lunedì 3 dicembre 2007

SPE SALVI: IL PAPA CHE MI PIACE

di Francesco Lorenzetti

Piaccia o meno a noi liberali (il che è indifferente, dal momento che siamo noi a non piacere a lui) il Papa teologo Benedetto XVI rimane pur sempre un uomo dal grandissimo spessore culturale, capace di scuotere nel profondo le coscienze intellettuali di ogni libero pensatore.
Per onestà, dirò fin da ora che nei suoi confronti ho sempre mostrato una certa diffidenza, dovuta soprattutto alle tentazioni politiche di certa parte del suo pensiero, talvolta colpevole - secondo la mia opinione - di voler piacere "un po’ a destra e un po’ a manca". Il rigore e la coerenza dimostrati nel suo discordo teologico, infatti, non sempre sono rispettati in una serie di esternazioni “leggere” concernenti questioni di politica e di attualità nelle quali il nuovo Papa ha dato spesso la chiara impressione di voler, per così dire, “crescere nei sondaggi” lusingando soprattutto l’ala sinistra del nostro paese, quella, per intenderci, che aveva salutato la sua elezione con sonore pernacchie ed indicibili epiteti.
Ed è strano che proprio lui ripeta continuamente che "la Chiesa non è un agente politico" e che essa deve piuttosto "purificare la ragione e risvegliare le forze morali", per poi prodigarsi in vigorosi appelli contro la precarietà del lavoro (“emergenza etica e sociale”) il capitalismo cattivo ed egoista (in evidente contrasto con il suo predecessore Giovanni Paolo II) e l'evasione fiscale (sigh!).
Ma con l’ultima enciclica Spe salvi, Benedetto XVI ci piace di più, perché torna a fare il teologo e sfiora la politica soltanto per ricordarci che essa non può mai essere la via per la redenzione spirituale dell'uomo. Se da un lato, quindi, se la prende col marxismo - ideologia inumana, colpevole di promuovere una società con la presunzione di non aver bisogno di caritas - dall’altro Papa Benedetto attacca certo illuminismo da rivoluzione francese, anch’esso reo di aver sostituito la Ragione umana a Dio.
Ciò mi pare altamente coerente e (dal suo punto di vista) doveroso, poiché pone l’attenzione su un problema reale della modernità: l’oblio della riflessione sulla Verità a tutto vantaggio dell'egemonia della Certezza. Vale a dire: la rinuncia a qualsiasi riflessione sul senso Assoluto della nostra esistenza e una totale fiducia nell’illusione scientista.
Eroe dei nostri giorni è Umberto Veronesi, che dice (in una recente intervista al settimanale Oggi): “Fede? Una volta, forse, da ragazzo. Oggi ho fede solo nella scienza”. E l’illusione sta in questo, ci ricorda il Papa, nel credere che la scienza persegua la Verità, quando invece sono state le stesse riflessioni epistemologiche novecentesche ad arrivare alla conclusione che essa è soltanto in grado di costruire modelli astratti in grado di fare due cose: dominare la natura (con la tecnica) e assicurare coerenza e certezza formale al sistema teorico. Certezza: ma la Verità è un’altra cosa.
Capisco che il mondo liberale possa essere scosso da queste affermazioni, poichè la nostra dottrina è figlia della modernità e dell'illuminismo, ma è anche mia opinione che la crisi del liberalismo post-moderno (quello, per intenderci, di Bobbio, Croce e Kelsen) sia dovuta proprio all’atteggiamento di totale relativismo ontologico di matrice illuminista, che come tutte le posizioni scettiche ha ridotto il dibattito dottrinale ad un confronto senza fondamenti e senza orizzonti.
Poco tempo fa mi occupai del problema della “sospensione” del liberalismo classico fra giusnaturalismo e giuspositivismo, arrivando ad affermare implicitamente che queste due impostazioni sono soltanto apparentemente contrapposte, come soltanto apparentemente sono contrapposti lo scetticismo e il dogmatismo.
Il giusnaturalista, infatti, è un dogmatico sul modello di S. Tommaso. Egli postula che la ragione umana sia capace di indagare l’Assoluto, e costruisce un sistema in cui crede di poter porre alcuni diritti al riparo da ogni possibile confutazione. Il giuspositivista, al contrario, rifiuta questa postulazione: egli è uno scettico fautore di un "pensiero debole", e ritiene che non esista alcuna Verità. Ogni opinione, pertanto, ha pari dignità, e soltanto la diversa forza persuasiva (da un punto di vista retorico oppure, talvolta, di pura violenza) di una rispetto all’altra può portare ad una scelta e "positivizzazione" del diritto.
Ma non sono, forse, entrambe queste impostazioni pericolose ed incoerenti? Incoerenti, perché cercano di assolutizzare ciò che è relativo (la propria opinione oppure l'esito dei propri procedimenti logici) e pericolose perché, entrambe, si risolvono in una pretesa di imporre la propria verità su quella dell’altro.
E allora, tornando all’enciclica, mi pare doverosa l'esortazione di Papa Ratzinger ad abbandonare tali basi gnoseologiche per recuperare una prospettiva classica sul modello Agostiniano, nella quale c’è l’accettazione della intrinseca incertezza della vita umana a vantaggio di una più profonda riflessione sul tema della Verità.
Possiamo sintetizzare il pensiero di Agostino in questo modo: la Verità esiste. Ciò è necessario ed evidente, dato che se così non fosse mancherebbe qualsiasi base di relazione umana e si arriverebbe al paradosso che – ad esempio - liberalismo e nazismo diventerebbero due “opinioni” ugualmente valide e noi non avremmo alcun criterio di scelta per affermare che una è meglio dell'altra.
Ma la Verità noumenica è come un orizzonte così lontano che noi lo possiamo solo scorgere, possiamo tendere ad esso, ma nessun uomo può avere la presunzione di possederlo nella sua assolutezza. Ciò porta ad un tipo di relativismo che potremmo definire gnoseologico, cioè: la verità è una sola, ma ciascuno ne coglie aspetti diversi. Il che significa, in sostanza, che è con la discussione, la differenza di opinioni, la cooperazione e il confronto che possiamo arrivare più vicini alla Verità, ma rassegnamoci al fatto che ad essa possiamo solo tendere senza mai (almeno in questa vita) raggiungerla.
Credo, quindi, che Agostino abbia risolto la questione del Diritto Naturale assai meglio di Tommaso affermando implicitamente la sua esistenza ma ponendolo al contempo in una dimensione noumenica che nessun uomo può avere la presunzione di indagare con "Certezza" logico-deduttiva. Il messaggio, dunque, è questo: accettiamo il mistero. La fobia dell'incertezza è stata la causa della crisi della modernità occidentale, e su questa crisi una riflessione è doverosa. Già Tolkien, nel suo capolavoro "Il Signore degli anelli", aveva cercato di combattere il dominante (ma già in piena crisi) pensiero "determinista" per reintrodurre il concetto di mistero nelle coscienze del mondo intellettuale. Con la sensibilità propria degli artisti, egli ci ha lasciato delle tracce nel suo racconto che ci vogliono trasmettere l'incapacità dell'intelligenza umana di analizzare e determinare tutti gli esiti del Destino; come nell'episodio delle caverne dei nani, in cui Frodo vuole uccidere Gollum: sul momento, sembra a tutti che sia giusto farlo, poichè Gollum è infido e pericoloso, ma Gandalf impedisce a Frodo di compiere quest'atto che deciderebbe della vita di un essere senziente. "Chi sei tu per decidere? Neanche io conosco tutti gli esiti" afferma il saggio stregone, e in effetti sarà questa scelta di risparmiare la vita a Gollum che deciderà, sulle pendici del Monte Fato, il Destino della Terra di Mezzo.
Ma al di là di questa piccola digressione, non possiamo - noi "postmoderni" - non interrogarci sul perchè del "crollo delle ideologie" e sulla via giusta per continuare a difendere la libertà umana attraverso una prospettiva rinnovata e solida che superi l'empasse lasciataci dai classici. Il Papa ci offre una soluzione inaspettata, riflettiamoci.

13 commenti:

Federico Zuliani ha detto...

Io mantengo tutte le mie perplessità sulla questione della "Verità". Anche sostenere che questa esista e che la scienza non può raggiungerla è dogmatico...preferisco di gran lunga mettere sempre in dubbio, in gioco, verificare. Se questo è il relativismo, ebbene io sono un relativista. E ne vado fiero!

Ismael ha detto...

Davvero bello ed esaustivo il tuo articolo, con la pertinente "chicca" della digressione tolkieniana (il passo che citi è anche una originale rivistazione del Padre Nostro, se ci pensi).
Molto mi verrebbe da aggiungere in merito alla dicotomia, secondo te apparente, tra diritto naturale e scetticismo.
Mi limito a dire solo che, mentre il primo mette le sue carte in tavola con onestà (almeno a mio avviso, in quanto dichiara un contenuto dogmatico "minimo" su cui impegnare al massimo la ragione), il secondo le imbroglia avvitandosi su un maestoso controsenso (se tutto è relativo, l'unica eccezione dev'essere appunto questa assunzione gnoseologica, cioè che tutto è relativo).
La tua rilettura di Agostino, comunque, è molto suggestiva: dopo che avrò raccolto le idee, cioè chissà quando, mi piacerebbe tornare sul tema.

Orso von Hobantal ha detto...

Se non sbaglio queste erano anche le conclusioni del laicissimo Popper, che proprio nella falsificabilità della scienza fondava il pensiero liberale.
Io da filopapista conclamato (tranne quando parla di tasse e libero mercato, argomenti sui quali BenX non è propriamente afferrato, non è colpa sua) non posso non concordare con l'autore del post. Poi io non sono sicuro che la verità sia irraggiungibile ma lo spero fortemente, perchè un volta raggiunta non sarà più possibile il dissenso e io sono uno di quelli che amano stare al torto.

P.S.
Ho letto solo ora -perdonatemi- le F.A.Q. Ho notato che il movimento arancione nasce tra le università di Verona e Trento. Beh, io sono -ancora per poco- dell'ateneo scaligero, anche se ora in erasmus.
E´una bella notizia perché il movimentismo studentesco, le associazioni culturali (?!?) almeno a Verona, li ho sempre trovato deprimenti anzichenò.

Francesco ha detto...

Grazie Ismael per l'incoraggiamento...
X Federico: credimi, ti capisco, sono anche io un relativista, ma ultimamente i miei studi mi hanno messo un po' in crisi. Che l'esistenza della Verità sia un dogma non è del tutto scontato, a ben vedere. Essa è connessa al concetto di Archè (o Principio) in senso classico, cioè "ciò che tiene in una tutte le cose" (ovvero "l'assoluto"). L'esistenza del Principio si può considerare facilmente innegabile, perchè se provassimo a negarla cadremmo in contraddizione.
Infatti, se affermassimo in modo scettico che "le cose fra loro non hanno alcuna relazione" dovremmo poi convenire che una cosa in comune le cose ce l'hanno: il fatto di non avere niente in comune!
Insomma, il Principio è ciò che precede il pensiero e lo rende possibile. In sua assenza, non ci sarebbero nemmeno i presupposti ontologici del "logos".
Ci vado comunque cauto, perchè io stesso ho molti dubbi e molte incertezze...
X Orso: credo però che Popper avesse una prospettiva diversa. Non è mai arrivato a dire che esiste UNA Verità, pur criticando aspramente il metodo induttivo come "fonte di verità". Potrei sbagliarmi, ma direi che Popper si inserisce più nella prospettiva moderna (anche se critica) che classica. Le sue riflessioni sono sempre state più epistemologiche che gnoseologiche, e le sue aspre critiche a Platone (veci La società aperta e i suoi nemici) sono la prova di quel che dico.

Francesco ha detto...

Sulla questione del Principio forse non sono stato molto chiaro, vero? Ma c'è un modo per rendere più evidente ciò che dico utilizzando il Principio di Non Contraddizione (PNC) sulla seguente frase: "Non esiste alcuna verità".
Nell'affermare ciò, io cerco di dire una verità (che non esiste alcuna verità) negando così il contenuto dell'asserzione. Così risulta evidente che se neghiamo l'esistenza della verità cadiamo in un oblio che annienta e nega i nostri stessi princìpi logici. Ora è più chiaro?

Anonimo ha detto...

Essere dogmatici è una necessità logica. Anche le scienze sono dogmatiche: partono da assiomi, non sono costruite sul nulla.
Volersi dichiarare non dogmatici a tutti i costi è un atteggiamento illogico, irrazionale.
Perfettamente logico e razionale è accettare come dogma che la Verità esista ma che non sia afferrabile totalmente dal ragionamento.
Allora il dialogo acquista senso (perchè è un modo per avvicinarsi alla Verità), le diverse opinioni hanno valore. La consapevolezza che la Verità non è afferrabile completamente da alcun ragionamento razionale garantisce un atteggiamento aperto nei confronti delle opinioni altrui.
La razionalità viene salvata perchè, seppure insufficiente, è comunque un modo per indagare la Verità.
La scienza mantiene un senso.
Tutto è perfetto.
Viene salvato il dialogo, la scienza, Dio, l'uomo, i dogmi.
Poi è anche abbastanza semplice da capire.

Anonimo ha detto...

Un vero relativista dovrebbe chiedersi perchè va fiero di essere un relativista.
Dichiararsi relativisti denota un atteggiamento dogmatico che si differenzia dagli altri atteggiamenti dogmatici perchè è contradditorio.

L'unico "relativismo" possibile, come giustamente dice l'articolista, è quello che ipotizza l'esistenza della verità ma allo stesso tempo accetta che non sia afferrabile totalemente dal ragionamento. In questo modo, partendo da una ammissione della propria parziale ignoranza, è possibile costruire il dialogo.

Francesco ha detto...

Grazie per questi ultimi contributi, ma mi raccomando di firmarsi sempre almeno con uno pseudonimo, altrimenti poi è difficile capire se 2 o più "anonimi" sono la stessa persona.

Ismael ha detto...

L'anonimo mi mette in profonda soggezione: in due rapidi commenti ha sintetizzato tutto quello che vado scrivendo da due anni di blogging in qua! ;-)

Federico Zuliani ha detto...

E' un anonimo bravo, allora! Peccato, appunto, che sia anonimo...

Francesco ha detto...

Su una cosa sola, però, vorrei fare una precisazione: non considero l'esistenza della Verità un dogma. Il dogma è arbitrio, la Verità invece è una condizione ineliminabile e autoevidente, come ho spiegato nel mio commento precedente. La mia posizione, dunque, è di rifiuto sia dello scetticismo che del dogmatismo.

Simone82 ha detto...

Non sono sicuro che il dogma sia arbitrio. Il dogma può anche derivare da un ragionamento intenso e concreto che si conclude con la risoluzione che siccome altro non si può dire e che apparentemente tanto la posizione negativista tanto quella positivista hanno argomenti altrettanto ragionevoli nel proprio arco, allora si decide di parteggiare per l'una o per l'altra strada. Ma chi parteggia è ben cosciente di ciò che sceglie e ha validi motivi (come dicevo) per farlo. Sul contenuto del dogma ci si può poi credere "per fede" (come fa la religione) o "per ragionevolezza" (come fa la scienza), ma questo è un passaggio ulteriore che non modifica quanto viene prima.

Anonimo ha detto...

la questione sulla giustizia mi ha particolarmente interessato(paragrafo 43)...e mi trova d'accordo...la giustizia (termine impossibile da spiegare perchè varia da sensibilità a sensibilità),non può essere imposta positivamente dall'uomo; egli può intuire che ne esiste una, e, in condizioni normali, protende naturalmente verso di essa. La Giustizia e la Verità esistono ma non sono intelligibili. Sempre in condizioni di normalità e in un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno delle leggi.


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