martedì 23 dicembre 2008

IL VICOLO CIECO DEL LIBERALISMO

di Francesco Lorenzetti

Il Dizionario di politica italiano, diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, definisce la Giustizia come «un fine sociale, come l’uguaglianza o la libertà o la democrazia o il benessere» ma da questi ultimi distinta in ragione del fatto che essi, «sebbene astratti e teorici, possano essere definiti in modo tale da rendere le affermazioni in cui compaiono verificabili, in genere, mediante riferimento all’evidenza empirica», mentre la Giustizia è un concetto normativo, e perciò sempre relativo a un atteggiamento morale e non verificabile empiricamente. Di conseguenza, proseguono gli autori, «la cosa migliore è considerare la G. come nozione etica fondamentale e non definita».

Questa non-definizione della Giustizia mi sembra perfetta per rappresentare l’essenza della concezione moderna del diritto, che ha preteso di confinare la morale in un ambito metagiuridico trasformando la legge in una mera “tecnica di organizzazione sociale”. Diceva infatti Kelsen, il più grande alfiere del positivismo giuridico: «L’affermazione usuale, secondo cui […] una cosa come la Giustizia esiste, ma non può essere definita con chiarezza, è una contraddizione in sé. Essa non è altro, infatti, che una parafrasi della dolorosa verità che la Giustizia è un ideale inaccessibile alla conoscenza razionale. La Giustizia, infatti, è un ideale irrazionale […] Dal punto di vista della conoscenza razionale esistono solo interessi e quindi conflitti di interessi».

Per Kelsen, dunque, e per gli altri positivisti di marca “scettica”, è necessaria una separazione netta fra Diritto (che si riduce alla legge) e morale, essendo quest’ultima, come la Giustizia, un concetto non oggettivabile e perciò inconoscibile dal punto di vista razionale. Si arriva perciò al paradosso di considerare la Giustizia come un concetto non-giuridico, relativo al mondo incerto e, latu sensu, irrazionale delle opinioni soggettive, rovesciando così il paradigma premoderno di un diritto che è tale proprio perché “giusto”. Ragion per cui, come diceva Bobbio: «il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli. È un problema non filosofico, ma politico». Il diritto perde così ogni connotazione sostanziale e diventa un concetto meramente formale, consistente in un insieme di precetti emanati dall’autorità e dotati di sanzione. Tutto il resto appartiene al mondo della politica, delle opinioni, dell’irrazionale, del non oggettivabile.

I problemi di questa impostazione sono noti da tempo (si veda, per tutti, Hermann Heller: “Crisi della dottrina dello Stato”, 1926) e sarebbe arduo riassumere il relativo lunghissimo dibattito dottrinale nello spazio di poche righe, ma basti qui ricordare che essi si palesarono in modo incontestabile soprattutto durante il processo di Norimberga, nel quale gli avvocati degli aguzzini nazisti posero questioni molto serie alla Corte rifacendosi appunto al paradigma giuspositivista: se, infatti, il Diritto era soltanto la legge, su quale base si stavano giudicando degli ufficiali che quella legge avevano sempre rispettato? Perché, stando a quanto diceva Kelsen, più che “crimini”, gli eccidi nazisti avrebbero dovuto essere considerati al massimo dei “non condivisibili ideali politici”. Punto e basta. E invece si era costituito quel tribunale, nel quale gli imputati erano stati chiamati a rispondere di reati contro l’umanità. Come si spiegava questo fatto? A mio parere, semplicemente con l’abbandono (non dichiarato) dell’idea kelseniana di una separazione fra diritto e morale. E, infatti, quello fu un tentativo di giudicare secondo morale, anche se pochi lo ammetterebbero ancora oggi.

Ma ciò che è importante capire è che l’idea positivista, sebbene sia uscita con le ossa rotte da quell’esperienza, sia rimasta incredibilmente egemone durante tutto il periodo del dopoguerra e fino ai giorni nostri. E su di essa si basa incontestabilmente la moderna concezione dello Stato e della sovranità, con una totale sovrapposizione di diritto e legge positiva (giacché nulla esisterebbe all’infuori di quest’ultima) e un atteggiamento radicalmente scettico e relativista in ambito morale. Cosa che, a mio parere, dimostra il vicolo cieco in cui si è andata ad infilare la cultura giuridica occidentale. Ma davvero non esiste una credibile dottrina alternativa a questa? Dobbiamo rassegnarci a ridurre tutto ad opinione, e ad accettare gli inevitabili rischi di tirannide che questo comporta, oppure esiste una soluzione che possa farci uscire dalla spirale della “sovranità assoluta” che attanaglia l’occidente da quando è nato lo Stato moderno?

Per rispondere a queste importantissime domande è bene cominciare a dare uno sguardo al periodo premoderno, nel quale nessuno metteva in dubbio l’esistenza di un Diritto pre-esistente al potere del sovrano e da esso indipendente e sovraordinato, perché ancorato saldamente a valori morali universali. In questo senso, sono indicative la definizioni di Giustizia e di Giurisprudenza che Ulpiano dà nel Digesto e nelle Istituzioni del Corpus Iuris Civilis: «G. è la volontà costante e perpetua di attribuire a ciascuno il suo diritto. La Giurisprudenza è conoscenza di ciò che appartiene al’ordine delle cose divine ed umane, scienza del giusto e dell’ingiusto». Ovvero, la Giustizia è una virtù morale, che consiste nella disposizione d’animo di chi abbia la costante e perpetua volontà razionale di attribuire a ciascuno ciò che gli spetta (così l’interpretazione di Tommaso, nella Summa Theologiae) e la Giurisprudenza è nientemeno che la scienza di ciò che è “giusto” (ragion per cui Ulpiano, rifacendosi a Celso, concludeva che i giuristi sono “sacerdoti”).

La differenza fra la concezione moderna e quella medievale della Giustizia non potrebbe essere più radicale. Da un lato, l’idea di una riduzione del Diritto alla legge del sovrano, legittimata dall’uso della forza pubblica e finalizzata al controllo sociale; dall’altro, l’accettazione di un Diritto naturale, eterno ed immutabile, che pre-esiste allo Stato e che, perciò, ne limita l’azione e ne fissa i princìpi di legittimità. Ma perché all’epoca fu possibile ragionare in questi termini? Cosa faceva pensare agli antichi di poter convenire su uno Ius naturale conforme a ragione?

La ragione principale risiede, a mio avviso, proprio nella presenza di un testo, come il Corpus iuris civilis, che fungesse da punto di partenza raccogliendo in sé il diritto romano, le sue consuetudini, le sue raccolte giurisprudenziali, i suoi princìpi. Durante tutto il medioevo esso fu infatti considerato proprio come l’espressione più matura del diritto naturale, e la sua auctoritas servì a generazioni di giuristi come riferimento e come terreno comune di discussione. Non che essi non si discostassero mai dal dettato del Corpus, che peraltro non era sempre coerente e chiaro, ma la loro attività interpretativa partiva pur sempre da quello che era universalmente considerato un bagaglio sapienziale di inestimabile valore, una raccolta di sapienza giuridica plurisecolare. Inoltre, ad indirizzare l’attività interpretativa dei giuristi attraverso una concezione etica unitaria c’era l’autorità universale della Chiesa cattolica, altro pilastro fondamentale dell’universalismo medievale.

Dunque, a ben vedere, non fu esattamente la “ragione naturale” a fungere da fattore unificante nella ricerca di un Diritto assoluto nel medioevo. L’idea che l’Assoluto potesse essere la ragione umana è venuta dopo, con l’illuminismo, e il suo misero fallimento fu proprio la causa dello stallo in cui ci troviamo oggi. No, nel medioevo furono fondamentalmente due gli elementi “universali” che resero possibile pensare ad un Diritto prima dello Stato: il Corpus Iuris Civilis e il ruolo della Chiesa Cattolica.

E la prova di ciò è che proprio la crisi dell’universalismo cattolico segnò il crinale della modernità e la nascita degli stati assoluti ed accentrati come li conosciamo oggi. Quando, nel XVI secolo, ci fu la riforma protestante, la religione passò infatti da elemento unificante a motivo di conflitto, perdendo il suo ruolo di guida e di riferimento anche in campo giuridico. E il vuoto lasciato dalla Chiesa universale fu riempito dagli Stati, che solo allora divennero “assoluti”, cioè sciolti da qualsiasi vincolo eteronomo di natura etica e giuridica. A quel punto non era più la religione a garantire la legittimità del potere, ma era il potere che tutelava la “libertà di religione” attraverso la retorica dei diritti, della libertà negativa e della pace del regno. La Giustizia passò così da ideale universale a “fine sociale”, da concetto pre-politico a risultato della volizione del sovrano.

Le stesse teorie liberali nacquero da questa impostazione, oggi gravemente in crisi. Non si può negare, infatti, che il liberalismo classico non sia mai riuscito a dare una risposta soddisfacente ai due problemi preliminari e fondamentali rispetto a qualsiasi riflessione giuridica: esiste una Verità nel campo del Diritto? E, se esiste, come è possibile oggettivarla?

A mio parere, alla prima domanda occorre di certo dare risposta positiva. Se noi abbracciassimo la prospettiva scettica, negando l’esistenza di una Verità nel Diritto, cadremmo prigionieri degli stessi problemi di cui si parlava sopra: tutto il nostro pensiero diventerebbe opinione, convenzione, pre-giudizio (cioè un giudizio a priori, dogmatico, indiscusso). È perciò impossibile negare l’esistenza di quello che si va cercando qui, pena anche una contraddizione logica insanabile nota già ai filosofi classici (il cosiddetto “paradosso del cretese”).

Ma è la seconda domanda a porre più problemi. Anche ammettendo l’esistenza di una Giustizia pre-statuale e pre-legislativa, infatti, rimane aperta la questione riguardante la sua indagine. Già Jean Bodin, nel 1576, comprese attraverso la sua esperienza “comparatistica” di sistemi giuridici delle varie nazioni che lo “Ius gentium”, la ragione naturale comune a tutti gli uomini di cui parlava il Corpus Iuris Civilis, era una pia illusione. Su questo, bisogna convenire con Bobbio: è fuor di dubbio che persone ugualmente dotate di ragione possano arrivare a riflessioni etico-giuridiche di segno diametralmente opposto, e questo con buona pace di Kant e di tutta l’ideologia illuminista, che pretendeva di porre come “assoluto” proprio la ragione umana. No, la ragione umana non è “assoluta”. Non lo fu mai, neanche nel medioevo, e a maggior ragione non lo è oggi, in questo mondo così complesso ed eterogeneo.

Qual è, dunque, la soluzione? Come superare il paradigma moderno della sovranità dello Stato, tutto imperniato sull’assolutizzazione delle opinioni politiche dei componenti del Governo, e riavvicinarsi al tanto agognato “diritto naturale” di cui parlava già Cicerone, eterno, immutabile, giusto, al di là delle opinioni degli uomini, posto che è ormai impensabile il riferirci ad auctoritas universali sul paradigma medievale e che anche la via "illuminista" ha dimostrato di essere impraticabile? La discussione è aperta.

21 commenti:

Luca ha detto...

Mi si perdoni l'intervento, che non sarà basato assolutamente su alcuna dottrina giuridica o filosofica (mancando io delle basi per discutere di simili argomenti ad un livello superiore a quello di un liceo).

Fatta la premessa, volevo tentare di dare una risposta personale alla domanda "esiste una Verità nel campo del Diritto?" .. risposta dubitativa. Ovvero, come è possibile ammettere l'esistenza di una "Verità"? Chiamata in questo modo, sembra che ci si stia riferendo a qualcosa di metafisico, assoluto, a un'idea platonica di verità in effetti. Se posta in questi termini, la risposta non può che essere negativa, almeno per la filosofia scientifica.

Se non è posta in questi termini, ovvero si tenti di capire cosa è "giusto" per l'essere umano inteso come essere biologico, ovvero, capire ciò che il nostro cervello è geneticamente programmato per trovare "giusto", allora la risposta alla domanda non può che essere positiva, e la risposta può essere trovata con il metodo scientifico. E conoscere questo, permetterebbe di avere dei solidi dati di partenza (al di fuori di qualunque speculazione non fondata su fatti) per rivedere le filosofie del diritto esistenti.

Se è possibile averne accesso (ad esempio dall'interno di una rete di Ateneo), consiglio a questo proposito l'articolo di spunto, molto interessante, "The roots of morality" pubblicato su Science, in cui si parla appunto di esperimenti attualmente in corso in vari atenei (prevalentemente americani) per determinare come il nostro cervello è improntato ad agire (lavoro complesso, e che richiederà decenni, ad essere ottimisti).

Forse questo può essere un accenno di risposta alla domanda ultima del post :-)

Anonimo ha detto...

Nell'articolo ha cercato di spiegare perchè l'esistenza della Verità sia innegabile. Brevemente: se io dico "la Verità non esiste", in realtà sto cercando di fare un'affermazione di verità, così cadendo in contraddizione (paradosso del cretese).

Ma il punto davvero problematico è l'indagine oggettiva di questa verità. Tu dici che l'uomo è programmato "geneticamente" per ritenere giuste o sbagliate determinate condotte. Questa non è altro che la riproposizione in chiave scientista del paradigma illuministico kantiano, e soffre degli stessi problemi di quest'ultima dottrina.

Se la mente umana fosse "programmata geneticamente", il problema della Giustizia non esisterebbe. Tutti faremmo riferimento, infatti, ad un sistema valoriale comune, e saremmo tutti concordi su quali dovrebbero essere le leggi più giuste.

In realtà, è ovvio che le cose non stanno così. La ragione umana non è il regno delle certezze. Io sono razionale, tu sei razionale, eppure è ovvio che dissentiamo su molti punti. Il cervello non è un computer, una macchina dalle funzioni meramente analitiche, è qualcosa di molto più complesso, e la scienza è uno strumento spuntato quando tenta di analizzarlo.

Perciò della differenza di opinioni si deve tenere conto come fatto ontologico, che ci dice che l'Assoluto non è la ragione umana. Io non so quale possa essere, questo Assoluto, ma di certo non è la ragione umana.

Luca ha detto...

Quanto al concetto di Verità e alla sua esistenza, vi sono molte posizioni filosofiche discordanti con la Sua tesi di una Verità assoluta ed esistente. In particolare, le idee di Popper, per citarne alcune.

In ogni caso, bisognerebbe mettersi d'accordo sul significato di "Verità"; se come teoria capace parzialmente di descrivere il mondo (e quindi creata dall'essere umano, e falsificabile), o come assoluto esistente al di fuori della realtà umana ... e immagino ci siano molte altre definizioni di verità espresse dai filosofi; che personalmente, purtroppo, non conosco.

L'idea kantiana, quando declinata in chiave scientista, non è però altrettanto semplicemente confutabile. Se infatti l'idea kantiana presuppone l'esistenza di valori etici universali ed assoluti (la cosiddetta ragione pratica), l'idea scientifica invece tenta di analizzare il cervello cercando di capire quali "valori" siamo naturalmente predisposti ad accettare ... ma bisogna tenere conto del fatto che il cervello viene continuamente plasmato dalle esperienze esterne, dalla società, dalla cultura.

In altre parole, una mente adulta è determinata solo in piccola parte dalle caratteristiche genetiche di base ... ma tra queste caratteristiche di base ci sono sicuramente le basi del vivere civile e sociale.

Questo per il semplice fatto che come è riconosciuto fin da Aristotele, l'uomo è un animale sociale. Ovvero, nel nostro DNA è scritta la nostra predisposizione, come specie, a vivere in gruppo, e quindi il modo in cui ci raffrontiamo agli altri.

Ora, che la scienza sia ancora imperfetta, è un fatto, ma è anche vero che negli ultimi venti anni sono stati fatti passi da gigante nella biologia. Il mese scorso, ad esempio, dei ricercatori sono riusciti a "leggere" quello che il cervello di alcuni volontari stava vedendo. Di fronte a simili avanzamenti, chi lo sa cosa la scienza scoprirà nel giro di qualche decennio?

Anonimo ha detto...

Popper non negò mai l'esistenza della Verità, non so dove tu l'abbia letto. E' casomai vero il contrario. E' celebre il litigio che il filosofo ebbe pubblicamente con Wittgenstein, in cui quest'ultimo sosteneva per l'appunto tesi scettiche (Wittgenstein alzò l'ombrello che teneva in mano e gridò: "Mi faccia un esempio di precetto morale incontestable!" al che Popper, spaventato, disse "Per esempio, non minacciare il tuo interlocutore con un ombrello".

E comunque, anche ammettendo che la scienza possa leggere il pensiero, il DNA ed altre facezie simili, non arriverebbe comunque a scovare per questa via che cosa sia universalmente "giusto". Se anche tutti gli uomini fossero "predisposti" ad accettare una determinata condotta, infatti, ciò non significherebbe comunque nulla. C'è un bel salto, come diceva Hume, dal piano dell'essere a quello del "dover essere", e la semplice osservazione delle nostre caratteristiche genetiche non può prendere il posto della filosofia e dell'etica.

Luca ha detto...

Per quanto riguarda Popper: ecco che viene fuori la mia ignoranza in filosofia. La prossima volta mi informerò prima di parlare, grazie per avermi fatto notare l'errore. Rimane la mia obiezione al fatto che esistono definizioni formaliste di verità (alle quali, istintivamente, sottoscrivo, in quanto scettico di ogni idea metafisica) - ma purtroppo non so a quali riferimenti filosofici rimandare.

Per quanto riguarda il sostituire la scienza alla filosofia: non ho mai detto questo. Se rileggi l'intervento iniziale, parlavo di avere dei dati di partenza con cui rivedere le filosofie esistenti, conoscendo meglio come funzionano il nostro cervello e la psiche, e via dicendo.

Il salto da "essere" a "dover essere" non è qualcosa che propugno ... il nostro cervello è probabilmente tale per cui tendiamo forse ad accettare soluzioni che sappiamo essere irrazionali e sbagliate ..

Il punto però è che i dati forniti dalla scienza sono una solida base di partenza, per qualunque ragionamento. Dato che al momento si stanno accumulando molti dati in proposito, voglio solo sottolineare che probabilmente il considerarli potrebbe essere molto fertile per la discussione sul diritto naturale.

Anonimo ha detto...

Ah certo, se la metti così posso anche essere d'accordo. La scienza raccoglie dati, appunto, ma senza indagine filosofica quei dati rimangono sterili.

Aspettiamo tutti con grandi aspettative il prossimo post di Ismael, che parlerà proprio di Verità, e credo che ci darà un ottimo spunto per continuare questa discussione partendo da un libricino davvero illuminante che consiglio a chi abbia voglia di approfondire: "La verità dimenticata" di F. Cavalla

Luca ha detto...

Sarebbe da discutere sullo "sterili" .. ma è meglio rimandare il dibattito al post che hai anticipato. Intanto, grazie del dialogo e delle precisazioni.

Anonimo ha detto...

Carissimo Francesco,
leggo con piacere le riflessioni che portate in questo blog: nella mediocrità culturale che permea il nostro tempo genera speranza vedere giovani menti pensanti.
Mi permetto però di portare non una critica ma un umile punto di vista: la filosofia non può e non deve essere quella di connotazione hegeliana (nottola di Minerva) ma deve giungere in tempo e in forme utili a modificare la realtà. L’equilibrio tra la contemplazione-riflessione e l’azione dovrebbe essere proprio degli attori sia dell’ambito giuridico che dell’ambito governativo (ampiamente inteso): purtroppo la meschinità dei più ha caratterizzato sia il diritto che la politica di una schiacciante prevalenza dell’essere sul dover essere.
Spesso per palese inferiorità numerica nei campi di cui in parola non trovano spazio coloro ai quali natura, famiglia e volontà hanno garantito il privilegio di una mente pensante e di un bagaglio culturale ben fornito. Ciò perché il potere attuale, privo di solide fondamenta, teme concorrenti preparati e tende ad eliminarli. Talvolta però si tratta di un’auto preclusione, per sfiducia o per incapacità di confrontarsi con “registri” compatibili ai concorrenti.
Circa la desistenza per sfiducia io consiglierei di fare come Dante, la serpe in seno. Insomma la critica di un esterno non cambia il mondo contestato, l’agire dall’interno talvolta sì. E si sa che non si è mai visto nessuno sporcarsi le mani tenendole in tasca.
Circa la capacità di confrontarsi con linguaggi compatibili al mondo in cui si sceglie di operare rimando all’equilibrio di cui sopra tra pensiero ed azione. Un esempio su tutti per farti capire quanto vado affermando: Maurizio Pedrazza Gorlero, illustre e stimato giurista, nelle vesti di vicesindaco di Verona ha deluso le aspettative anche di molti dei suoi da quanto mi dicono.
Addentrandomi nello specifico del post, vedo che citi uno dei manuali oggetto di studio del corso di filosofia del diritto tenuto presso la facoltà di Verona da Stefano Fuselli: riprendendo le sue conclusioni, “la verità non è statica, ma è un divenire che si disvela”.
Sul discorso poi del processo di Norimberga, la soluzione da buon giurista la puoi trovare facendo riferimento ai principi del nostro ordinamento, senza dover giungere ad affermare che si è messo da parte il diritto per applicare la morale: la scriminante dell’adempimento del dovere esclude l’imputabilità per l’agente ove l’ordine formalmente legittimo sia insindacabile, salvo che l’azione o omissione oggetto dell’ordine non siano in palese violazione dei diritti inalienabili della persona. Da ciò si evince che nella prassi applicativa elaborata dalla giurisprudenza, anche sulla scorta delle indicazioni dottrinali, si tende a far convivere ius naturale e diritto positivo.
In sintesi: il troppe volte abusato o storpiato “giusto mezzo” aristotelico dovrebbe essere praticato anche da chi si cimenta col quesito da te posto, o meglio posto sin dalle origini della cultura occidentale (vedi “Antigone” di Sofocle) . Il diritto non è soltanto positivo né sempre corrispondente al naturale: a noi il compito di vivificarlo senza dogmi.
L’azione politica nel contempo non può essere piegata dogmaticamente a dottrine liberali “TOTALITARIE”.
Es. dire che anche se ve n’è la possibilità ancora per poco non bisogna rinnovare un affidamento in house per la gestione del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti ma bisogna per forza andare in gara perché la concorrenza porterebbe senz’altro vantaggi per la comunità è altamente liberale quanto altrettanto miope. È in gioco la possibilità dei rappresentanti delle comunità locali, degli amministratori del territorio di poter incidere ancora in futuro sulle scelte aventi una ricaduta sui propri cittadini (ad es. i giorni di raccolta, le tariffe, le modalità di conferimento). Fino a che l’azienda che effettuerà tale servizio sarà “guidata” da rappresentanti democraticamente eletti del territorio le scelte saranno a favore della nostra gente perché ad essi si risponde, quando a decidere per noi sarà qualcuno a Verona o a Venezia gli interessi legittimi della nostra gente rimarranno vane speranze.

Ad maiora, Pasquino

Anonimo ha detto...

Chi sei?

Anonimo ha detto...

http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino

Anonimo ha detto...

Lascia stare le didascalie alle battute, rispondimi sul serio. Sembra che tu mi conosca bene, da come parli, perciò vorrei sapere chi sei, altrimenti mi metti in difficoltà nel risponderti.

Anonimo ha detto...

No non ci conosciamo benissimo, ci conosciamo e per quanto ti conosco ho anche stima di te, credo che su alcune cose sarebbe utile per entrambi un confronto, i giovani amministratori son pochi e dovrebbero cercare di darsi manforte per crescere al meglio. Su un blog non ti dico chi sono, ti chiamo e ne parliamo "in privato". Per ora non ho molto tempo e quindi non ti dico chi sono ma appena ho un attimo ti chiamo e andiamo a bere un caffè assieme se ti va. Ciao e buon lavoro.

Anonimo ha detto...

Ma hai il mio numero? Al limite mi puoi contattare tramite email (cescoemail@yahoo.it) oppure su facebook.

Anonimo ha detto...

Vi segnalo questo articolo

Giovanni Boggero ha detto...

"E invece si era costituito quel tribunale, nel quale gli imputati erano stati chiamati a rispondere di reati contro l’umanità. Come si spiegava questo fatto? A mio parere, semplicemente con l’abbandono (non dichiarato) dell’idea kelseniana di una separazione fra diritto e morale. E, infatti, quello fu un tentativo di giudicare secondo morale"

Perdonami la precisazione, ma le cose non stanno proprio in questo modo. Benchè fosse forte il disagio della comunità internazionale e dei giuristi di fronte ad un tribunale istituito post-factum, il Tribunale di Norimberga non giudicò sulla base della morale, ma sulla violazione di norme che già esistevano, alcune con connotati più precisi, altre con connotati meno precisi. Esistevano le Convenzioni dell’Aja e di Ginevra del 1929 ed esisteva il patto Brian-Kellog, tutti ampiamente violati dai tedeschi.

Anonimo ha detto...

Ma il paradigma giuspositivistivo non riconosce alcun diritto all'infuori di quello dello Stato, da qui l'imposibilità assoluta di trascinare in tribunale i legislatori stessi, che hanno ragione "per definizione".

E anche l'idea che la soluzione stia nell'ordinamento internazionale, basato sull'auto-obbligazione degli Stati attraverso i Trattati, fa a pugni con la prospettiva positivista. Perchè i trattati sono un'espressione di volontà politica dei Governi, volontà che può mutare come mutano le leggi, i rapporti internazionali e perfino le Costituzioni scritte.

A meno che... non accettiamo l'idea che esista una regola extra-statuale, riassumibile nel brocardo "pacta sunt servanda", che ci dice che i trattati si possono modificare soltanto con un nuovo patto consensuale. Ma allora siamo già fuori dalla "dottrina pura del diritto", e siamo già nel campo della morale.

Giovanni Boggero ha detto...

Sì questo è effettivamente vero.

Il monismo giuridico, rileva l'internazionalista Ago in un suo bel testo che ti consiglio, non ci spiega perchè la norma "pacta sunt servanda" può essere giuridica senza essere positiva, mentre tutte le altre no!

Giovanni Boggero ha detto...

Perdonami però. Se Kelsen dice che le norme interne a qualsiasi ordinamento giuridico nazionale o locale devono conformarsi a quelle internazionali e in caso di contrasto sono quest'ultime a prevalere. Ebbene, se quindi il diritto internazionale è incompatibile con l'idea della "sovranità" degli Stati nazionali e territoriali e dei loro ordinamenti giuridici(quest'idea deve essere "radicalmente rimossa", dice Kelsen) e se il diritto interno degli Stati non è per Kelsen che un "ordinamento parziale" rispetto all'universalità dell'ordinamento internazionale ed è anzi la piena giuridicità e la validità di quest'ultimo a conferire validità agli ordinamenti statali, ALLORA io mi chiedo: perchè mai il fondamento del diritto internazionale dovrebbe essere la Grundnorm "pacta sunt servanda" il cui presupposto è la stessa sovranità degli Stati?

Giovanni Boggero ha detto...

In un testo di Dalla Torre leggo che la norma extragiuridica su cui si baserebbe la validità del diritto internazionale è il principio di effettività...
Non ci capisco più niente. Qualcuno mi chiami un internazionalista!

Anonimo ha detto...

Il problema del giurista è che più studia e meno certezze ha. E' per questo motivo che gli studenti di giurisprudenza, ad un certo punto della loro carriera universitaria, acquistano la tendenza ad andare a donne piuttosto che fissarsi sui libri (motivazione, quest'ultima, che spesso non convince i genitori, che evidentemente non sanno nulla di diritto).

Giovanni Boggero ha detto...

:DDD


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