lunedì 29 dicembre 2008

LO PSICOTIPO DI SINISTRA

di Giovanni M. Ruggiero

Per l’uomo di sinistra la politica è una passione totale e invadente. Così pensava Thomas Mann nelle “Considerazioni di un Impolitico”, quando contrapponeva il personaggio del civil-letterato impegnato e progressista al tipo del conservatore. Il primo sempre tutto preso dalla chiacchiera e dalla propaganda politica, il secondo meno propenso al profluvio di parole della discussione politica. E così è stato anche in Italia. L’uomo di sinistra, soprattutto nella sua forma peggiore, che è quella dell’amico di sinistra, non ha mai remore nel comunicare le sue opinioni sprezzanti, le sue idiosincrasie, e soprattutto il suo stato di perenne indignazione politica e morale. Non esita nell’esprimere a fondo i suoi disagi del giorno, appena germogliati nel suo animo turbolento dopo la lettura del quotidiano di riferimento. In questo caso la fronte si aggrotta e il labbro si deforma ancora più del solito, e l’indignazione prorompe acuta. E, purtroppo, in queste manifestazioni l’amico di sinistra non è mai sfiorato dal dubbio che chi ascolta potrebbe non condividere le sue idee e i suoi umori neri o grigi.

Qualcuno mi farà notare che questo fastidioso tipo di individuo si trova anche a destra. Vero. La tentazione di liquidare costui come un ibrido malriuscito, un individuo non veramente di destra o non veramente conservatore, con passati trascorsi di sinistra o di estrema destra iperpoliticizzata, è forte. Ma tacerò su questo, e confesserò la mia ignoranza, per tornare a tratteggiare il prototipo dell’amico appassionatamente di sinistra.

Devo dire che, da qualche anno, questo tipo umano è diventato più sopportabile. Non è più arrogante o sprezzante come un tempo. Il suo fariseismo -con tutto il rispetto per i farisei, che erano persone serie- ovvero la comica convinzione di essere antropologicamente nel giusto, si è sgonfiato. Le nuove giovani leve di sinistra non sono state allevate nel settario ambiente comunista, dove si formavano militanti duri e sicuri di sé, ma sono cresciute nel più fragile e tremebondo humus della satira di sinistra. Al militante della fede comunista si è sostituito il giovanotto progressista e dal gergo pieno di modi di dire mutuati dalla satira, da Cuore e ultimamente da Zelig; un gergo più leggero della neolingua marxiana, ma a tratti anche irrimediabilmente infantile.

Ma tutta la sinistra sta diventando in Italia qualcosa di sempre più infantile, evanescente, sfuggente e inafferrabile. Il Partito Democratico è una entità indefinita, una combinazione fantasiosa di ex-comunisti e cattolici di sinistra, finalmente trovatisi insieme a danzare sul cadavere della sinistra socialista e riformista. Sono riusciti a uccidere il loro nemico, quel socialismo che invece ha vinto in tutte le altre sinistre d’Europa, per accorgersi che questa è una ben amara vittoria. La realtà della politica occidentale costringe ex-comunisti e cattolici di sinistra ad essere quel che non sono mai stati e (temo) mai saranno: socialisti e riformisti. Contorto destino, dato che l’odierna sinistra italiana si è formata sulla condanna a morte di quella stessa tradizione socialista che ora dovrebbe reincarnare. Il Partito Democratico è l’erede di chi riuscì a trasformare il termine “Partito Socialista” in un sinonimo di corruzione e malaffare. Sarà anche stato così. Solo che, essendosi vietata –con rara perizia autocastrante- il termine “socialista” e anche il termine “socialdemocratico”, quale nome rimane alla sinistra italiana? Il nome di Partito Democratico. Un termine appartenente alla cultura politica americana. E a questo termine dovrebbe affezionarsi un elettorato per metà cattolico e per metà ex-comunista, che è quanto di più antiamericano ci sia?

In questo quadro desolato anche l’anti-berlusconismo o l’anticonservatorismo di maniera, spesso travestito da antifascismo per renderlo più immediatamente spendibile nella polemica, infiacchiscono. Epperò riemergono, come carte già giocate ma tornate tristemente in mano perché mai sostituite da una pesca più felice. Così anche persone intelligenti ancora pensano che l’obiettivo sia battere Berlusconi. Dimenticando che la sinistra italiana è già riuscita, e per ben due volte, a battere Berlusconi. Il problema è semmai sapere che fare dopo aver battuto Berlusconi. Non saperlo significa condannarsi a non sapere che farsene del governo. In assenza di una autentica cultura riformista e socialista, governare si riduce a pura gestione del potere trapuntata di improvvise nostalgie utopistiche. Con il risultato che, dopo un po’, emergono istinti autodistruttivi: la sinistra stessa, nauseata del suo stesso governo, ha fatto cadere Prodi e ha chiuso in anticipo le sue due legislature. Non sarà facile votarla ancora.

6 commenti:

Federico Zuliani ha detto...

Qualche altro scivolone elettorale e si passa dalla "psicotipo" al "psicodramma"... :)

Anonimo ha detto...

Ti dirò che, ormai, parlare male della sinistra mi sembra un po' come sparare sulla croce rossa. E non sono affatto contento della crisi del PD, perchè ritengo non faccia bene a nessuno, nemmeno alla destra.

Contrariamente all'espulsione dei comunisti dal parlamento, che ritengo invece un evento glorioso per la storia delle nostre istituzioni, penso che l'indebolimento estremo del PD sia un fenomeno pericoloso.

Ha generato un "monopolio politico" del PDL, che per di più (è bene ricordarlo) è un partito in cui comandano in pochissimi, e questo lo differenzia nettamente dalla vecchia DC, alla quale gli osservatori distratti talvolta lo paragonano.

Inoltre il ruolo di opposizione è ridicolo, e questo è un grosso problema.

Infine, accresce indirettamente il potere dei capopopolo dell'IDV, che personalmente mi fanno mille volte più paura dei comunisti.

Domenico Letizia ha detto...

destra e sinistra casi di emiplagia patologica.

Anonimo ha detto...

Spiegati meglio... perchè emiplegia?

Anonimo ha detto...

La forma particolarmente virulenta della psicopatologia dello psicotipo di sinistra in Italia deriva naturalmente dall'egemonia comunista. Stante la fragilità assoluta delle fondamenta democratiche e liberali della dottrina marxista, comunque oscuramente sentite anche se non confessate, io credo che alle caratteristiche sopradescritte si aggiunga una necessità quasi fisiologica di usare una retorica violenta diretta a colpevolizzare preventivamente gli avversari politici in modo da allontanare ogni discussione politica e culturale dal quel nocciolo ideologico. Con la caduta del comunismo, essa è rimasta ancora forte ancorché indebolita. La nascita del Partito "Democratico" è perfettamete comprensibile in quanto consente di mantenere tale mentalità e tale retorica preventiva colpevolista intatta. Incapace di un virile, schietta, ma anche dolorosa trasformazione socialdemocratica, il Partito Democratico è solo la forma di un "comunismo debole" che ha abbandonato l'ideologia marxista ma ne ha mantenuto l'originaria mentalità giacobina.

Anonimo ha detto...

Faccio notare che solo in Italia poteva nascere quel comico e acrobatico fenomeno del liberismo di sinistra. Anche se culturalmente assurdo, esso soddisfa la mentalità giacobina in quanto rinnova il mito consolante dei "migliori": "il vero liberismo è di sinistra" per dirla con Giavazzi. Si capisce però che il popolo meno algido dei rossi sia sempre più perplesso. In realtà le critiche da sinistra, contrariarmente a quanto i giornali di solito scrivono, hanno un valore "democratico", perché si indirizzano - magari senza averne chiara coscienza - contro una concezione della politica che anche se formalmente si sposta al "centro", alla fine prevede sempre un Comitato di Salute Pubblica o di Illuminati che la guida, il fior fiore della "Società Civile". La tentazione giustizialista Dipietrista è solo la forma senza buone maniere di tale concezione, un brutale nichilismo che tenta la sinistra e che è l'altra faccia della medaglia del nichilismo salottiero veltroniano. Ma alla fine il corpo della sinistra reclamerà i suoi diritti se non vorrà morire e accetterà l'amara cura socialdemocratica.


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