venerdì 7 settembre 2007

SU NUMERO CHIUSO E TEST DI AMMISSIONE DOBBIAMO RIBELLARCI

di Francesco Lorenzetti

Qualche giorno fa, ho avuto un bellissimo incontro con dei ragazzi molto giovani che sono venuti a presentarsi per fare politica. La cosa mi ha fatto molto piacere, ma mi ha anche stupito perché è raro che ci si interessi di politica alla loro età, così ho domandato loro cosa li avesse spinti a venire da me. La risposta, curiosamente, è stata molto semplice e diretta. Mi hanno raccontato il caso dei loro fratelli più grandi, che dopo essere stati rifiutati presso le facoltà universitarie che avevano scelto, per colpa di un esame di ammissione molto selettivo, erano stati costretti, obtorto collo, ad optare per una università differente. Avrebbero voluto diventare medici, odontoiatri, architetti... e invece uno stupido test a crocette, simile a quelli che solitamente si trovano sulla “Settimana Enigmistica”, aveva deciso che questo non sarebbe mai accaduto. Su questo fatto i ragazzi che ho conosciuto avevano un’opinione molto precisa: non era giusto, e visto che solo la politica era responsabile di questa grande ingiustizia, avrebbero cercato di fare il possibile in quel campo per cambiare le cose.

Ho ammirato molto la loro determinazione, che mi ha dato anche lo spunto per scrivere queste poche righe affrontando il problema della restrizione della concorrenza attraverso la limitazione degli accessi universitari. Tale meccanismo è, secondo la mia opinione, un crimine terribile ai danni dei giovani, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, nonché un esempio paradigmatico della mentalità burocratica, corporativa ed antimercatista della società italiana. Il fatto che un burocrate e la sua penna rossa abbiano un potere di veto sulle nostre personali scelte di vita è una vergogna senza giustificazioni.

I sostenitori di tale sistema affermano che una selezione (la chiamano così per evocare una parvenza di meritocrazia, anche se con questa non ha nulla a che vedere) sarebbe necessaria per evitare che il mercato venga “saturato” da una moltitudine di nuovi professionisti che, di conseguenza, non troverebbero lavoro. Ma chi afferma ciò o è in mala fede o (ab sit iniuria verbo) è un ignorante, giacché basterebbe aver presente uno schemino striminzito sulle curve di domanda e offerta per capire che non esiste possibilità concreta che una professione “si saturi” o che troppi laureati creino automaticamente disoccupazione. In un mercato libero, ciascuno deve avere la possibilità di accedere alla professione, e dato che gli individui sono mediamente capaci di attuare il calcolo economico, saranno loro a decidere se fare ciò sia conveniente o meno, a seconda del margine di profitto che la professione offre, del numero di concorrenti, della gravosità dell’impegno lavorativo, ecc. Inoltre, anche se un laureato (poniamo l’esempio) in odontoiatria dovesse accorgersi, dopo l’università, che in quel momento non è conveniente per lui aprire uno studio, egli potrebbe sempre trovare un altro modo per far fruttare la sua laurea, ad esempio diventando imprenditore e costruendo strumenti da dentista, oppure dedicandosi all’odontotecnica ecc. (il che, me lo si consenta, è sempre meglio che costringerlo a lavorare in un campo completamente avulso dai suoi interessi). Le possibilità di lavoro in un mercato libero sono infinite, e dipendono unicamente dal talento e dalla buona volontà dei suoi operatori. Non è vero che occorra “regolare” il numero di laureati in base ad una supposta domanda delle loro prestazioni lavorative, perché il calcolo di tale domanda è impossibile, e chi si vuole dedicare alla sua quantificazione non può che pervenire ad un risultato distorto e fazioso.

Mi dispiace ricordarlo, ma l’attuale sistema evoca alla mente gli esperimenti di programmazione economica portati avanti nei paesi comunisti alcuni decenni fa, i quali diedero in termini di benessere ed efficienza i peggiori risultati economici della storia dell’uomo moderno. Perciò non vengano, i capetti delle corporazioni, a raccontarci la favoletta che i test di ammissione hanno una funzione d’interesse pubblico, perché causa patrocinio non bona, peior erit.

Uno Stato in cui un giovane non è libero di scegliersi un mestiere, e che non permette ad uno studente volenteroso di curare la sua formazione in base alle sue attitudini, è uno Stato decadente, oligarchico, oppressivo. Ma se non facciamo come quei ragazzi di cui parlavo prima, e se non cominciamo ad indignarci, rifiutando che ci vengano messi i piedi in faccia, allora ci meritiamo di essere trattati così, perché non possiamo pensare che qualcuno tenga alla nostra libertà più di noi stessi, e che si muova per difenderla mentre noi rimaniamo inerti e rassegnati.

5 commenti:

Ismael ha detto...

Il numero chiuso nelle università, oltre a essere in odore di anticostituzionalità per il carattere pubblico del 90% degli atenei italiani, è una ferita aperta proprio sulla "reputazione meritocratica" delle facoltà che vi fanno ricorso.
Dire che l'unica vera selezione può essere a monte di un certo percorso studi significa che, per finire certi corsi di laurea, basta entrarci. Cioè che si tratta di lauree estremamente facili a conseguirsi di per sé.
A Ingegneria (quella vecchia) il quizzone d'ingresso era puramente attitudinale, perché gli inetti sloggiavano per conto proprio in tempi rapidissimi. Questa eccezione, com'è noto, è stata italianamente risolta trasformando i politecnici in università come le altre: livellarne una verso il basso deve essere sembrato più comodo che elevare tutte le altre verso l'alto.

Francesco ha detto...

Ma lo scandalo maggiore è odontoiatria, secondo me. Una professione quasi completamente privata che limita a 10-20 le matricole che ogni anno possono accedere ai corsi in ogni ateneo: una cosa da terzo mondo!

Hai detto che il 90% degli atenei sono pubblici. Secondo me la percentuale è anche più alta, ma volevo chiedervi: qualcuno sa spiegarmi perchè non esiste un ateneo privato di odontoiatria? Possibile che nessun imprenditore abbia ritenuto conveniente fondarne una, data la redditività della professione e la restrizione ferrea dei posti nelle università pubbliche??

Cervo ha detto...

"le possibilità di lavoro in un mercato libero sono infinite"

A parte il fatto che non esiste nulla di infinito sulla faccia della Terra, sono daccordo su quanto avete detto.
Dovrebbero essere i corsi di studio stessi a selezionare le persone e non le istituzioni universitarie, spesso con esami ridicoli.

Francesco ha detto...

Io non sono completamente d'accordo neanche su quello che dici tu. O almeno, dipende: se per "selezione" intendi che gli esami debbano essere duri per preparare meglio gli studenti sono d'accordo, ma se la "durezza" è calibrata su livelli assurdi per convincere qualcuno a mollare, ottenendo così lo stesso risultato dei test di ammissione (cioè un contingentamento del numero di laureati) allora non sono d'accordo. L'università educhi gli studenti, che al resto ci pensa il mercato.

yuri ha detto...

Sono d'accordo con Francesco. Io ritengo che la selezione naturale sarebbe possibile riordinando gli esami, "sbilanciando" leggermente il carico degli materie più impegnative, soprattutto nei primo anno; in questo modo si creerebbe un filtro anti-fannulloni.


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