoto in altrettanti ghetti incontaminati.

Se, al contrario, guardiamo all’attributo “forza”, il discorso muta radicalmente. Un’identità, io credo, è davvero “forte” quando riesce a coniugare il basarsi su principi condivisi, inevitabilmente espressione di un “senso comune” maggioritario, all’apertura nei confronti della forza innovatrice delle libere individualità, anche di quelle “forestiere”. Penso alla Repubblica di Venezia, a Israele, agli Stati Uniti – guardacaso realtà capaci di assorbire e valorizzare al loro interno molteplici apporti culturali puntando sull’umanesimo e suoi capisaldi, tra i quali spicca sicuramente la dignitate hominis di Pico della Mirandola.

Continuando a battere il sentiero del multirazzismo, della società a compartimenti stagni, non ci vorrà molto affinché l’intolleranza dilaghi senza nemmeno aver bisogno delle tensioni etniche come pretesto. Bastano poche generazioni da “separati in casa”, infatti, per balcanizzare anche i consorzi sociali più coesi.

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giovedì 15 maggio 2008

EUTANASIA, ANCORA UN TABU'

di Sara Acireale

Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby cessava di vivere. Con la fine della sua esistenza , cessavano pure le sue atroci sofferenze. Piergiorgio ci lascia il testamento di una grande battaglia civile. Un medico ha messo fine a un accanimento terapeutico che quest’uomo non riusciva più a sopportare. Questo medico ha avuto il coraggio di scontrarsi con una mentalità retrograda e oscurantista. Ha pagato per questo gesto di umana pietà. Assieme a lui hanno lottato i radicali e l’associazione Luca Coscioni.

Il medico che aiuta un malato nella sua volontà di porre fine alla sua vita non dovrebbe essere punibile se ricorrono due motivi:

a) Quando la cura non può portare nessun miglioramento ed egli è un malato terminale.
b) Quando il malato chiede di essere aiutato a morire avendo conosciuto la prognosi e si trova nel pieno possesso delle sue capacità di intendere e di volere.

L’EUTANASIA E LA CHIESA CATTOLICA

Ogni anno in Italia muoiono tra 150 e 200.000 persone a causa di tumori vari. Queste persone muoiono tra indicibili sofferenze. E' umano negare loro una morte dignitosa per il diktat della Chiesa Cattolica?

In Italia non solo è proibita l'eutanasia ma, altresì, qualsiasi rimedio per lenire l'atroce dolore. Gesù nel suo discorso della montagna non ha forse predicato: " Beati i misericordiosi ".? Perché il clero è così ottusamente sadico? Dobbiamo evitare che i tentacoli papalini possano spingersi sino a dentro il letto degli ammalati dichiarando: “ Beati voi che soffrite perché vostro sarà il regno dei cieli “. Già… ma sulla terra queste persone stanno soffrendo l’inferno.

Cosa c’è di più misericordioso, di più cristiano, di più umano di colui che pone termine nel modo più delicato possibile alla sofferenza del malato terminale? Chi compie questo gesto dovrebbe essere additato come esempio di civiltà morale alla collettività. I clericali che oggi condannano l'eutanasia non sono forse gli eredi di quelli che alcuni secoli fa, hanno messo al rogo eretici e streghe? Il Vaticano che si fa "voce universale" che parla alla coscienza dei fedeli non ha contradditorio alla radio e alla TV.

B.16 non è andato all'università La Sapienza per timore di essere criticato. E' troppo abituato ad essere osannato e incensato. Quale differenza intercorre tra lui e il figlio dell'umile falegname vissuto molti anni fa in Palestina! Perché i politici si ostinano a dipendere dal Papa? Sino a prova contraria il nostro stato non dovrebbe essere laico?

Auspico che questo governo faccia qualcosa di concreto per liberalizzare l’eutanasia anche se personalmente sono scettica che Berlusconi, Bossi e Fini vogliano attuare qualche legge a tale proposito.

Il codice penale all’articolo 579, punisce con pene severe il “suicidio assistito”. Bisogna dire che il codice Rocco è stato promulgato nel 1930, in pieno regime fascista e lo ritengo obsoleto. E' arrivato il momento che anche l'Italia deve adeguarsi alle leggi dei paesi sviluppati. E' necessaria una svolta decisiva.

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lunedì 12 maggio 2008

ARRIVANO I NOSTRI!

di Zamax

Tanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico – ma non si può avere tutto dalla vita – è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba.

Nonostante questo ci incoraggia il fatto che anche da quelle terre parzialmente civilizzate siano usciti grand’uomini come il calciatore Alessandro Del Piero o l’immortale librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ebreo convertito, prete spretato, gran puttaniere e valoroso difensore delle patrie lettere quando andò lungamente ramingo in paese straniero.

Luca Zaia, il nuovo ministro per le politiche agricole, è un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni. Zaia è un trevigiano DOC, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi poi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.

Sotto la sua presidenza più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare - ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza.

Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Arrivato poi come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Farà bene, perché è furbo.

Il nuovo Ministro del Lavoro & della Salute & delle Politiche Sociali (!), Maurizio Sacconi, è un capitano di lungo corso della politica italiana. A riprova della sua intelligenza ha passato tre lustri nella parte giusta della sinistra, quando questa era ancora sotto l’influenza nefasta dello spaventoso moralismo bolscevico dalla lingua biforcuta di Mortimer Berlinguer, cominciando come mozzo del bastimento craxiano alla fine degli anni ’70. Erano i tempi della Milano da bere, ossia della movida ambrosiana, quando Craxi ebbe il merito grandissimo di riportare un pezzo di sinistra sui solchi di una più conciliante umanità. Non toccato dal ciclone di Mani Pulite, rimase però fedele fino all’ultimo al PSI. Profugo, trovò scampo sulla zattera berlusconiana a metà degli anni ’90.

Sacconi, almeno all’orecchio ostrogoto del sottoscritto, favella in italiano senza particolari inflessioni o accenti, cosa notevole per un veneto e notevolissima per uno della Sinistra Piave, e segno di una vocazione mediatrice. Amico e collaboratore di Marco Biagi, conosce il mondo sindacale come le sue tasche. Pur essendo, ripeto, uno della Sinistra Piave, è uomo esperto e capace, e ha capito subito che il Presidente del Consiglio lo ha messo lì per togliergli molte castagne dal fuoco senza rompere troppo i coglioni, ché Silvio ha ben altre cose cui pensare, vista la spettacolare compagine femminile del nuovo governo.

Renato Brunetta, nuovo ministro della funzione pubblica, è un economista ma è soprattutto veneziano. La cosa non è affatto senza conseguenze. Per il veneto dell’entroterra e quindi soprattutto per i campagnoli della Marca – gente coi piedi per terra – fuori dell’ambiente anfibio della laguna il veneziano diventa un tipo poco affidabile, come un pesce fuor d’acqua: per qualcuno ancora della nostra gente che ha conservato i sani principi del buon tempo antico, l’epiteto “veneziano” significa “imbranato” o “bizzarro”. Il veneziano è cittadino del mondo, anche quando è lazzarone, e sarebbe un tipo disincantato anche se il destino gl’impedisse di superare i confini del sestiere di Castello o Dorsoduro. Questo spiega perché Brunetta sia di cultura politica laico-socialista, cosa che suona come una brutta e strana malattia, pericolosamente vicina al comunismo e al libertinismo, agli orecchi dei sani ragazzi terraioli, che sanno ancora distinguere tra la superbia del peccato e il peccato in sé, verso il quale dimostrano al contrario moltissima indulgenza e nel quale si allenano con cristiana sollecitudine pur di non lasciare disoccupata la misericordia.

Oggi il professore veneziano ha fama di liberista. A Brunetta le filosofie tremontiane fanno venire il latte alle ginocchia, ma il professore è uomo di mondo. Senza mai polemizzare apertamente continua a scrivere imperterrito porcherie pericolosamente mercatiste e, in cuor suo, forte della posizione storica di consigliere economico del presidente, mira a diventare l’eunuco che conta alla corte dell’Imperatore Silvio.

Brunetta è di una simpatia contagiosa ma è anche un tipetto assai ostinato e pignolo. Puntiglioso e vivace come una servetta delle baruffe chiozzotte, nelle disfide dialettiche, coi suoi occhi chiari e sgranati e il sorriso perennemente stampato in faccia, riesce puntualmente a mandare fuori dei gangheri gli avversari, specie quelli che alla Natura sono venuti fuori permalosetti, come il Druido della Valtellina ad esempio.

Brunetta è alto un metro e mezzo, ma come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ha un coraggio da leone. Al momento della foto di gruppo della nuova compagine ministeriale come un fulmine si è fiondato bel bello a fianco della Prestigiacomo, l’attraente pertica sicula di chiarissimo sangue normanno. Ammetto: io non ci sarei mai riuscito, neppure dall’alto di tutti i miei notevolissimi 176 centimetri nudi e crudi. Piccolo grande Brunetta!

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giovedì 8 maggio 2008

BERLUSCA 4 - THE FINAL CUT

di Ismael

A dispetto delle malelingue messe in circolazione dai pennaioli di regime, che adombravano ritardi nella formazione del governo causa pugnaci duelli all’ultima poltrona fra i vincitori delle elezioni, il quarto gabinetto Berlusconi è venuto alla luce nel minor tempo consentito dai nostri pachidermici riti istituzionali.

La squadra consta di dodici ministri con portafoglio e di nove dicasteri senza; un apprezzabile dimagrimento di organico rispetto alla generosa polizza assicurativa stipulata – con quale e quanta fortuna, è compito del lettore giudicare – dall’ex facente funzione di Presidente del Consiglio con i suoi molteplici danti causa. Un malizioso direbbe: bella forza, lo snellimento era obbligatorio grazie a una norma inserita nell’ultima Finanziaria dal precedente governo. Ma si tratterebbe di un malizioso smemorato visto che, come già nel 2001, al neopremier sarebbe bastato un agile decreto legge per aprire la sagra degli spacchettamenti.

Ad ogni modo meglio razionare le buone notizie, giacché oggi si contano sulle dita di una mano – come il seguente passaggio in rivista del nuovo governo ministro per ministro renderà ahimé irrefutabile.

Saltando a pie’ pari il ritratto del Cavaliere himself, che da solo mi porterebbe via un paio di cartelle come minimo, non rimane che partire da Giulio Tremonti (Economia). Da quel che ne scrivono commentatori assai affidabili, i suoi libri restituiscono alla perfezione i contorni del deserto culturale in cui abita la Destra italiana. Una mistura di protezionismo, mercantilismo e tradizionalismo spicciolo, più un’ingente sopraddote di inesattezze e contraddizioni marchiane: se costui è davvero la mente economica del berlusconismo, continueremo a produrre semilavorati scadenti e beni artigianali fuori dal tempo ancora per dieci anni (a essere ottimisti). Nondimeno consoliamoci con la prospettiva di un fisco più amichevole nei riguardi dell’impresa e del lavoro autonomo, che dopo Visco non è poco.

Viene poi il turno di Franco Frattini (Esteri), già vicepresidente della commissione UE con delega alla Giustizia e alla Sicurezza. A lui il gradito compito di farci dimenticare in fretta le rivoltanti effusioni di Massimo D’Alema con i capibanda di Hezbollah, nonché quello di rimettere la politica estera italiana sui binari dell’atlantismo e dell’anti-eurocrazia. La seconda vera buona nuova è il nome di Roberto Maroni agli Interni. Si tratta della migliore risposta possibile alla giusta domanda di sicurezza suggellata dal successo leghista alle scorse elezioni.

Incuriosisce l’idea di avere Ignazio la Russa alla Difesa, anche perché – diggiamolo – il physique du role del demonietto aennino non evoca precisamente marzialità. Ad Angelino Alfano, il Ghedini di Sicilia, è toccata la poltrona bollente in quel di via Arenula. Onestamente non credo che sarà all’altezza della battaglia per la separazione delle carriere di giudici e pm, ma il suo profilo garantista gli sarà di stella polare nelle burrascose mareggiate che lo attendono. Claudio Scajola torna allo Sviluppo Economico (era stato alle Attività Produttive dal 2005). Lo stupido apprezzamento su Marco Biagi che gli costò il Viminale sei anni or sono pesa ancora sulla sua reputazione. Ci si augura che continui a frenare la sua loquela e – da quel gran liberista che ha fama di essere – che non rinverdisca i fasti della mai abbastanza riprovata “politica industriale”. Metta ordine nel marasma tra professionisti e pubbliche amministrazioni provocato dalle “liberalizzazioni” del suo predecessore, piuttosto.

Cemento e moschetto, clientelismo perfetto: questo il motto che, secondo alcune indiscrezioni, Altero Matteoli dovrebbe apporre al suo blasone di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Scherzi a parte, chi sperava in soluzioni non smaccatamente assistenzialiste per Alitalia può mettersi il cuore in pace. Tiriamoci su il morale con Maurizio Sacconi al Welfare: il poco di buono venuto dai governi Berlusconi bis e ter (Legge 30 e riforma pensionistica) porta la sua firma. Sapere rintuzzati gli assalti di AN al suo dicastero, poi, soddisfa ancora di più.

Si torna perplessi con Luca Zaia all’Agricoltura: invece del protezionismo nazionale di Alemanno, avremo il protezionismo padano del nostro ormai ex vicepresidente di regione. Ci si irrita per Mariastella Gelmini all’Istruzione: non tanto perché si dubiti del suo valore, quanto perché non si capisce come mai questo dicastero debba sempre andare a personalità “gradite Oltretevere”, come si dice. Speriamo che questa ingiustificata consuetudine, se non altro, stavolta abbia fatto guadagnare i galloni di ministro della scuola a qualcuno in grado di arrestare la deriva pedagogistica che sta devastando il nostro sistema scolastico.

La soporifera Stefania Prestigiacomo va all’Ambiente, e chissà quali trovate progressiste avrà in serbo per un incarico foriero di credenziali politicamente corrette come questo. Magari le “quote verdi”, hai visto mai. Dulcis in fundo, Sandro Bondi ai Beni Culturali. E qui non si sa davvero cosa dire. Se la scelta è caduta su di lui, gli unici concorrenti diretti per la prestigiosa poltrona devono essere stati Emilio Fede e Alessandro Cecchi Paone, quindi tutto sommato ci va di lusso.

Per i ministeri senza portafoglio partiamo da Umberto Bossi (Riforma Federale): quella affidatagli sarebbe una questione maledettamente seria, speriamo non ne faccia un ripetitore di provocazioni tanto frequenti quanto politicamente innocue. A Roberto Calderoli tocca la Semplificazione Legislativa: vedi sopra. Andrea Ronchi (Politiche Comunitarie) e Giorgia Meloni (Politiche Giovanili) ingrossano le fila aennine, mentre per Renato Brunetta alla Funzione Pubblica c’è da rallegrarsi. La sua proverbiale grinta dovrà vedersela con i famelici statali italiani. Il neodemocristiano Rotondi prende l’Attuazione del Programma: dato il particolare compito affidatogli, speriamo lavori molto male. La bizzarra meritocrazia al contrario di Forza Italia ristora Raffaele (scon)Fitto con gli Affari Regionali: dopo la memorabile pettinata contro Niki Vendola, mi sembra una ricompensa quantomai opportuna. Apprendo infine con malcelata delusione della nomina di Mara Carfagna alle Pari Opportunità, perché è da decisioni come questa che capisci come Berlusconi vada democristianizzandosi vieppiù. Nel ’94 avrebbe piazzato Pamela Prati senza tanti complimenti, adesso ripiega su una che è perfino laureata. Dopo lei e Sandro Bondi, ai Rapporti col Parlamento uno si sarebbe aspettato il pupazzo Uan, ma ci scopre nientemeno che Elio Vito. Beh, troppa grazia.

Doversi quasi entusiasmare per due socialisti (Sacconi e Brunetta) e un leghista (Maroni) dà la cifra delle modestissime aspettative che ripongo nel nuovo esecutivo. Per l’ombra di un liberale confido in qualche sottosegretario, ma nel frattempo il mio scetticismo verso le attitudini riformatrici del quarto Berlusconi rimane troppo, per essere attenuato a breve.

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sabato 3 maggio 2008

SANTORO, SGARBI, GRILLO E TRAVAGLIO: cos'è la libertà di informazione?


SECONDA PARTE
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